Le radici dell’Italia per superare la crisi


La crisi economico-finanziaria esplosa negli Stati Uniti nell’estate del 2008 a seguito del fallimento di alcune grandi banche d’affari e poi esportata per contingente ‘forza di globalizzazione’ in Europa è solo un aspetto – e, in verità, nemmeno il più importante – di una più grave crisi ad ampio raggio morale, culturale e spirituale che riguarda da decenni – non da qualche anno – tutto l’Occidente, Italia inclusa. Il nostro Paese paga poi, semmai, nello specifico anche l’inconsistenza di una vera classe dirigente politica e istituzionale, manifestatasi da ultimo con ogni evidenza anche nel crescente fenomeno dei ‘grillini’, il movimento-partito di Beppe Grillo che ha lucrato la stragrande maggioranza dei suoi inattesi consensi proprio dalla diffusa disaffezione verso quella che ormai anche i quotidiani nazionali più vicini all’establishment definiscono come la ‘casta’: tuttavia, se questa è l’Italia rappresentata ogni giorno superficialmente, c’è anche un’altra Italia – non meno importante della prima – che ama la propria storia, tiene alle proprie radici e crede ancora e nonostante tutto che l’‘italianità’ cosìdeclinata sia un valore reale, ben più rilevante di molti altri. E’ questo il messaggio fondamentale che emerge dalle righe dell’Appello politico agli italiani redatto dall’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina Sociale della Chiesa diretto dal professore Stefano Fontana e presieduto dall’arcivescovo di Trieste Giampaolo Crepaldi che si è segnalato come una delle riflessioni ragionate più puntuali che siano uscite in questi mesi sulla crisi in corso (Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, Un Paese smarrito e la speranza di un popolo. Appello politico agli italiani, Cantagalli, Siena 2014, Pp. 88, Euro 6,00). Il testo, suddiviso in undici capitoli, si presenta in effetti tanto con un’analisi realisticamente critica della cultura politica pubblica italiana degli ultimi controversi decenni (dal Dopoguerra a Berlusconi), quanto come una serie di proposte organiche non generiche ma mirate a realizzare concretamente il bene comune nel rispetto ordinato delle specificità tipiche e più tradizionali del tessuto sociale del nostro Paese. Ad esempio sul tema-centrale della libertà di educazione che a ben guardare non significa solo assicurare formalmente la parità scolastica agli istituti non statali ma garantire – nell’ambito di quel pluralismo culturale sempre da sostenere nell’offerta formativa – un’autentica libertà di scelta ai genitori e alle famiglie salvaguardando un basilare principio-cardine della qualità della democrazia sostanziale in uno Stato di diritto. Cosa che avviene già, peraltro, in diversi Paesi europei molto più laici del nostro e che quindi non si comprende – anche alla luce dell’esplicito dettato costituzionale in materia, si veda all’articolo 33 – perché proprio da noi non debba valere. Sarebbe questa, si legge nell’Appello, la prima e più necessaria “rivoluzione politica” di cui il nostro Paese, aldilà degli slogan retorici e di maniera, avrebbe realmente bisogno.

A questa buona rivoluzione si oppongono invece, come noto, tali e tanti soggetti che dalle nostre parti foraggiano vivacemente il monopolio scolastico statale – persino nella conservazione delle sue inefficienze più scandalose – e rendono sempre arduo ogni minimo cambiamento di prospettiva: partiti, sindacati, lobby e corporazioni varie, ognuna con il proprio minimo tornaconto ‘particulare’ (per dirla con Niccolò Machiavelli) da difendere a ogni costo sacrificando, per contro, le reali necessità e i bisogni più profondi del popolo italiano nel suo complesso. Queste gravi ingessature che frenano lo sviluppo del Paese, tra l’altro, non sono presenti solamente nell’ambito del sistema scolastico o educativo ma si rintracciano anche in altri settori e gangli vitali del sistema-Italia. Un altro esempio particolarmente significativo da questo punto di vista è infatti rappresentato dallo stato dell’ordinamento della giustizia. Qui l’Osservatorio fa notare che, prima di ogni proposta tecnica o tavolo di riforma, occorre quantomeno “tornare a considerare un ordine che precede la legge stessa e la fonda” dal momento che l’antica intangibilità della‘questione antropologica’ (per cui la persona in sé dovrebbe essere considerata sempre come un fine e mai come un mezzo) negli ultimi anni è stata notoriamente stravolta dalle sentenze ‘creative’ di diversi magistrati e a volte persino delle Supreme Magistrature dello Stato. Detto più chiaramente, dal punto di vista dell’elaborazione della filosofia del diritto, si tratta di rimettere quindi in discussione il primato dottrinale delle idee di Hans Kelsen (1881-1973) che hanno avuto una larga eco nella seconda metà del Novecento e oggi sono semplicemente egemoni a livello di giurisprudenza, mentre dal punto di vista pratico-operativo occorrerebbe almeno arrivare a sancire e definire una volta per tutte la separazione delle carriere tra giudici e pm e introdurre dei limiti specifici all’associazionismo politico (tuttora coltivato sotto varie forme) tra magistrati.

Inoltre il testo dell’Osservatorio suggerisce anche di prevedere degli argini alla crescita ultimamente esponenziale dei casi di custodia preventiva (cautelare) e di esaminare l’opportunità di una riforma della legge sulle intercettazioni pure oggetto di continui abusi da parte degli organi giudiziari. Insomma, come si vede, il lavoro da fare sarebbe tanto e per metterlo in atto, sempre che si trovi naturalmente la disponibilità fattiva degli interessati, occorrerà molto tempo. L’Italia, però, oltre a sintomi di scoraggiamento e declino, manifesta anche diffusi segnali di speranza, visibili nella tenuta sociale – nonostante tutto – dell’istituzione famigliare, in una sana etica del sacrificio a livello popolare e in una cultura del risparmio che non a caso hanno contribuito ad evitare il tracollo generazionale in questi difficili anni di crisi. Si tratta di elementi di una certa importanza che vanno ulteriormente approfonditi, da non sottovalutare nel loro contributo civile ed economico e che, senza negare ideologicamente i problemi, i deficit e le criticità che pure vi sono sul territorio da Nord a Sud, portano ad essere tutto sommato speranzosi anche per il prossimo futuro. Con le parole del testo, “l’Italia si trova in una situazione per molti versi unica, con delle potenzialità proprie e risorse che non sono ancora andate perdute. Qui da noi il passato non è ancora completamente trascorso e fa ancora da luce per il futuro. Gli stili di vita si sono decomposti, ma la famiglia cerca di resistere. Pur tra mille difficoltà e pericoli e pur nella velocità del cambiamento, non c’è stata ancora l’accelerazione negativa imposta in altri Paesi da raffiche di leggi improvvide. Gli indici dei fenomeni di disgregazione sociale aumentano più lentamente che in altri Paesi, la diminuzione dei matrimoni e l’aumento delle nascite fuori del matrimonio sono fenomeni in grande espansione, ma non ancora generalizzati. La famiglia è ancora il luogo del risparmio, è ammortizzatore sociale e banchiere occulto. L’attenzione per l’educazione dei figli e le relazioni intergenerazionali sono ancora sentiti, anche se forti incrinature si manifestano all’orizzonte, man mano che i nuclei familiari si assottigliano e si allarga l’area della monogenitorialità. Inseminazione artificiale, procreazione assistita, maternità surrogata sono fenomeni ancora contenuti da una legislazione tra le più restrittive nell’Occidente e che stabilisce almeno una fase di positivo rallentamento, che permette nuove battaglie, mentre altre nazioni si sono consegnate al nuovo a mani alzate” (pagg. 19-20). L’Italia allora non è solo quella intrisa di supposto malaffare e clientelismo gridata strumentalmente ogni giorno da certi mezzi di comunicazione: esiste pure una realissima ‘eccezione italiana’ (in palese controtendenza rispetto ai modelli ‘cattivi’ dominanti altrove in Europa) che ci rende orgogliosi delle nostre radici millenarie e delle nostre tradizioni relazionali più tipiche; è da questa, in ultima analisi, e dalle sue molteplici risorse – non ultime quelle spirituali – che occorre ripartire per uscire dalla crisi politico-morale di questi anni e guardare finalmente con rinnovata speranza al futuro che ci aspetta.

Omar Ebrahime

In Corriere del Sud
n. 1 – anno XXIV/15, p. 3


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