L’eredità di Charles de Foucauld, primo cristiano che abitò con i Tuareg, nella terra islamica del Sahara


Il 1° dicembre 1916, qualche ora prima di essere assassinato nel cuore del deserto algerino, l’“asceta del Sahara ”Charles de Foucauld (1858-1916) ci lasciava una lettera che, senza che lui potesse minimamente prevederlo, è considerata oggi il suo testamento spirituale. Scriveva infatti al teologo francese Louis Massignon (1883-1962): «Non bisogna mai esitare a chiedere dei posti dove il pericolo, la fatica, la dedizione sono maggiori: lasciamo l’onore a chi lo vorrà,ma il pericolo, la fatica, reclamiamoli sempre».

Esattamente ottant’anni dopo questa lettera del beato Charles de Foucauld, prete della diocesi di Viviers ucciso a Tamanrasset vittima di un agguato a 58 anni, diciannove cristiani che hanno preso sul serio le sue parole hanno ricevuto come lui il martirio in terra d’Algeria. Diciannove martiri proclamati Beati dalla Chiesa l’8 dicembre del 2018, i più conosciuti dei quali sono i monaci di Tibhirine e monsignor Pierre Lucien Claverie (1938-1996), assassinati nel santuario Santa Cruz di Orano, in Algeria nordoccidentale, il 1° agosto 1996. Fra gli altri religiosi e religiose martirizzati in in questo Paese musulmano vi è anche una figlia spirituale diretta del “fratello universale”, cioè Odette Prévost, delle Piccole sorelle del Sacro Cuore di Charles de Foucauld, assassinata il 10 novembre 1995. Una fraternità suggellata con il sangue, dunque, quella del Beato de Foucauld, fatta di testimoni che hanno dato la vita scegliendo di restare fedeli alla Chiesa e alla loro coscienza, e per amore verso il popolo algerino. I diciannove religiosi e religiose beatificati hanno scelto infatti liberamente di restare in un Paese e tra un popolo a rischio della loro vita, condividendo la quotidianità di una popolazione che, negli anni 1990,era dilaniata più che mai dall’odio e dalla violenza.

Foucauld e l’amore disarmato

Il beato de Foucauld, in religione fratel Carlo di Gesù, è stato Ufficiale, monaco trappista, scienziato, eremita, missionario e profondo conoscitore dell’Africa del Nord e del popolo Tuareg. Dopo aver lasciato l’Europa per andare incontro alle sofferenze dei popoli sahariani, ne ricevette “in cambio” il martirio per mano di predoni che lo hanno aggredito nella città algerina di Tamanrasset. Qui, nell’omonimo villaggio tuareg, aveva trascorso tredici anni nella preghiera (a cui dedicava undici ore al giorno) e nella composizione di un enorme dizionario di lingua francese-tuareg, usato ancor oggi e prezioso all’attuale opera di promozione umana e evangelizzazione di questi popoli. La sera del primo dicembre 1916, la sua abitazione – sempre aperta a ogni incontro – fu saccheggiata da predoni. Presso il suo cadavere fu ritrovata la lunula del suo ostensorio, quasi per un’ultima adorazione. È stato beatificato nella basilica di San Pietro a Roma il 13 novembre 2005, sotto il pontificato di Benedetto XVI. I suoi resti mortali sono venerati nel cimitero francese di El Golea in Algeria, vicino alla chiesa di San Giuseppe, retta dai Padri Bianchi.

Indifeso nella cittadella nella quale è rimasto ucciso, ha scritto: «Risiedo qui, solo europeo… Felice di essere solo con Gesù, solo per Gesù… Risiedere solo in questa terra è cosa buona; si fanno delle attività, ma senza fare grandi cose, perché si diventa “del luogo”». Nel 1916 aveva costruito, intorno all’eremo di Tamanrasset, un fortino per proteggere la popolazione dai predoni.

La prima biografia di Charles de Foucauld

Dopo la prima biografia scritta nel 1921 dall’Accademico di Francia René Bazin (1853-1932)è sorta una variegata famiglia spirituale ispirata a Charles de Foucauld. A tanti secoli di distanza si riconferma quindi quello che insegna la parabola considerata da Chiara Lubich (1920-2008), fondatrice del Movimento dei Focolari, «la più bella di tutto il Vangelo»:«Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto»(Gv 11-12).

Un “filo rosso” tiene uniti i molteplici rami della famiglia foucauldiana, ciascuno dei quali cerca di seguire nel proprio carisma uno dei vari aspetti che caratterizzano la poliedrica vita e personalità del religioso francese. Il “filo rosso” fra tutti, secondo il Superiore generale dei Piccoli fratelli di Gesù fratel Marc Hayet, «è l’amore a Gesù e la scelta preferenziale dei poveri». In comune fra tutte le varie realtà fiorite a partire dalla spiritualità di Charles de Foucauld, aggiunge Hayet, è«la condivisione di situazioni in cui l’uomo si rivela tale: un cammino in cui io posso avere un grande desiderio di condividere il Vangelo e nel “prossimo” scopro dei valori umani di solidarietà, condivisione, coraggio».

Della biografia e spiritualità del religioso francese si è occupato a livello scientifico dopo quasi un secolo Pierre Sourisseau, archivista da trent’anni della sua causa di beatificazione e canonizzazione, nel ponderoso volume recentemente tradotto dal francese“Charles de Foucauld. 1838-1916” (Prefazione di Bernard Ardura o.praem., Effatà Editrice, Torino 2018, pp. 750).

Fratel Carlo di Gesù, come scrive p. Bernard Ardura nella Prefazione, è l’uomo che «cerca di creare delle comunità d’amore fraterno, che parlano molto più di tanti discorsi. […]Perché è nella quotidianità della vita che Dio invia i suoi discepoli, che sia nel deserto del Sahara o in quello delle nostre zone industrializzate, nell’opulenza  materiale  delle  nostre  grandi  città o nel silenzio  delle  nostre  campagne  abbandonate,  nei  luoghi  di  divertimento o di sofferenza – penso in modo particolare ai tanti ospedali e alle case di riposo – per dare la testimonianza di una vita evangelica, capace di risvegliare l’interesse dei nostri contemporanei per il Cristo. Questo però ha un prezzo: seguire colui che si è fatto povero per condividere con noi le sue ricchezze, e offrire una testimonianza vissuta nella fedeltà, “di povertà e di distacco, di libertà di fronte ai poteri di questo mondo, in una parola, di santità”» (p. 8).

Oltre a quelle che lo aprono richiamiamo anche le parole con le quali Pierre Sourisseau chiude il suo libro: «Dopo la morte di Charles de Foucauld, il suo spirito è diventato rapidamente un bene comune della Chiesa e il suo carisma si manifesta sotto molteplici forme negli impegni di uomini e donne».

La grande “famiglia” di frère Charles

Ritornando alla vicenda storica delle famiglie foucaldiane, segnaliamo la prima ad essere stata fondata, che è la congregazione dei Piccoli fratelli, nata nel 1933 a El-Abiodh, in Algeria, per opera del sacerdote e teologo francese René Voillaume (1905-2003). La particolarità di questa comunità è quella di accogliere anime attratte dalla condivisione della povertà e dalla dimensione contemplativa.

Oltre ai Piccoli fratelli, le congregazioni che oggi si ispirano a Charles de Foucauld sono 11 e, in totale, contano oltre 2mila religiosi sparsi in tutto il mondo.

La prima comunità femminile, quella delle Piccole sorelle di Gesù, è stata fondata nel 1939 in Algeria dalla piccola sorella Magdeleine. Poi sono arrivate le Piccole sorelle del Sacro Cuore, nate in Francia così come i Piccoli fratelli del Vangelo. In Belgio sono state fondate invece le Piccole sorelle di Nazareth e, in Italia, abbiamo i Piccoli fratelli Jesus Caritas.

In Venezuela sono presenti le Piccole sorelle del Vangelo e, in Canada, la comunità di rito bizantino dei Piccoli fratelli della Croce. Negli anni 1970-80 sono infine sorti ad Haiti le congregazioni dei Piccoli fratelli e delle Sorelle dell’Incarnazione, che condividono con le popolazioni locali la vita dei poveri tagliatori di canna da zucchero.

Le associazioni clericali che si rifanno al carisma foucauldiano sono sette: la Fraternità sacerdotale Jesus Caritas, che conta circa 3.500 sacerdoti, di cui 70 in Italia, e una quarantina di “piccoli” vescovi, tra i quali 15 italiani. Sono parte della famiglia anche due istituti secolari, la Fraternità Jesus Caritas e i Servitori dei Fratelli, attivi in Vietnam. Grazie soprattutto a questa “sua” eredità, ad oltre cento anni dalla sua morte, Charles de Foucauld è diventato un protagonista e testimone non solo della storia della Francia, ma della Chiesa universale tutta.

 

GIUSEPPE BRIENZA

In Corriere del Sud

n. 2, anno XXVIII/19, p. 3

 


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