Lo mandano in hospice, senza che la moglie possa opporsi. Morto di fame e sete


È una storia che verrà annegata nella statistica da CoViD, ma il 46enne Michael Hickson, tetraplegico vigile, cosciente, responsivo e gioioso nelle poche manifestazioni che gli concedeva la malattia, è stato ucciso per un motivo che la moglie Melissa ha registrato dalla voce del medico del St. David’s South Austin Medical Center. Michael era stato ricoverato per polmonite CoViD+ (infettato da uno degli infermieri dell’assistenza domiciliare), ma i medici si rifiutavano di somministrargli le cure, pur disponendo anche dell’antivirale Remdesivir, per via della sua disabilità, che lo esclude dal criterio della “qualità della vita” da considerare nelle linee guida federali.

Medico: «Per quanto riguarda la qualità della vita, be’, Michael ora non ne ha una».
Melissa: «Cosa significa? Siccome è paralizzato e cerebroleso non avrebbe “qualità della vita?»
Medico: «Esatto.»
Prima che i medici comunicassero la loro intenzione di uccidere Michael, egli stava pregando via FaceTime con Melissa e i loro bambini, muovendo il capo con cenni oranti, il massimo che poteva fare. Quindi arriva la proposta del trasferimento in hospice, dove a Michael si prospetta l’“accompagnamento” alla morte in assenza di idratazione e nutrizione.
Melissa rifiuta, ma il team di Austin le dice che con l’ospedale in stato di necessità la famiglia non ha il potere legale di pretendere diverse cure. Si verifica il sempre più classico conflitto famiglia-medici in contesto di sanità angloamericana, dove gli ospedali hanno l’ultima parola finché non arriva la disposizione dell’arbitrato giudiziario.
La famiglia di Michael ha quindi portato rapidamente la questione in tribunale per nominare un “guardian”, un tutore permanente per garantire le cure a Michael. Ma contemporaneamente un giudice distrettuale di Austin ha nominato un’associazione di assistenza convenzionata a servizio sociale, Family Eldercare, per il tutoraggio provvisorio, la quale ha dato il via libera alle decisioni dei medici di trasferirlo in hospice per il “trattamento di fine-vita”. Nuovamente a Melissa è stato ribadito che non aveva facoltà di opporsi, specialmente ora che il decisore titolare era stato nominato da un magistrato che ne aveva giurisdizione: «Questa decisione appartiene alla comunità medica e allo Stato».
Michael è stato privato di idratazione e nutrizione per 6 giorni, prima che la disidratazione compromettesse i sistemi principali fino alla morte, dopo aver provocato una pesante sofferenza muscolare per accumulo di elettroliti e il prosciugamento delle mucose, grido d’aiuto del corpo soffocato dalla sedazione. È deceduto l’11 giugno.
La testimonianza di Melissa è stata raccolta dalla Texas Right to Life.

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