La crisi di Dio, Patria e Famiglia in Occidente


E’ esistito un tempo in cui ‘Dio’, ‘Patria’ e ‘Famiglia’ venivano scritti in maiuscolo e pronunciati in pubblico con una certa enfasi: dietro di loro si celava infatti quel patrimonio indiscusso di civiltà che più o meno tutti quanti definivano come ‘Tradizione’.

Poi è venuta l’epoca della cosiddetta Modernità e le cose sono cominciate a cambiare: così la triade è diventata prima un riferimento di un determinato modo di vivere e pensare e successivamente un’etichetta politica. Oggi, infine, con la crisi del diritto naturale, della ragione umana come strumento di conoscenza condivisa e persino del comune buon senso ‘Dio, ‘Patria’ e ‘Famiglia’ designano qualcosa di tutt’altro che evidente per molti e che semmai ha un significato ancora più limitato e ristretto dal momento che l’universalità dei valori (persino quelli fondamentali) non c’è più.

Ne tratta ampiamente lo scrittore pugliese Marcello Veneziani in uno dei suoi ultimi saggi anticonformisti in cui auspica un deciso ritorno dell’eterno e del sacro oramai rimossi dalla società tecnologica dominante a partire proprio dalla riconquista degli spazi pubblici della vita quotidiana (cfr. M. Veneziani, Dio, Patria e Famiglia dopo il declino, Edizioni Mondadori, Milano 2012, Pp. 151, Euro 18,50).

Il declino della società occidentale di cui al titolo, infatti, per l’Autore va rintracciato anzitutto nella recisione colpevole delle proprie radici spirituali e culturali che invece hanno alimentato la nostra storia di popolo fino a oggi. È incredibile come questi tre riferimenti fondamentali che sono riusciti a resistere alle innumerevoli violenze del tempo e alle provocazioni dei movimenti secolari cementando nelle basi la struttura della nostra civiltà in pochissimi anni siano state colpite a morte una per una espellendole di fatto dall’immaginario collettivo.

Sono stati da sempre i principi basilari della vita civile e morale dell’umanità – letteralmente – eppure in un brevissimo spazio di tempo sono pressoché scomparsi dal nostro orizzonte. Negli ultimi decenni abbiamo visto di tutto: è crollato un muro (nel 1989), due torri (nel 2001), gli Stati Uniti hanno perso molto della loro supremazia mondiale e l’Urss è scomparsa implodendo su se stessa (nel 1991), mentre la globalizzazione dei mercati e delle persone ha uniformato rapidamente gli stili di vita da Est a Ovest e reso l’antropologia umana un settore infine scarsamente interessante, dato che la neo-religione globale vuole abbattere le differenze umane e omologarle, anche grazie al contributo dell’onnipresente pubblicità televisiva e dell’invadenza di Internet. Così, ‘Dio è morto’ (l’aveva già gridato, con la sua consueta delirante esuberanza, Friedrich Nietzsche, sul tramonto del XIX secolo), le Patrie non ci sono più e la famiglia resta solo per chi ancora – pochi, tutto sommato, sui grandi numeri – continua ostinatamente a crederci.

Quello che resta è allora un mondo impazzito, senza più senso alcuno al suo interno né significati reconditi da svelare. D’altra parte, nell’attuale momento storico l’uomo-medio delle nostre società pare quasi uno spettatore passivo e senza più desideri davanti al video sempre acceso dei nuovi apparecchi tecnologici per la gioia delle compagnie telefoniche, delle marche dei telefonini in continua evoluzione e più in generale della grande industria commerciale dell’intrattenimento virtuale. Uno dei mali della società cosiddetta ‘2.0’(quella cioè in cui la multimedialità diventa parte integrante di ogni tipo di comunicazione) che Veneziani denuncia è poi quell’egocentrismo di massa in cui tutti si ritengono narcisisticamente speciali solo perché è la pubblicità ad imporre conformisticamente determinate abitudini e determinati comportamenti ‘non-ordinari’.

Quindi lo scrittore stigmatizza la rimozione del senso del limite che ha le sue origini nella crescente volontà di onnipotenza dell’uomo che aspira ad essere Dio, scimmiottandone la creazione e al tempo stesso costruendo materialmente le condizioni della sua infelicità perché l’immortalità e la rimozione del dolore, come pure della morte, non saranno mai di questo mondo. “Abbiamo perso il cielo sulla nostra testa, la terra sotto i nostri piedi, il sangue dentro il nostro cuore” (pag. 1), scrive allora l’Autore volendo intendere così lo smarrimento generale che connota il momento attuale in Occidente. Da qui scaturisce un’indagine, filosofica e non solo, che in maniera laica e razionale va alla ricerca delle grandi mete e degli ideali più alti fino ad arrivare – anzi, a tornare – al Padre che è nei Cieli, da cui tutto in definitiva proviene.

Il saggio non cerca facili, né comode, soluzioni, tuttavia nemmeno condanna sic et simpliciter la situazione attuale: si domanda piuttosto perché tecnica, sesso e denaro abbiamo rimpiazzato in così breve tempo la sete millenaria del sacro. Una delle risposte è data dal fatto che con la Modernità (dal secondo Settecento in poi, orientativamente) l’uomo ha iniziato a sentirsi dapprima autosufficiente, poi onnipotente e infine ha volutamente contrapposto Dio alla realtà di cui lui steso è parte; invece, osserva lo scrittore, l’uno a ben vedere è collegato all’altra.

Si dovrebbe insomma recuperare l’uomo a tre dimensioni, fatto di umanità, natura e cultura: la dimensione verticale che ci spinge verso l’alto, quella orizzontale che ci lega ad una comunità, quella interiore che ci induce alla ricerca delle origini. La tradizione allora non apparirà come roba da museo ma come il filo della continuità generazionale e quindi pienamente umana, perché solo conservando dei forti nessi con il proprio passato si può ripensare il presente e proiettarlo nel futuro.

Da questa prospettiva tornare ad amare la Patria è rifondare uno spazio che ci appartiene da sempre perché lì sono le nostre radici autentiche, linguistiche e territoriali, e che compongono volenti o nolenti il nostro più intimo Dna. Paradossalmente, oggi sono dunque spesso i popoli africani che con il loro vivo attaccamento alla terra anche a migliaia di chilometri di distanza ci re-insegnano a non rinnegare il patrimonio delle nostre tradizioni e delle origini, persino in  tempi di migrazioni di massa, come prima non si erano mai viste. L’altra riflessione è sull’invadenza della scienza e della tecnica che andando avanti pure rimuovono sempre più le domande ultime e le grandi questioni sulla ricerca dei fini dell’esistenza quando invece la vera felicità dell’uomo si troverebbe fin dalla notte dei tempi nell’assoluto che non muore e a qualsiasi osservatore dei fenomeni sociali dovrebbe apparire quantomeno intuitivo che la materialità non potrà mai soddisfare la sete di eterno che ogni uomo si porta dentro. Infine, il tema della riscoperta della famiglia come istituzione fondamentale della società e come luogo di educazione morale, oltre che dei sentimenti e degli affetti.

Oggi si assiste al dilagare di divorzi, separazioni e nuove forme di unioni che non hanno come caratteristica né il vincolo pubblico né l’apertura alla vita e nemmeno la definitività dei rapporti interpersonali: tutto è a tempo, o così almeno pare, e la logica di mercato del part-time pare avere conquistato anche gli spazi privati delle relazioni, senza parlare della rimozione del diritto naturale che ha contribuito non poco negli ultimi decenni all’eclissi della famiglia come l’abbiamo conosciuta per secoli nel campo della giurisprudenza e della legge positiva. Se insomma la nostra società attraversa un periodo di crisi epocale a più livelli, tuttavia non per questo la situazione dovrebbe apparire irreversibile: riscoprendo le architravi fondamentali su cui si sono costruite le generazioni passate prima di noi (comparativamente molto più povere e con meno possibilità di cambiare le proprie condizioni di partenza rispetto a noi) c’è la possibilità concreta di uscirne e guardare così finalmente con la dovuta serenità – tanto come singoli che come popolo, che come Nazione – al futuro che ci aspetta.

 

DAVID TAGLIERI

in Il Corriere del Sud
n. 3, anno XXIV/15, p. 3

 


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