Giovanni Falcone, il giornalista Lodato svela il nome della “mente raffinatissima”


 

Il 23 maggio prossimo ricorreranno i 28 anni dall’attentato di Capaci, quello in cui morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie (e giudice) Francesca Morvillo e gli agenti di scorta  Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

Le indagini su alcuni episodi avvenuti durante la vita di Giovanni Falcone sono ancora in corso su diversi punti.

Uno di questi riguarda la famosa affermazione del giudice palermitano relativa alle menti raffinatissime. 

La mattina del 21 giugno 1989, alle 7:30, gli uomini della scorta di Falcone, durante una ricognizione diretta sulla spiaggia antistante la villa al mare che il magistrato aveva affittato per l’estate nella località palermitana dell’Addaura, sul lungomare Cristoforo Colombo n. 2731, ritrovarono accanto a uno scoglio una borsa sportiva contenente una cassetta metallica con 58 cartucce di esplosivo Brixia B5, per un peso complessivo di 8 kg, insieme a una muta subacquea e a delle pinne abbandonate. Il giudice quel giorno attendeva l’arrivo dei colleghi svizzeri Carla del Ponte e Claudio Lehmann per discutere alcuni aspetti dell’inchiesta Pizza Connection.

Secondo quanto riferito dal pentito Angelo Fontana, l’attentato fallì a causa della mancata realizzazione del programmato bagno a mare insieme ai componenti della delegazione elvetica e grazie alla ricognizione degli agenti di scorta, che spaventarono gli attentatori. Data la gravità della situazione e l’evidente difficoltà di operare su un congegno sconosciuto, gli agenti della scorta decisero di richiedere l’intervento di un artificiere esperto in anti-sabotaggio. Nella tarda mattinata del 21 giugno giunse sul luogo l’artificiere dei Carabinieri Francesco Tumino, il quale, dopo avere esaminato l’ordigno ed avere fatto sgombrare l’area, temendo che un intervento immediato potesse fare deflagrare l’ordigno per la possibile presenza di congegni antirimozione o a tempo, decise di disattivare l’ordigno utilizzando una microcarica per disarticolare i collegamenti tra il meccanismo di innesco e l’esplosivo. Questa tecnica, se permise di analizzare in condizioni di maggiore sicurezza il contenuto della borsa, danneggiò tuttavia fortemente il comando di attivazione della carica esplosiva, costringendo gli inquirenti ad una delicata e laboriosa opera di rastrellamento estesa anche allo specchio di mare antistante la piattaforma con unità subacquee, allo scopo di ricercare tutti i frammenti che componevano il congegno esplosivo.

Il fallito attentato si inserì in una lunga serie di avvenimenti orientati a indebolire l’azione del Pool Antimafia e a screditare la figura di Giovanni Falcone. 

Diciannove giorni dopo il fallito attentato, Giovanni Falcone rilasciò un’intervista a Saverio Lodato in cui affermò: “Ci troviamo di fronte a mentì raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi”. Il magistrato sempre in quell’occasione aggiunse: “Sto assistendo all’identico meccanismo che portò all’eliminazione del generale Dalla Chiesa. La ricorda l’operazione di sterminio denominata Carlo Alberto? Il copione e quello. Basta avere occhi per vedere”.

Nella serata di mercoledì 20 maggio 2020, durante la trasmissione televisiva “Atlantide”, andata in onda su La7, il giornalista Saverio Lodato ha svelato all’intervistatore Andrea Purgatori che Giovanni Falcone gli “fece il nome del dottor Bruno Contrada”.

QUI un estratto della trasmissione




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