In bici, in solitaria, per 11 mesi e 11.500 km, alla ricerca di un senso dell’esistenza


Una pedalata in solitaria. 11.500 chilometri. Da Santa Marta – uno dei punti più a nord della Colombia – fino al traguardo della strada più australe del mondo: Puerto Williams, in Cile.

È il 2017, Beatrice Filippini vive a Londra. Stanca dei ritmi veloci, tra studio e lavoro, decide di rallentare. Di prendersi del tempo per riconnettersi con se stessa, con le persone e la natura. Si licenzia. Parte senza sponsorizzazioni. Senza nessun supporto, alla ricerca del vero sapore della vita.

Beatrice Filippini, classe 1990, ha studiato a Perugia e Milano, per poi trasferirsi a Londra. Qui ha lavorato come infermiera, specializzandosi in area critica (MsC). Nel 2017 ha lasciato il posto fisso, per pedalare 11 mesi in Sud America alla ricerca di un senso più profondo dell’esistenza. Attualmente vive e lavora a Zurigo.

Nel libro “PedalAnde – In solitaria su una bici pieghevole dalla Colombia alla Terra del Fuoco” (Edizioni Terra Santa, Milano 2020) Beatrice Filippini più che la storia di un viaggio in bici racconta la storia di un viaggio nelle vite degli altri. Un viaggio interiore. Senza protezioni dalla pioggia, dal vento, dal caldo, dal freddo, dalla paura e dalla felicità. Per imparare a ricevere e, lentamente, a dare. A irradiare tutta l’energia dell’amore in modo autentico e reale, imparando a condividere il cibo, il tempo, una parola e un sorriso.

E’ un libro illuminante sulle motivazioni che muovono i ciclo-viaggiatori: non solo chilometri e fatica, ma anche consapevolezza, solidarietà e sostegno.

“Questo libro ha avuto una storia travagliata, avrebbe dovuto scriverlo una mia amica, Chiara”, ha scritto nell’introduzione l’autrice. “Non ha poi scritto le pagine che state per leggere, ma con un messaggio, quando ancora ero in Colombia, mi ha dato lo spunto per questa introduzione, proponendo un possibile titolo: ‘Alla ricerca del vero sapore delle fragole’. Quando l’ho letto, ero seduta in un bar a mangiare proprio una macedonia di fragole. Chiudendo gli occhi ho cercato di gustarne il sapore al massimo. Ho percepito così una fresca dolcezza sfuggitami prima. Da quando pedalo, ho incontrato persone ‘affamate’ di risposte sul viaggio. Persone che, spinte dalla curiosità, domandano come se volessero mangiare quello che ho fatto, per sentire sapori nuovi. Quando si mangia in modo veloce e vorace, è difficile però gustare il vero sapore delle cose. Una volta sazi, avranno sentito tutto? Ho provato una simile curiosità verso un’amica che ha viaggiato e vissuto vari anni in Sud America. L’ho incontrata in Bolivia; facendole domande basate sul pregiudizio, ho capito poco. Ero sorda verso le sue risposte. Mi viene in mente una storia in cui un filosofo si reca da un maestro zen per conoscere la sua filosofia. Il maestro offre del tè e continua a versarlo anche se la tazza è ormai stracolma, tanto che il liquido fuoriesce: ‘Come questa tazza, devi svuotare la tua mente da congetture e opinioni prima di versarci dentro altro'”.

E’ un cuore assetato di vita quello di Beatrice che si è spinta fino a 5000 metri lungo strade di montagne innevate a cui seguivano discese insidiose e al limite dell’umano. Il tutto per riconnettersi con sè stessa dopo aver lasciato tutto per scoprire il vero sapore della vita. E’ una storia senza filtro, senza protezioni come senza protezioni era Beatrice (vittima anche di una rapina) alla ricerca della felicità senza temere la paura. Un viaggio fisico ma anche (e soprattutto) morale per comprendere il piacere del ricevere e del dare, il piacere della scoperta e della condivisione (anche del cibo). La scrittura scorrevole ed essenziale, narra cose straordinarie con la semplicità della verità con la forza della consapevolezza e della solidarietà. Un libro da leggere ed assaporare lentamente, tra avventura e scoperta dell’anima.


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