La geografia del cuore della beata trinitaria, moglie e mamma Anna Maria Taigi


Se un giorno, magari in una ridente mattina, quando il cielo turchino sembra fresco di bucato, avrete voglia di spendere qualche ora per rincorrere la geografia del cuore dei luoghi romani di Anna Maria Taigi, questo breve articolo potrà farvi da nocchiero e guida. Vi consiglierei, anche se potrà apparire strano, di cominciare dalla coda, nel luogo cioè dove la nostra dolcissima beata trinitaria, moglie e mamma, riposa dopo la sua intensa vita, tra le beghe quotidiane, in comunione spirituale con il Signore.

Prendete, dunque, il tram 8 che va e viene dalle Botteghe oscure e, attraversato il Tevere. Scendete alla fermata intitolata al gran poeta romanesco Giuseppe Gioacchino Belli, che della Taigi fu più o meno coevo e che, dal suo monumento, in tuba e redingote, vi guarderà dall’alto il basso, come a rammentar che l’ironia bonaria che lo ispirava era un dono anche quello del cielo. Davanti a voi, s’erge, magnifica, la basilica di San Crisogono che sorge sull’antenata più antica e se vorrete potrete, per vederla, scendere d’un piano nel ventre della terra, cosa che a me ha lasciato assai sgomenta. La chiesa è tenuta dai padri trinitari. Una volta entrati, bastano pochi passi per raggiungere, sulla sinistra, la cappella dedicata ad Anna Maria. Come in una visione celeste, divisa da noi dalla sua teca di cristallo, ecco la beata, bionda, come addormentata,  l’ovale del viso ricamato da una cuffia in pizzo. Il suo silente messaggio fa sentir nel cuore uno zefiro di serenità. Inginocchiarsi e prendere un santino viene naturale come bere un bicchier d’acqua nell’arsura d’agosto. Di certo, se saprete cacciare i pensieri, che sono le mosche cocchiere dell’anima in tumulto, essa vi parlerà, dandovi i santi consigli che dava, quando era sulla terra, a tutti: popolani, marchesi, frati e cardinali. Il suo dono speciale (lo ebbe per 47 anni) era un sole incoronato di spine nel quale vedeva ciò che sarebbe stato, persino l’esilio di Napoleone a Sant’Elena. Ebbe sette figlioli e un marito difficile. E la sua gran consolazione, cosa che me la rende sorella, era il caffelatte della mattina presto, nell’aroma delizioso che si spande per le stanze quando il sole ancora non ha neppur cominciato ad arare nuvole e cielo…

Dopo l’orazione in unione spirituale, è tempo di fare una capatina in sacrestia dove troverete il parroco che ha le chiavi per aprire la porta a grata che divide la chiesa dal piccolo museo dedicato ad Anna Maria Taigi. Si apre la porta ed eccoci immersi nel suo piccolo mondo privato, profumato di pulito, al sapone di Marsiglia. Ci sono i suoi vestiti, c’è il suo inginocchiatoio, il tavolino e persino il quadro, da lei dipinto, che rappresenta il sole incoronato di spine che la ispirava. E ora che avete fatto, per così dire, il pieno di lei  che era piena di Lui, facciamo un passo indietro e spostiamoci da Roma a Siena, dove, il 29 maggio del 1769, era nata Anna Maria Giannetti, figlia di uno speziale senese andato in rovina e che, per questo, con moglie e figlia riparò nell’Urbe.

Poco più che bambina, dunque, Anna Maria si ritrovò a vivere, con la sua famiglia, dalle parti dei Santi Apostoli. Fu mandata a scuola dalle maestre Pie Filippini, all’Arco de’ Ginnasi, dove mi sono recata in un giorno di sole di qualche tempo fa. Giunta alla meta, in Largo Santa Lucia Filippini 20, mi sono trovata davanti a una Casa per ferie. Ho suonato al campanello e atteso i ritorno della superiora, la quale mi ha condotto poi nella cappella del convento dove, come mi ha assicurato, Anna Maria andava a pregare. Prego anche io, in ginocchio, mentre alzando il capo, da lassù, sembra darmi il benvenuto una stupenda statua dell’Immacolata concezione. Bella nei capelli sciolti, della purezza e dell’innocenza…

I soldi in casa Giannetti erano pochi, così oltre a studiare, Anna Maria trovò da lavorare a servizio, a Piazza sant’Eustachio, nel palazzo di una nobile famiglia di allora i MaccaraniAlli. I quali avevano (e hanno) la cappella (entrando, è la prima  sulla destra) nella chiesa di San Marcello al Corso, che era poi la parrocchia di Anna Maria. Che strano, i MaccaraniAlli, per le combinazioni della Provvidenza, hanno a San Crisogono la loro cappella funeraria! Nella cappella MaccaraniAlli di San Marcello splende una magnifica Annunciazione di un pittore toscano, Lazzaro Bardi. Una volta a San Marcello, non dimenticatevi di pregare di fronte al Crocifisso ligneo che è stupendo e miracoloso! Vi suggerisco, timidamente, anche di ammirare il magnifico dipinto dei fratelli Zuccari che racconta, con lucente finezza, la conversione di Saulo. Paolo, vestito di turchino, sembra un principe azzurro mentre il cielo si apre nella voce santissima di Dio che scende in forma di colomba. Il quadro vive di luce e l’anima si acquieta nella speranza , anche per noi, dell’incontro supremo…

Fu sempre a San Marcello che, giovanissima, Anna Maria incontrò Domenico Taigi, “facchino di credenza” dei Principi Chigi,  senesi, e tre mesi dopo,  lo sposò. La giovane coppia andò ad abitare a Palazzo Chigi. Sì, sì, proprio il palazzo del governo, da dove oggi, assistiamo alle conferenze stampa del presidente del Consiglio e dei suoi ministri. Allora, il palazzo era ancora proprietà della famiglia Chigi, che lo abitava insieme alla numerosissima servitù, facendo la spola tra qui e la villa Farnesina. Tra gli altri, Domenico e Anna Maria. La famiglia cresceva e i due sposi furono costretti a trasferirsi nel palazzo di fronte che poi divenne il grande magazzino “La Rinascente”, che ebbe il suo nome poetico niente meno che da Gabriele D’Annunzio. Una curiosità, il vate abruzzese inventò anche il nome dei grandi magazzini Standa, fatti per il popolino, cavando alla parola la “r” e la “d”…

Torniamo ad Anna Maria, che, per la terza volta sarà costretta a fare i bagagli e a cambiar casa. La sua ultima dimora fu in Via del Corso 262, ovvero a Palazzo Odescalchi, che era stato, fino a poco prima, in usufrutto al cardinale Flavio Chigi. Poco più in là, sempre in via del Corso, al numero 335, c’era  Palazzo Selvaggi, dove abitava, con la famiglia dei suoceri Elisabetta Canori Mora, un’altra dolcissima beata trinitaria di cui abbiamo già scritto.

Eccomi qui, in una Roma desolata, mangiata da uno strano virus invisibile, il cielo è bianco e immobile e io sono proprio davanti all’entrata, color grigio perla, del Palazzo Odescalchi che, affaccia, sul davanti, sui Santi Apostoli. Auto pochissime, gente ancora meno. Silenzio intorno nel volo pazzo delle rondini. Mi pare quasi di poter tornare con la forza dell’immaginazione a quegli scorci di Settecento e chiudendo gli occhi, tutta colma del pensiero di Anna Maria e di Elisabetta, mi pare di vederle incamminarsi insieme verso la chiesa di San Carlino alle Quattro Fontane, tanto diverse eppure uguali perché entrambe innamorate del Signore. Le vedo, in placido andare, mentre le cognate di Elisabetta, inviperite, le osservano, critiche e mordaci, dalla finestra. Scuotendo il capo per quella amicizia incongrua (per loro) tra una popolana e una giovane altoborghese. Elisabetta, invece, amava e rispettava enormemente Anna Maria e alle cognate, rispondeva, abbassando lo sguardo solo un mormorato: “Voi non sapete…”

E infatti, non sapevano. Apro gli occhi, è tempo di tornare a casa e, dietro ai loro passi…

 

BENEDETTA DE VITO

 


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È scritto benissimo.interessante ripercorrere a ritroso luoghi dove ha vissuto Anna Maria.Ma.vorrei saperne di più di questa santa.Il racconto continua?