E’ stata riavviata la criminalizzazione della liturgia Vetus Ordo?


 

Il 7 maggio 2020 è stato reso pubblico il fatto che il Cardinale Luis Ladaria Ferrer, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha inviato a tutte le Conferenze Episcopali un questionario che deve essere compilato da ogni vescovo e rinviato entro il 31 luglio 2020.

Il documento verte sull’applicazione del Motu Proprio di Benedetto XVI del 7 luglio 2007, che dispone la liberalizzazione della celebrazione della Messa tradizionale.

Questa iniziativa ha fatto sorgere subito degli interrogativi. A che serve questa indagine? Qual è lo scopo non dichiarato di questa iniziativa che è stata condotta, a quanto si sa, senza che la stessa Congregazione abbia sentito il dovere di interpellare e interessare l’ufficio della propria Sezione Quarta, che è quello che oggi svolge il lavoro che prima era di competenza della soppressa Commissione Ecclesia Dei?

Riportiamo alla fine il testo della lettera e del questionario inviati alle Conferenze Episcopali; ce ne occupiamo dopo aver espresso alcune considerazioni preliminari.

Per prima cosa occorre ricordare che il Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI sarebbe stato promulgato nell’ambito delle trattative che in quegli anni il Vaticano stava conducendo con la Fraternità San Pio X, in vista della regolarizzazione canonica di quest’ultima. La stessa Fraternità aveva sollecitato un provvedimento a favore dell’uso della Messa tradizionale, quindi Benedetto XVI non agì per amore della Messa di sempre, ma per corrispondere ad una richiesta della Fraternità, come avvenne per la remissione della scomunica ai quattro vescovi della stessa Fraternità.

Tuttavia, non v’è dubbio che la liberalizzazione dell’uso del Messale del 1962 avvenne e fu rimossa l’interdizione di Paolo VI e quella sorta di criminalizzazione che aveva colpito tanti sacerdoti che volevano mantenere l’uso della liturgia della loro ordinazione.

Dal punto di vista pratico, l’iniziativa di Benedetto XVI pose in essere due elementi che a partire da quel lontano 2007 hanno condizionato lo stesso spirito del Motu Proprio, se si vuole considerare la buona volontà di Benedetto XVI.

Il primo elemento è la dichiarazione formale che il Messale del 1962 non era mai stato abrogato, né poteva esserlo, diciamo noi, e che quindi Paolo VI aveva commesso un abuso: abolendo, senza averne il potere, un rito liturgico risalente agli Apostoli. Tuttavia, Benedetto XVI non portò la sua decisione fino alle logiche conseguenze, sia per la scontata opposizione dei vescovi, sia per suo profondo convincimento; e non potendo abolire la riforma liturgica, che lui stesso da cardinale aveva duramente criticato, optò per uno dei suoi tipici rimedi equivoci: introdusse surrettiziamente il concetto che il Rito Romano era suscettibile di essere praticato sotto due “forme”: la forma “ordinaria”, costituita dalla nuova Messa di Paolo VI, il cui uso si basava su un abuso; e la forma “straordinaria”, costituita dalla Messa risalente agli Apostoli.

Si comprende subito che Benedetto XVI ha volutamente usato questi due termini per fissare un concetto: la Messa nuova è la Messa normale della Chiesa, la Messa antica è la Messa anormale della Chiesa; contraddicendo così quello che lui stesso aveva voluto strumentalmente precisare: la non abrogabilità della Messa antica.

Capovolta la realtà delle cose, Benedetto XVI stabilì che la Messa tradizionale poteva essere sì usata liberamente, ma come qualcosa di “straordinario”, come qualcosa di secondo ordine, come qualcosa di subordinato alla Messa di Paolo VI, la quale di fatto veniva dichiarata come l’unica Messa vera della Chiesa.
Chi non vedesse un pasticcio in tutto questo, con ciò stesso confesserebbe il partito preso, nonostante ogni logica e coerenza.

Pasticcio che Benedetto XVI accentuò a riguardo dell’applicazione della sua decisione, e che costituisce il secondo elemento che ha condizionato l’applicazione del Summorum Pontificum.

All’equivoco sulla “ordinarietà” si aggiunse la mancanza di chiarezza circa il potere dei vescovi sull’applicazione della nuova disposizione. Mentre da un lato si diceva che un sacerdote poteva liberamente usare il Messale tradizionale, dall’altro si “esortavano” i vescovi a permettere questo uso; ribadendo così che, in definitiva, il libero uso del Messale tradizionale era un inganno, poiché l’ultimo – e il primo – a decidere era il vescovo, come d’altronde è logico che sia a norma di diritto canonico … e questo Benedetto XVI lo sapeva benissimo mentre stabiliva che ogni sacerdote poteva usare liberamente il Messale antico. 

Ora, al di là di ogni possibile polemica, che non rientra nelle intenzioni di questo scritto, va detto che per comprendere il vero spirito che animò Benedetto XVI all’atto della pubblicazione del Summorum Pontificum occorre guardare a quello che è accaduto nel 2013.

L’11 febbraio 2013, Benedetto XVI rassegnò le dimissioni da Papa, con un atto tanto inedito quanto ingiustificato, ma non decise di ritirarsi a vita privata, da cardinale o da vescovo, decise invece, ancora in maniera inedita e inaudita e senza alcuna giustificazione, di rimanere ancora Papa. Mettendo in essere qualcosa che, oltre ad essere contraddittoria in sé, inaugurava una novità senza precedenti nella storia della Chiesa: la convivenza in Vaticano di “due papi”.

Tale atto, per quanto sia possibile trasformare ogni anomalia in normalità grazie alla dialettica ideologica, talvolta camuffata da esplorazione teologico-giuridica, tale atto ha di fatto dato un colpo di maglio all’istituzione del Papato, riducendolo ad un’istituzione umana e depauperandolo di ogni elemento di provenienza divina.

La stessa invenzione dell’istituto del cosiddetto “papa emerito” è rivelatore di una forma mentis che ama complicare le cose, inventare innovazioni inedite e rendere difficile ogni possibile considerazione seria in merito.

La stessa forma mentis informò a suo tempo il Summorum Pontificum e ancora oggi non si capisce bene quale sia realmente il senso della compresenza nella liturgia della Chiesa di due riti liturgici talmente differenti che la presenza dell’uno esclude automaticamente la presenza dell’altro.
Anche allora, Benedetto XVI si inventò la giustificazione delle “due forme” dello stesso rito, cosa inaudita e, come detto prima, contraddittoria.

La realtà che si riscontra oggi è che la liturgia della Chiesa è frazionata in due celebrazioni della Messa: una maggioritaria e una minoritaria. Due celebrazioni che si differenziano in tutto: dalla forma alla lingua, alle preghiere, al canone, alle rubriche.
Due celebrazioni di cui una, la nuova, ha la connotazione di un culto centrato sull’uomo; e l’altra, l’antica, di un culto centrato su Dio.
Ora, dal momento che la Messa è l’espressione principale del culto che la Chiesa rende a Dio, ci si chiede quale possa essere la giustificazione per l’esistenza della Messa nuova. E non basta dire che è stata promulgata da un papa, sia perché si è trattato di un’invenzione ex novo, che non rientrava nei poteri di Paolo VI; sia perché l’introduzione della nuova Messa doveva necessariamente comportare l’abolizione o quantomeno l’accantonamento della Messa antica, cosa che anch’essa non rientrava nei poteri né di Paolo VI né di alcun altro papa.

E questo è tanto vero che lo stesso Benedetto XVI, nel Summorum Pontificum, fu costretto a riconoscere che la Messa antica non era mai stata abrogata; e tale costrizione derivava dal fatto che, molto semplicemente, nessun papa può abrogare un culto che vanta duemila anni di vita e che risale agli Apostoli.

Detto questo, cerchiamo di capire che cosa sta succedendo adesso con Papa Francesco che ha voluto aprire un’inchiesta sullo stato di applicazione del Summorum Pontificum.

Premettiamo che all’interno della Chiesa hanno continuato a proliferare i gruppi che, memori della rivoluzione realizzata dal Vaticano II, hanno guardato alla vita della Chiesa come a qualcosa in continuo divenire, con la stessa prospettiva con cui si muove la vita del mondo. Tali gruppi, che contano al loro interno un numero consistente di vescovi, immaginano una Chiesa che cambia continuamente e che inevitabilmente perde ogni elemento fondante, che risale a Nostro Signore, per acquisire ogni elemento sopravveniente dal mondo. Come dicevamo prima, una Chiesa non più centrata su Dio, ma sull’uomo.

Tali gruppi, che è da decenni che mirano ad una liturgia interamente protestantizzata, ultimamente hanno deciso di reagire con forza per cercare di neutralizzare un fenomeno che è un ostacolo quasi insormontabile per la realizzazione dei loro progetti.

Tale fenomeno ha un fondamento del tutto semplice e difficilmente amovibile: è il sensus fidei dei fedeli, quel senso della fede che, grazie a Dio, i fedeli conservano istintivamente per l’essere rivolti a Dio e guardare all’esempio della Madonna.

Il sensus fidei dei fedeli, nonostante 60 anni di predicazione e di pratica fuorviante, ha fatto sì che il numero dei fedeli che hanno preferito riprendere la celebrazione della Messa tradizionale è andato sempre aumentando, e questo non solo presso i laici, ma anche presso i chierici, e soprattutto presso i chierici più giovani.
Tale fenomeno è stato preso a pretesto per attaccare con veemenza il Summorum Pontificum che, nonostante le sue contraddizioni e suoi equivoci, è stato la base su cui si è sviluppato il fenomeno stesso.

Citiamo solo una frase di un appello che i gruppi suddetti hanno diffuso a firma di uno di loro, un tale Andrea Grillo, che insegna Teologia dei Sacramenti e Filosofia della Religione a Roma, presso il Pontificio Ateneo Sant’Anselmo. « … non ha più alcun senso che si facciano decreti per “riformare” un rito che è chiuso in una storia passata, ferma e cristallizzata, senza vita e senza forza. Per esso non può esservi rianimazione alcuna.»
Questa frase indica con chiarezza che ci troviamo al cospetto di quella dialettica ideologica camuffata da esplorazione teologico-giuridica di cui dicevamo prima.

Il Grillo qui camuffa e stravolge la realtà e taccia di cristallizzazione e di morte proprio quella Messa tradizionale che sa essere viva e vibrante un po’ dappertutto nel mondo cattolico, e lo fa con un certo malcelato livore, parlando di “rianimazione” per qualcosa che, non solo è più viva che mai, ma è viva e continua ad esserlo da duemila anni, perché solo l’opera dell’uomo conosce la decrepitezza e la morte, mentre l’opera di Dio dura senza fine.

Questo significa che non è stato e non è il Summorum Pontificum a mantenere acceso il fuoco della liturgia tradizionale, ma è la fede dei fedeli e, sarebbe ipocrita nasconderlo, l’esempio, la tenacia e l’opera dei sacerdoti della Fraternità San Pio X, a cui sono seguiti nel tempo quelli degli altri Istituti che hanno voluto mantenere la liturgia tradizionale.

Ebbene, è in questo contesto che nasce l’iniziativa di Papa Francesco che ha commissionato alla Congregazione per la Dottrina della Fede un’indagine conoscitiva sul Summorum Pontificum.

Due possono essere i motivi che reggono tale iniziativa: o si vuole minimizzare il già problematico Summorum Pontificum, per giungere alla sua abolizione e quindi tornare alla proibizione della Messa tradizionale; o, sulla base dell’esperienza condotta dai fedeli e sostenuta dalla loro fede, si vuole valorizzare la Messa tradizionale.

Lasciamo ai lettori la riflessione conseguente, noi ricordiamo solo che Papa Francesco è intervenuto pesantemente contro l’uso della liturgia tradizionale, nei confronti di alcuni organismi religiosi, tra i quali citiamo per tutti i Francescani dell’Immacolata, verso i quali si è praticata una vera e propria persecuzione.

Vediamo adesso i documenti che sono stati inviati ai vescovi.

La lettera


CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

PROT. N02/2020-ED
Città del Vaticano
Palazzo del Sant’Uffizio
7 marzo 2020

Sua Eccellenza Reverendissima,
Tredici anni dopo la pubblicazione del Motu Proprio Summorum Pontificum emanato da Papa Benedetto XVI, Sua Santità Papa Francesco desidera essere informato sull’attuale applicazione del documento summenzionato.
A tal fine, questa Congregazione, a cui sono state affidate le competenze di quella che fu la Pontificia Commissione Ecclesia Dei, gradirebbe che Lei inoltrasse il questionario in allegato a tutti i vescovi della Sua nazione, affinché si possa realizzare nelle loro rispettive diocesi l’inchiesta richiesta. Le sarei grato se potesse inviare i risultati dell’inchiesta a questa Congregazione entro il 31 luglio 2020.
RingraziandoLa in anticipo per la Sua preziosa collaborazione, colgo l’occasione per rinnovare i sensi della mia più alta considerazione.

Resto devotissimo di Sua Eccellenza,
Luís F. Card. Ladaria, SJ

Questa lettera appare del tutto giustificata. Se Papa Francesco vuole essere informato sull’applicazione del Summorum Pontificum, ne ha tutto il diritto. L’unica cosa che può sorprendere è che bastava chiedere agli ufficiali dell’ex Commissione Ecclesia Dei, che lavorano adesso nella stessa Congregazione e che sanno bene quante Messe antiche si celebrano e se col consenso o con la tolleranza o addirittura nonostante l’opposizione del vescovo.
Sembra quindi che quello che il Papa voglia conoscere sia in realtà l’opinione dei singoli vescovi, e questa è tutta un’altra cosa, poiché conoscere l’opinione dei singoli vescovi significa catalogarli, e questo indurrà molti vescovi ad esprimersi per compiacere Bergoglio in quella che sanno essere la sua disposizione verso la liturgia tradizionale.
Non sorprenderebbe che l’indagine partorisse l’immagine di un mondo cattolico che non ama la liturgia tradizionale, nonostante ogni evidenza contraria.

 

Il questionario


CONGREGATIO PRO DOCTRINA FIDE CONSULTAZIONE DEI VESCOVI SULL’APPLICAZIONE DEL MOTU PROPRIO SUMMORUM PONTIFICUM (Aprile 2020)

Diocesi:
Ordinario:

1. Qual è la situazione all’interno della Sua diocesi riguardo la forma straordinaria del Rito Romano?

2 . Se vi è celebrata la forma straordinaria, ciò è dovuto a una necessità pastorale reale o è promosso dall’iniziativa di un singolo sacerdote?

3. Secondo Lei, esistono aspetti positivi o negativi dell’uso della forma straordinaria?

4. Le norme e le condizioni del Summorum Pontificum sono rispettate?

5. Ritiene che all’interno della Sua diocesi la forma ordinaria abbia adottato elementi della forma straordinaria?

6. Per la celebrazione della Messa, Lei usa il Messale promulgato da Papa Giovanni XXIII nel 1962?

7. Oltre alla celebrazione della Messa nella forma straordinaria, vengono fatte altre celebrazioni (per esempio il Battesimo, la Confermazione, il Matrimonio, la Penitenza, l’Unzione degli Infermi, l’Ordinazione, l’Ufficio Divino, il Triduo Pasquale, i riti funerari) seguendo libri liturgici anteriori al Concilio Vaticano II?

8. Il motu proprio Summorum Pontificum ha influenzato la vita dei seminari (il seminario della diocesi) e di altri istituti di formazione?

9. Tredici anni dopo il motu proprio Summorum Pontificum, qual è il Suo giudizio sulla forma straordinaria del Rito Romano?

Andiamo con ordine.
La prima domanda è logica e coerente con l’idea dell’indagine, ma qui vale quanto abbiamo detto sull’inutilità di consultare il vescovo, bastava chiedere ad un ufficiale dell’ex Ecclesia Dei; tranne che tale informazione è stata ritenuta parziale, mentre invece avrebbe potuto essere più esauriente, fornendo anche la posizione dell’Ordinario del luogo, il quale, così interpellato, sarà portato a soggettivare l’informazione, anziché oggettivarla.

La seconda domanda è capziosa: sia perché non è la “necessità pastorale” a giustificare la liturgia della Chiesa; sia perché si vuole compilare, evidentemente, un elenco di sacerdoti che – “colpevolmente?” – preferiscono la Messa tradizionale alla Messa moderna.

La terza domanda è ancora logica e coerente, ma sarà curioso vedere quali aspetti negativi potranno venir fuori da questa indagine; tenuto conto che la realtà dimostra che l’uso della liturgia tradizionale è richiesta soprattutto dai fedeli, che per ciò stesso determinerebbero quella famosa “necessità pastorale”, che a questo punto sembra non contare più.

La quarta domanda è sibillina: poiché resta ancora da capire quali sarebbero le reali “disposizioni” date dal Summorum Pontificum, visto che in tredici anni nemmeno la Commissione Ecclesia Dei ha potuto definire la cosa con chiarezza e, soprattutto, in maniera certa dal punto di vista canonico-liturgico. Qui la soggettività del vescovo interpellato avrà il sopravvento e si determineranno più dubbi che chiarimenti.

La quinta domanda introduce uno dei punto dolenti: la mancata definizione, in tredici anni, dell’auspicio di Ratzinger di “aggiornare” La Messa nuova con l’apporto di elementi tratti dalla Messa antica. Punto dolente perché tale auspicio lasciava intravedere un altro pasticcio alla Ratzinger. La celebrazione del rito è per sua natura un tutto coerente e quindi è quasi impossibile introdurre degli elementi di un rito all’interno di un altro, senza snaturarlo. Facciamo un esempio semplice. Era, ed è, uso corrente che il celebrante la Messa tradizionale legga il Vangelo del giorno in latino, all’altare e rivolto a Nord; e immediatamente dopo si volga a sud, fuori dall’altare, per leggere lo stesso testo in lingua volgare e rivolto alla navata. Se si volesse introdurre nella nuova Messa questo elemento della Messa antica, bisognerebbe sconvolgere tutto l’impianto della celebrazione, che nel caso della Messa nuova non conosce né orientamento, né corretta collocazione del celebrante, dell’altare e dei fedeli.

La sesta domanda non è formulata in modo chiaro. Si riferisce al fatto che il vescovo celebri la Messa tradizionale? E se sì, quale altro Messale potrebbe usare questo vescovo se non quello tuttora in vigore per la bisogna? E se no, che senso ha la domanda? Forse la Congregazione interpellante sospetta che qualche vescovo potrebbe usare il Messale di San Pio V? E non è risaputo che quest’ultimo Messale è lo stesso di quello promulgato nel 1962, tranne alcune modificazioni accessorie?
Facciamo un esempio. Il Messale di Giovanni XXIII non prevede più la seconda recitazione del Confiteor appena prima della comunione dei fedeli e riservata ai comunicandi. Ebbene, ciò nonostante, tutti i celebranti attuali della Messa tradizionale lasciano che i fedeli non seguano questa modificazione introdotta da Giovanni XXIII, semplicemente perché la loro sensibilità liturgica e il loro sensus fidei li porta a meglio predisporsi alla Comunione rinnovando la confessione del loro stato di peccatori e la supplica del perdono tramite l’intercessione della Beata Vergine Maria e dei Santi. La domanda quindi può avere un solo scopo e dovrebbe essere formulata così: Lei celebra la Messa tradizionale? Sì o no? E in entrambi i casi, perché? Come mai invece la domanda non è chiara?

La settima domanda è anch’essa formulata in maniera inutilmente complicata. In realtà essa chiede se venga usato esclusivamente il Messale tradizionale o se invece sia stato adottato l’uso dell’intera liturgia sacramentale tradizionale.
Qui vale la stessa considerazione di prima. La liturgia della Chiesa ha una sua coerenza complessiva, tale che l’uso di una parte di essa finisce con l’imporre l’uso di tutte le altre parti. L’esempio tipico di questa coerenza è costituito dal rapporto esistente tra il rito della Messa e il rito del Battesimo. Il rito della Messa tradizionale è fondato sulla centralità di Dio, tale che l’intera navata della chiesa è la “casa di Dio”, ed impone ai fedeli una tenuta corrispondente. Al momento dell’accettazione di un nuovo battezzato, non essendo questi un membro della Chiesa, gli è interdetto l’accesso alla navata, alla “casa di Dio”, figuriamoci all’altare! Così, il rito tradizionale del Battesimo esige che il battezzando non possa essere introdotto nella navata se prima, fuori di essa, non ha rinunciato al mondo, a Satana e alle sue pompe. Chi tiene alla centralità di Dio, quindi, pratica sia il rito tradizionale della Messa, sia il rito tradizionale del Battesimo. La domanda, così com’è formulata, dimostra che il suo autore non conosce questa intima coerenza dell’intera liturgia e concepisce i vari riti sacramentali come staccati gli uni dagli altri. Questo è segno proprio della moderna concezione liturgica che, conoscendo solo la centralità dell’uomo, riesce a concepire solo una parcellizzazione delle azioni dell’ufficio divino al pari della parcellizzazione delle azioni umane.

L’ottava domanda, pur parlando di “influenza”, intende sapere se nei seminari e negli istituti di formazione si sia adottato in qualche modo anche l’uso della Messa tradizionale. Ora, logica vuole che proprio negli istituti di formazione dei chierici si adotti l’uso, almeno parziale, della Messa tradizionale. Se non altro perché i nuovi sacerdoti hanno il bisogno e il diritto, e i loro superiori nella fase di formazione hanno il dovere, di prepararli all’uso corretto della Messa tradizionale; così che una volta nell’agone pastorale siano debitamente preparati per rispondere alle esigenze e alle richieste dei fedeli. La domanda, invece, manifesta la preoccupazione che la Messa tradizionale possa essere celebrata ben oltre la mera soddisfazione delle richieste dei fedeli, come se si trattasse di una sorta di infezione virale che è bene impedire che si diffonda anche nei seminari. Lo scollamento tra lo spirito del Summorum Pontificum e lo spirito della moderna compagine ecclesiale è palese. Al punto che si è obbligati a pensare che l’indagine promossa abbia in vista l’eliminazione di ogni elemento di “disturbo” rappresentato in qualche modo dalla Messa e dalla liturgia tradizionali. Cioè abbia lo scopo di fare repulisti di ogni residua velleità tradizionale presente nei fedeli; come auspicato dai gruppi protestantizzanti che si sono mossi, non a caso, poco prima della messa in essere dell’iniziativa di cui ci occupiamo.

La nona domanda è un compendio e insieme un chiarimento delle precedenti.
Si chiede al vescovo un “giudizio” sulla Messa tradizionale. Che senso ha una domanda del genere, visto che riguarda la liturgia della Chiesa e non una partita di calcio? Considerato che Benedetto XVI ha voluto precisare, seppure in maniera impropria e scorretta, che esiste solo un rito cattolico della Messa, di cui la nuova e l’antica sarebbero solo delle “forme”, la domanda equivale a chiedere ai vescovi il loro giudizio sulla liturgia della Chiesa. E che cosa significa un’assurdità del genere? Può solo significare, se l’italiano non è un’opinione, che si cerca di capire se non debba essere inventato un nuovo rito della Messa. E’ così? Non lo sappiamo.

E questo ci porta alla conclusione: per cercare di capire con esattezza il senso di questa inchiesta è necessario aspettare fino a dopo il 31 luglio prossimo, quando saranno arrivate le risposte dei vescovi, saranno compendiate e presentate a Papa Francesco, e questi deciderà il da farsi, mettendo in chiaro le sue reali intenzioni; magari con l’istituzione di una nuova commissione che rinvierà sine die ogni concreta decisione, lasciando che nel frattempo si instauri nella Chiesa un nuovo caos relativo all’uso della Messa tradizionale, con i vescovi che si muovono in ordine sparso in balia dei vari gruppi di pressione. E i fedeli? E la Chiesa? Continueranno a contare sempre meno. Amen.

Giovanni Servodio


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