La persecuzione religiosa anticristiana è una delle grandi emergenze planetarie


Sembrava terminata con la fine del Novecento, il secolo non caso definito da Giovanni Paolo II come “il secolo di Caino”, e invece la persecuzione religiosa anticristiana è indubbiamente una delle grandi emergenze planetarie di questo inizio secolo.

Per chi vuole comprendere meglio di che cosa si tratta, capirne i motivi prossimi e remoti, nonché averne un quadro completo, l’ultimo rapporto sulla dottrina sociale della Chiesa nel mondo dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân fornisce una serie inedita di analisi, dati e documenti tutti da leggere (cfr. G. Crepaldi – S. Fontana, Settimo Rapporto sulla Dottrina Sociale della Chiesa nel Mondo. Guerre di religione, guerre alla religione, Cantagalli, Siena 2016).

Curato a quattro mani dal Presidente, l’Arcivescovo di Trieste, monsignor Giampaolo Crepaldi, e dal Direttore, il professore Stefano Fontana, il rapporto – che ogni anno prende in esame un tema centrale per la dottrina sociale della Chiesa – affronta in modo non convenzionale i temi caldi del cosiddetto ‘conflitto di civiltà’, del dialogo interculturale e interreligioso fino ad arrivare ai teatri di guerra veri e propri marcati confessionalmente.

Il panorama appare così differente, ma in realtà solo apparentemente, tra l’Occidente in cui il Cristianesimo si è diffuso per primo e il resto del mondo in cui il Cristianesimo non è ancora – oppure non lo è mai stata – la religione dominante.

Se infatti oggi i martiri si trovano soprattutto in Medio Oriente e in Africa, perlopiù nelle zone conquistate dal terrorismo jihadista del fondamentalismo di matrice islamica, esistono pure – fanno notare gli studiosi del rapporto – dei casi ricorrenti di persecuzione religiosa in Europa e in America del Nord, particolarmente per quanto attiene alla difesa dei princìpi non negoziabili in politica e pubblicamente a scuola, negli ambiti della cultura e nelle istituzioni della società civile. Su tutto questo, però, la comunità internazionale – tanto a livello istituzionale, quanto di mass-media – non ha ancora prodotto una riflessione culturalmente adeguata.

Per quanto riguarda il primo fronte, ci si scandalizza magari per l’ultimo massacro eclatante (come il caso delle quattro povere suore di Madre Teresa trucidate in Yemen appena qualche tempo fa) ma, passata l’eco del momento, torna poi tutto come prima senza che l’enormità dei fatti in gioco (si pensi anche al caso incredibile di Asia Bibi ancora in carcere e alla condizione quotidiana di milioni e milioni di cristiani in Paesi come il Pakistan, la Nigeria, il Sudan, l’Eritrea, l’Iraq, l’Afghanistan e tutta la Penisola arabica) dia luogo a una seria presa di coscienza della gravità della “catastrofe umanitaria” in corso, per usare le parole persino delle ONG più laiche presenti da tempo nelle aree di crisi citate.

D’altra parte, sul secondo fronte, va rilevato invece come la guerra che contesta ugualmente la missione della Chiesa in vario modo, espellendo con decisione i simboli della fede dai luoghi pubblici, ridicolizzando i suoi rappresentanti nella cultura della comunicazione e nell’agone politico, mettendo mano infine alle leggi dello Stato per impedirne le ultime resistenze (ostacolando, ad esempio, l’esercizio dell’obiezione di coscienza nei casi con implicazioni bioetiche o avviando un’opera di laicizzazione di massa a tappeto nelle scuole) nei Paesi più benestanti o progrediti sia appunto una guerra vera e propria e non una serie casuale di episodi.

Si tratta in questo caso di un altro tipo di guerra, che si combatte su un livello culturale-propagandistico e su un livello giuridico-politico, di natura ‘silenziosa’ se si vuole, che quindi emerge di meno perché non fa morti in senso fisico ma a lungo-termine produce un effetto non meno devastante sulle comunità religiose che vedono la loro presenza sulla pubblica piazza sempre meno tollerata e accettata, come se il credente – per il fatto di essere credente – non fosse una parte pienamente rappresentativa della comunità civile.

Questa la riflessione che ne fa monsignor Crepaldi: “Davanti a questi inquietanti scenari finiamo per essere tutti impauriti. Il mondo di ieri ci sembra obsoleto, molte certezze che ci garantivano tranquillità vengono meno. Sappiamo che il futuro ci chiederà di pagare qualcosa, di rinunciare ad aspetti importanti della nostra vita, ma non sappiamo ancora cosa questo realmente significherà. Notiamo una debolezza non solo della politica ma anche della nostra cultura occidentale e cristiana a capire quanto sta avvenendo. Circola un palpabile senso di smarrimento. Molti dicono ‘siamo in guerra’, ma non si sa bene con chi e dove questa guerra si combatta. Anche le guerre oggi seguono altre strade rispetto al passato. Ci sentiamo minacciati, sappiamo che il nemico è lontano ma può essere anche molto vicino. Cerchiamo conforto nella chiusura delle frontiere e in un uso più attento dei servizi di intelligence, ma dentro di noi sappiamo che la nostra debolezza ha cause molto più profonde. Dopo i fatti di Bruxelles si è sentita molta retorica a difesa dei ‘nostri valori’, ma la realtà è che nella nostra Europa non sappiamo più molto bene quali siano questi ‘nostri valori’. Le nuove guerre di religione mettono in difficoltà l’Europa proprio su questo punto. In genere i nostri politici parlano, a questo riguardo, del valore della libertà, da difendere ad ogni costo. Ma la libertà è resa un valore dai suoi contenuti. Una libertà vuota non è un valore ma una condanna. E purtroppo la cultura europea sostiene da tempo una concezione di libertà dissociata dal bene. Oggi si parla molto della revisione del trattato di Schengen. Molti propongono di rafforzare almeno le frontiere verso l’esterno dell’Unione. Vogliono blindare i varchi e perfino le fessure. Ma quanti varchi e quante fessure lo stile di vita europeo ha lasciato aperti nei confini delle anime? Abbiamo messo in discussione addirittura la vita e la famiglia… La debolezza è sempre prima di tutto un fatto interno, un fatto di natura morale. Oggi l’Europa sente questa sua intima debolezza e da ciò deriva l’inquietudine diffusa che oggi si respira un po’ ovunque”.

È allora in questa situazione di crisi che torna quanto mai urgente recuperare il senso della speranza cristiana, forse mai come oggi da valorizzare quale virtù civica e politica di fondamentale importanza per la salvaguardia di quel bene comune che poi da sempre è uno degli obiettivi perenni della dottrina sociale della Chiesa: “A lenire questo senso di fragilità e di timore per il futuro giungono le parole benefiche e ristoratrici di Papa Francesco. Il suo recente magistero si è rivolto a dare coraggio, a liberare dalla paura, ad aprirsi alle nuove esigenze che il Signore della storia ci pone davanti. Il Papa non fa mai discorsi limitatamente politici. Siamo davanti a fenomeni di tale portata che richiedono, oltre alle misure politiche, una visione più ampia, direi di spiritualità della storia. Le grandi trasformazioni non devono immobilizzarci nella trepidazione, devono piuttosto renderci più solleciti, spinti fiduciosi in avanti, forti della creatività del Vangelo. I problemi, anche quelli gravissimi, ha per esempio detto il Papa alla Veglia del Sabato Santo, sono “da evangelizzare”: «Il Consolatore non fa apparire tutto bello, non elimina il male con la bacchetta magica, ma infonde la vera forza della vita, che non è l’assenza di problemi, ma la certezza di essere amati e perdonati sempre da Cristo, che per noi ha vinto il peccato, la morte e la paura». Nella benedizione Urbi et Orbi, Papa Francesco ha affermato una cosa assurda se esaminata dal solo punto di vista politico, ossia che l’antidoto al terrorismo è la misericordia. Vorrei ricordare qui che qualche osservatore ha criticato l’espressione con cui il Papa ha denunciato i fatti di Bruxelles – frutto, secondo lui, di una violenza “cieca” – vedendovi una evasione dallo specifico contesto di una violenza identificabile come jiahdista o islamista. Ma la violenza omicida e, in questo caso, anche suicida ha sempre un centro focale cieco, si allunga sempre nel mistero del male, nella corruzione dell’anima umana. Si voleva che il Papa facesse un discorso politico, ma il grande aiuto che il Santo Padre sta dando all’umanità in quest’epoca di drammatici cambiamenti è di un ordine diverso, più alto. Gli animi devono alzare lo sguardo e vedere le vicende e i processi da un punto di vista più elevato, per non esserne travolti e per non rimanere nella cecità. L’anno della misericordia e i continui interventi di Papa Francesco su questo tema possono fare molto bene a questa umanità dal respiro asfittico, sempre meno fiduciosa nei propri strumenti dopo averli esaltati e assolutizzati fin troppo”.

Per uscirne, insomma, i curatori del Rapporto auspicano un ritorno della cultura forte della ragione, libera finalmente da ogni pregiudizio antireligioso, e una ri-scoperta di quel diritto naturale che da sempre, al di là delle singole differenze etniche, linguistiche e geografiche resta il metro di giudizio più affidabile per valutare la bontà e l’idoneità della religione nella vita pubblica dei popoli. Immaginare una civiltà senza religione è pura utopia – mai nella storia sono esistite civiltà del genere, d’altronde – ma è anche vero che solo la religio vera, Rivelazione di un Dio misericordioso che ama e si prende cura di tutti gli aspetti della vita dell’uomo, produce una reale civiltà, ovvero uno sviluppo che sia armonicamente materiale, umano e spirituale.

 

 

OMAR EBRAHIME
La guerra al Cristianesimo nel mondo
in Corriere del Sud n. 7
Anno XXV/16, p. 3


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