Coronavirus, Renzo Puccetti: “chi dice ‘dovremo imparare a conviverci’ è un povero demente”


Vedete, come medico conosco un certo tipo di paziente: desidera che il medico gli dica ciò che lui vuole sentirsi dire. Se il medico lo fa, è bravo, se invece gli comunica brutte notizie, allora è un imbecille che non ha capito nulla, magari è uno che fa del terrorismo, un genere particolare di terrorismo, il terrorismo psicologico.

In realtà è stato proprio di terrorismo psicologico l’accusa che veniva lanciata nei primi tempi dell’epidemia a coloro che domandavano la quarantena per chi arrivava dalla Cina. Anche allora si diceva che era solo un’influenza, un forte raffreddore, si diceva di stare tranquilli, perché le misure di allerta erano state elevate al massimo livello.

Ora abbiamo un medico che ci sta dicendo, attenzione, la riapertura a virus ancora circolante vorrà dire una second ondata epidemica certa, ma ancora una volta c’è chi parla di esagerazione. Pedersen e Meneghini sono due ricercatori dell’Università di Padova. Hanno pubblicato uno studio intitolato “Quantifying undetected COVID-19 cases and effects of containment measures in Italy”. Secondo voi i leoni che ieri dicevano “riapriamo Milano” e oggi urlano “Riapriamo l’Italia” l’hanno letto? Sseiii, l’hanno capito? Risseiii.

I due ricercato hanno sviluppato un modello che, come si dice in gergo, fitta bene i dati reali. Secondo quel modello, quando il 21 febbraio si è manifestato il primo caso a Codogno, la base di soggetti infettati dal virus era di 822 persone (forbice 550-2.740) con il primo caso da collocarsi intorno al 26 gennaio. Quelle 822 persone infettive hanno portato alla morte di 22.000 persone, almeno.

Ecco, oggi abbiamo ufficialmente 105.000 soggetti infettivi a cui corrispondono, secondo le stime più prudenti, un numero di infettivi asintomatici 4 volte maggiore. E adesso mandiamole in giro, perché l’Italia deve ripartire.

Vi lascio con un piccolo scenario che sarà inevitabile se ad ottobre-novembre il Coronavirus sarà ancora in circolazione mescolandosi col virus dell’influenza. Entra il paziente con sintomi influenzali in ambulatorio. È Covid o influenza? Impossibile dirlo sulla base della clinica. Prescrivo il tampone (gli esami degli anticorpi impiegano almeno 5 giorni prima d’iniziare a positivizzarsi) e metto il lavoratore alla mutua. La moglie lavora, la mando a lavoro? I figli vanno a scuola, li mando a scuola? Sì? No? Arriva il tampone dopo alcuni giorni: negativo. Qual’è la sensibilità nella migliore delle ipotesi? 67%. Cioè abbiamo 33 probabilità su 100 che il tampone sia falsamente negativo. Che faccio per aumentare la sensibilità? Tampono tutta la famiglia, o aggiungo il dosaggio anticorpale. Dopo due giorni si ammala la moglie: Covid, o influenza? Se mi va bene, una sindrome influenzale mi tiene a casa tutta la famiglia per 2 settimane. E ora immaginate il sistema di tracciamento dei suoi contatti, nei 2-3 giorni che hanno preceduto l’esordio dei sintomi, vanno a lavorare fino a quando non si ha il risultato degli esami?

Ecco, ora moltiplicate tutto per alcuni milioni. Riuscite a capire perché uno che sa qualcosa di medicina, uno che ha visto nella sua vita qualche malato, sa che cosa significa non avere azzerato (o quanto meno quasi azzerato) il contagio prima dell’autunno? Avete capito perché chi dice “dovremo imparare a conviverci” è solo un povero demente?


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