La denuncia: “la didattica a distanza è fallita. Gli studenti sono in celle d’isolamento…”


Chiamiamola col nome che le è proprio, chiamiamola Soluzione Ministeriale d’Emergenza, ma non chiamiamola Formazione, non chiamiamola Didattica, né, tantomeno, a distanza! Rivolgiamoci a lei in maniera diretta ed immediata, abbandoniamo il “Lei” del galateo, e guardiamola dritto negli occhi, mettendo via, una buona volta, le lenti edulcoranti ormai invalse nella moda dell’ultimo brand, la “Fad” o “Dad”, della stagione taggata pandemia! Non abbiamo varcato il confine del Nuovo Mondo della scuola, non abbiamo fatto l’ultima scoperta della Belle Epoque della funzione docente, non non abbiamo compiuto l’allunaggio sul pianeta della didattica satellitare!

Abbiamo risposto all’urlo emergenziale in modo scomposto, approssimativo, raccogliticcio e raffazzonato, abbiamo raccolto il guanto di una sfida che si è rivelata fallimentare. Utilizziamo, per non scostarci dai corredi che ci sono cari, la gomma dell’onestà intellettuale per cancellare dalle lettere di questo acronimo altisonante i colori del panegirico e della divinizzazione, e, dopo aver scrostato la sinopia dalla patina accesa della celebrazione fasulla, restituiamo alla luce quanto rimane sul fondo, ovvero un grande bluff, il tentativo vacuo e vano di insegnare qualcosa guardando in faccia uno schermo su cui spesso una faccia non c’è, passando la parola attraverso un microfono sovente dall’altra parte muto di parole, porgendo l’orecchio a chi, all’altro capo, non è nelle condizioni di tenderlo, sperando in un output ignaro dell’input ricevuto!



La prateria su cui sono cresciute difficoltà pratiche ed organizzative è nota a tutti noi. È nota ai genitori, i veri mediatori didattici di questa anomala sperimentazione, coloro che hanno recepito le consegne affidate alle piattaforme didattiche, coloro che hanno assicurato ai propri figli la trasmissione dei compiti eseguiti ai coordinatori di classe, coloro che hanno avuto il merito di farsi facilitatori dell’insegnamento, rivestendo un doppio ruolo che ha usurato tempo ed energie.

È nota agli alunni, disorientati dal cambiamento repentino e catapultati in una camera, mondo che, da oasi felice, si è trasformata nella cella d’isolamento da cui sognare di scorrazzare tra i banchi e di dare quello scapaccione al compagno in barba ai prof.

E, in ultimo, le abbiamo ben chiare noi docenti queste difficoltà, noi che viviamo la frustrazione della tenuta del wi-fi, noi che ci siamo illusi di potere creare un’interazione, che è sempre biunivoca per essere autentica, quando abbiamo dovuto ripiegare sulla ricerca di una scarna relazione personale a distanza, priva di scambio, reciprocità e fisicità.
E con la stessa lucidità che ci conduce a questa presa d’atto tentiamo, tuttavia, di dare un senso a ciò di cui siamo chiamati ad essere parte.
È il racconto archetipico del mito che, come nelle antiche civiltà, ci viene in soccorso, con l’immagine di Sisifo, condannato a spingere sino in cima un masso che, miseramente e sistematicamente, rotolerà a valle. Noi siamo come lui, prendiamo fiato, imbrocchiamo la salita, consapevoli del tracollo, ma sostenuti, comunque, dalla molla dello sforzo e della tenacia.

 

Romina Lo Piccolo, docente scuola secondaria di primo grado




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