I cinque veleni che uccidono la vita spirituale


«Ciò che esce dall’uomo, questo sì contamina l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l’uomo» (Mt 7,20-23). “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore (Mt 11,29).

Il cuore è lintimo delluomo, la fonte del suo pensiero e dei suoi desideri, da cui maturano le sue decisioni. È la parte più segreta della persona, dove alberga la coscienza di sé, dove l’uomo è solo con se stesso. Solo Dio conosce i cuori di tutti. Egli ama stare con l’uomo, nel suo più intimo, e rivelargli il bene e la verità su tutte le cose. Ma Dio non entra in un cuore che non ama la verità e non si decide per il bene. “La sapienza non entra in un’anima che opera il male né abita in un corpo schiavo del peccato. Il santo Spirito che ammaestra rifugge dalla finzione, se ne sta lontano dai discorsi insensati, è cacciato al sopraggiungere dell’ingiustizia” (Sap 1,4-5). La principale ingiustizia è non riconoscere Dio e non dargli culto. La seconda è quella di non amare il prossimo come se stessi. Chi invece ama Dio e prossimo ha adempiuto la Legge.

Ma amare può solo chi ha un cuore puro, libero da mali sentimenti, che come veleni uccidono la vita spirituale e come male piante impediscono la crescita dei buoni sentimenti. Tali male erbe o veleni sono principalmente: lavidità, lira, lodio, linvidia-gelosia che hanno un’unica radice: la superbia, l’orgogliosa esaltazione dell’io. Chi vuole imparare ad amare, deve sradicare queste male erbe e piantarvi i buoni sentimenti, soprattutto lumiltà, la mitezza e lamore. Questo lavorio, che s’ha da fare tutta la vita, renderà il nostro cuore simile a quello della Madonna e di Gesù.

Lavidità o bramosia è il desiderio sfrenato di beni, di ricchezze, di denaro. Poiché abbiamo molti bisogni, è naturale che cerchiamo i beni necessari per vivere. Ma molti esagerano e si attaccano in modo insaziabile a ciò che dovremo un giorno lasciare.  “Infatti non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via. Quando dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci, contentiamoci di questo. Al contrario coloro che vogliono arricchire, cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione. Lattaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori” (1 Tim 6,7-10). “Beati i poveri in spirito – è detto – perché di essi è il Regno dei Cieli” (Mt 5,3). Gesù chiamò “stolto” l’uomo che non arricchisce davanti a Dio e si attacca ai beni della terra che prima o poi dovrà lasciare ad altri (cfr. Lc 12,13-21). Contro questa cattiva tendenza dobbiamo imparare la virtù del distacco e della povertà evangelica; saperci attaccare ai tesori del Regno di Dio, dove non entrano né ladri né rovina. Dobbiamo imparare a fare molte elemosine, perché la “carità copre una moltitudine di peccati” (1 Pt 4,8), convinti che la divina Provvidenza non ci farà mai mancare il necessario.

Lira si scatena in noi quando un ostacolo s’interpone al fine che vogliamo raggiungere. È una passione che si sfoga con la violenza: con parole, gesti e azioni che colpiscono lavversario, fino ad uccidere, a rompere, a distruggere tutto ciò che è visto come ostacolo. “Non esser facile a irritarti nel tuo spirito, perché l’ira alberga in seno agli stolti” (Qo 7,9). “Lo sapete, fratelli miei carissimi: sia ognuno pronto ad ascoltare, lento a parlare, lento all’ira. Perché l’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio” (Gc 1,19-20). Infatti, come facilmente si può osservare, nell’ira si dicono parole cattive, maledizioni e bestemmie. Le parole cattive offendono l’onore, le maledizioni procurano sventure, le bestemmie offendono direttamente Iddio. Chi non sa frenare la lingua può fare molto male a sé e al prossimo; se poi dalle parole si passa ai fatti, ne nascono alterchi, zuffe, scontri, violenze e omicidi. L’ira scatena le guerre.

Contro l’ira ci vuole il dominio di sé e la mitezza: virtù che sono una difficile conquista. Bisogna abituarsi alla calma, a tenere a freno le emozioni, a non dare peso alle offese ricevute, a temere solo il giudizio di Dio, a considerare che tutto è sempre sotto il Suo occhio vigile. Se ci si mantiene calmi, le cose si vedono meglio e il Maligno non ce la fa a spingerci alla violenza.

Lodio è un sentimento di rifiuto dell’altra persona, che va dall’avversione alla separazione, dal risentimento alla vendetta, dal togliere il saluto al rompere del tutto i contatti, dal giudizio alla mormorazione, alla calunnia, alla persecuzione, all’omicidio. L’odio è il sentimento contrario allamore. Per il cristiano la legge è l’amore; l’unico odio ammesso è quello al peccato, all’offesa di Dio. Il cristiano deve amare tutti, anche i nemici. “Chi non ama rimane nella morte. Chiunque odia il proprio fratello è omicida” (1 Gv 3,15-16).

Una particolare espressione di odio è la vendetta, che si attua nel rifiuto del perdono, nel togliere il saluto, nel lanciare maledizioni al prossimo e augurargli tutto il male possibile. Su queste dinamiche di non-amore si innesta l’azione satanica che può portare non solo alla perdita della pace, ma anche mettere in pericolo la vita altrui e la propria salvezza eterna. Chi muore chiuso nell’odio non avrà il perdono di Dio. “Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt 6,14-15).

All’odio e alla vendetta dobbiamo saper opporre l’amore e il perdono. Sono due cose divine. Quanto all’amore, esso dev’essere amore di carità: carità che nasce da Dio e a Dio ritorna. Egli vuole il bene di tutti, anche dei cattivi. Così animati, noi possiamo amare tutti, anche i nostri nemici e desiderare che si convertano e amino Dio, ripetendo quello che disse Gesù crocifisso: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34).

Linvidia-gelosia sono sentimenti spesso legati insieme: la prima porta a non godere del bene altrui ma del male; la seconda teme di perdere il possesso di un affetto, di un posto, della propria gloria. L’invidia rende tristi e desiderosi del male altrui; la gelosia rende rabbiosi e propensi al sospetto, all’invettiva, alla lite che può arrivare fino all’omicidio. Il re Saul per invidia e gelosia tentò più volte di uccidere il giovane Davide, che aveva un successo crescente e poteva scalzarlo dal trono.

Oggi la rivalità è comune. Questi mali sentimenti perciò sono molto diffusi e rendono amara la vita: generano tristezza, litigi, divorzi, violenze, omicidi. Per invidia Caino uccise Abele. Lo spirito di Caino sovrasta ancora i cuori e ammorba la società umana, minando la serenità e la fiducia reciproca. Il rimedio è l’amore vero e la fiducia in Dio. Chi ama, è felice del successo altrui come del proprio e piange le rovine altrui come le proprie; ha gli stessi sentimenti, come insegna San Paolo (Rom 12,15-16: “Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri”. Chi ha fiducia in Dio, pone i suoi tesori nel Suo cuore, che è la migliore cassaforte e non teme di perderli.

La radice di tutti i mali è la superbia, l’orgogliosa esaltazione di sé. L’io è al centro della nostra coscienza e perciò del nostro pensiero, dei sentimenti e delle decisioni. Ma senza Dio, l’io svanisce. Perciò il primo posto bisogna darlo a Dio. È Lui che ci fa essere e ci dà tutti i beni di cui godiamo. Dobbiamo amare Dio sopra ogni cosa e dargli gloria. Al contrario invece, il superbo cerca la propria gloria e perciò desidera il primato, il successo, il potere e ogni avere. Da qui, rivalità, lotte e divisioni.

Questa mala tendenza, che è innata in tutti, si corregge con l’umile sentire di sé, con l’esaltare la grandezza di Dio, con l’accettare la presenza di altri alla pari di noi, con l’amore aperto a tutti come di cose preziose, che arricchiscono la nostra stessa vita. Dio ci ha fatti tutti diversi e bisognosi gli uni degli altri e tutti di Dio. Come le dita di una mano sono tutte diverse, così gli uomini; e come le dita unite fanno forte la mano nell’operare, così gli uomini: siamo tutti utili agli altri, se solo sappiamo fare bene la nostra piccola parte.

Gesù ci dice: “Imparate da Me, che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime” (Mt 11,29). La mitezza infatti, scongiura le tempeste dell’ira e mantiene sempre sereni; l’umiltà del cuore poi, impedisce di esaltarsi e di dimenticare che solo Dio è grande e solo Lui può risolvere i problemi della vita. È bello sentirsi piccoli e da Lui amati e sempre soccorsi secondo il bisogno. Gesù ci insegna a fidarci del Padre e vivere sempre per Lui, cercando il Suo beneplacito. Egli ci presenta il suo divin Cuore perché vi entriamo e vi facciamo la nostra dimora.

Dopo il Sacro Cuore di Gesù, il cuore più bello e puro è quello Immacolato di Maria, in cui mai albergò il più piccolo peccato e divenne il tabernacolo dell’Altissimo, il suo tempio preferito, la dimora dello Spirito Santo. La Madonna vuole che ci consacriamo tutti a Lei, al suo Cuore Immacolato (e Addolorato). Così ha detto ai tre pastorelli di Fatima, in particolare a Lucia nell’apparizione di Tuy il 13.06.1929. È lei che ci porta a Gesù e ci ottiene grazia su grazia, specie nella Santa Messa.

Questa consacrazione o affidamento a Maria consente che Lei prenda in mano il nostro cuore e lo lavori come la migliore delle mamme: Lei sa quali sono le cose che dispiacciono al Signore e le toglierà; Lei che ha trovato grazia presso Dio, saprà ottenerci tutte le virtù che ci necessitano, specialmente la purezza del cuore, l’umiltà, la mitezza e l’amore di carità. Il nostro cuore deve diventare un giardino fiorito, in cui zampilla lacqua viva dello Spirito, che fa produrre tutti i migliori frutti di bontà e di amore (cfr. Gv 7,38-39). Maria è la giardiniera solerte e la maestra sapiente.

 

PADRE GIUSEPPE TAGLIARENI

 


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