In Sudan l’infibulazione diventa reato


 

Il 30 aprile è avvenuto un cambiamento storico in Sudan.
Il governo di transizione, succeduto nel 2019 al dittatore Omar Hassan al-Bashir, ha annunciato il divieto di infibulazione a danno di donne e bambine, con pena fino a tre anni di carcere.
L’infibulazione, secondo l’ONU, è stata subita dall’88% delle donne sudanesi tra i 15 e i 49 anni.

L’infibulazione è una pratica invalidante che comporta la rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni.
La maggior parte delle donne sudanesi subisce quella che l’Organizzazione Mondiale della Sanità chiama circoncisione di tipo 3, una forma estrema di mutilazione in cui vengono rimosse le labbra interne ed esterne, e di solito il clitoride.

Questa pratica è fortemente radicata nella cultura del paese e la norma dovrà confrontarsi con diverse realtà in cui la credenza tradizionale è che essa garantisca l’onore della famiglia e la possibilità di un matrimonio, nonostante possa causare infezioni, infertilità o complicazioni durante il parto e in alcuni casi anche la morte, riducendo notevolmente il piacere sessuale.
La norma sarà inserita in un nuovo articolo del codice penale che fa riferimento al capitolo 14 della dichiarazione costituzionale sui diritti e le libertà approvata nell’agosto 2019.

Molte sono le forti testimonianze delle vittime dell’infibulazione, donne, ragazze, bambine che hanno subito sofferenze, spesso costrette dalle stesse madri a loro volta vittime nell’infanzia.

Questa nuova legge segna un notevole passo avanti verso il riconoscimento di diritti umani essenziali che venivano negati in nome di antiche tradizioni.

Steadfast Onlus vede in questo cambiamento un buon segnale, auspicando che sia un ulteriore passo verso una nuova cultura dove la figura della donna non venga violata ma esaltata.

EMMANUELE DI LEO


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