Un Santo amatissimo dai romani che però veniva da Firenze…

Pioveva, questa mattina, su Roma senza ombrello. Pioveva e il cielo, livido, non salutava i galli del mattino presto, con il suo bel cielo di biancheria turchina, lavato nottetempo  dagli angeli e alta la medaglia d’oro del sole: Pioveva, ma la Città Eterna sembrava fremere nell’abbraccio delle gocce del cielo e rabbrividiva nel frescolino dell’acqua di giugno.Pioveva, ma io, gambe in spalla, via, sotto al mio bell’ombrello a fiori,  al mio appuntamento misterioso e poi a visitare, preso un appuntamento sul sito Arte e Fede, le stanze di San Filippo Neri a Santa Maria in Vallicella che è, appunto, la chiesa degli oratoriani nonché chiesa dedicata alla nascita della Vergine e che si trova lungo il Corso Vittorio Emanuele, lì dove il viale piemontese  quasi tocca il fiume.

Ed è qui oggi che comincia il nostro piccolo-grande viaggio in compagnia di un Santo amatissimo dai romani (e io anche romana), che però veniva da Firenze ed era tutto quanto bagnato in Arno. Ma presto e avanti, entriamo, a fiato mozzo, nelle stanze sue private, scrigno di fede e carità per poi attraversare Roma che ha San Filippo per ogni dove…

Entro, dunque, nel gran ventre della bella chiesa scura, e piegato poi a sinistra sono in sacrestia dove attendo, in compagnia del simpatico sacrestano, le 10, ora dell’appuntamento.

Nell’attesa compero un bel libro del Cardinale Newman, oratoriano lui pure, e mettendolo nella borsa, distrattamente, lo caccio,non so come né perché, a testa in giù. E il sacrestano, occhi di segugio: “Lo rigiri, altrimenti arriva quell’altro…”. Un grande! Obbedisco.

Intanto si è formato un gruppo tutto quanto in lingua tedesca e io con loro e capogruppo un giovane signore dai modi gentili e molto esperto di Pippo il Buono, del carisma degli oratoriani e di tutto quel che si vedrà nel bel giro che comincia salendo una scala a chiocciola. Io, col cuore in gioia anche se non sono poi quelle, per davvero, le stanze di Fra Filippo, ma ricostruite, secoli dopo, dal Bernini. Poco male: sue, di Filippo, sono gli occhialini, il rosario, le babbucce, il materasso, pezzetti del cuore suo grandissimo, incendiato dall’amore del Signore. Suo il pulpito da dove predicava ed è lui in molti bei quadri in giro all’intorno in quelle piccole stanze cariche di santità.

Bello tra i belli, un dipinto del Guercino che ritrae il fondatore dei filippini, educato a Firenze dai domenicani del Convento di San Marco Evangelista, con un gran libro davanti, ma distratto da un angiolino che gli mostra la croce e che lo distrae dagli studi perché il Signore, come si sa, ha nascosto la verità ai sapienti e ai dotti e l’ha rivelata ai piccoli. E San Filippo, questo,  lo sapeva bene. Prima di andare avanti, lasciatemi aprire una dolente parentesi sul Convento fiorentino di San Marco Evangelista, glorioso anche per essere stato affrescato dal Beato Angelico (ma quella parte fu confiscata dallo Stato unitario nel Diciannovesimo Secolo, un furto bello e buono, ma con i bolli e i controbolli della legalità savoiarda…).

Ai frati restava l’altra parte ed è rimasta fino a pochi anni fa, quando il Capitolo dei domenicani – mentre il Vescovo di Firenze, i cardinali e Papa Bergoglio guardavano, distratti, le lande dell’Amazzonia o comunque dall’altra parte del finestrino… – ha deciso di chiudere tutto quanto, nonostante le proteste tante dei fiorentini e anche del mio amico Marco che mi ha raccontato la storia, avendo lui frequentato, ragazzo, chiesa e convento. Ora, dolente, aspetta l’arrivo di nuovo frati coraggiosi, leoni di San Marco. Io con lui. E che cosa direbbe San Filippo…

Prima di lasciar Marco a Firenze, restiamo nella città medicea e  chiudendo gli occhi immaginiamo di essere nel 1515, il giorno 21 luglio, quando nacque Filippo Neri che di secondo nome, quasi una profezia, fu chiamato Romolo come un fratello (ricco) del padre. Secondogenito, dolcissimo e bello e buono, fu presto per tutti Pippo buono. Il padre, Francesco, era uomo di legge, la madre Lucrezia Soldi era di buona famiglia fiorentina.

A 18 anni, Filippo fu mandato in Campania dallo zio Romolo a imparare il mestiere dei denari e del mondo. Scappò. Pochi mesi dopo, tra il 1533 e il 1535, è a Roma, a casa del doganiere Galeotto Del Caccia. Aveva una stanzetta piccola così e spoglia e semplice ed era, sempre,  tutto in orazione e non mancavano le tentazioni e i diavoli in forme orrende…. Spesso, fuggiva via, in solitudine, e dormiva nelle Catacombe di San Callisto, dove lo colpì il dolce dardo dell’incendio divino che fece del suo cuore una fornace d’amore…

Per ripagare l’ospite,  Filippo, che era ancora laico, fece da precettore ai suoi due figlioli: Michele ed Ippolito, i quali, con il buon esempio, si inserirono entrambi nella vita ecclesiastica. Ed ecco già bussare all’uscio i semini buoni della vocazione all’Oratorio, che furono la sua invenzione, guidata dallo Spirito Santo, e la sua gioia terrena.

A trentasei anni, il 23 maggio del 1551, Filippo fu ordinato sacerdote e andò ad abitare nel convento di San Girolamo della Carità, a un tiro di sassetto dal Mercato di Campo dei Fiori. Un fiore, Pippo, tra i tanti fiori santi germogliati durante i tempi bui della Riforma luterana. Che strano, giovanissimo, Filippo era stato un ammiratore di quel Girolamo Savonarola che aveva incendiato i cuori fiorentini per poi finire sul rogo.

Filippo fu confessore, guida spirituale, taumaturgo, consigliere, secondo i tanti doni dello Spirito Santo che aveva ricevuto in forma di “globo ardente”. Ed eccoci giunti al “miracolo di Pippo Bono”, quando cioè resuscitò il principino Paolo Massimo, morto per una caduta da cavallo. Il bambino aprì gli occhi, salutò il padre e disse che voleva andare in cielo dalla sua mamma… Era il 16 marzo del 1583. E il 16 marzo di ogni anno che il buon Dio manda su questa terra piena di perché (a parte i dieci anni dal fatidico 20 settembre del 1870 in cui i Massimo, in lutto, tennero chiuso l’uscio), le porte di Palazzo Massimo alle Colonne che si affaccia, maestoso e un poco tetro, sulle ampiezze piemontesi del Corso Vittorio Emanuele, apre le sue porte  per consentire ai Romani (ma anche a chiunque lo desideri) di visitare la cappella barocca del miracolo.

Così ecco che, per ricordare quel giorno sacro e santo, sotto al portone del Palazzo principesco (la famiglia è una delle più antiche di Roma essendo suo antenato persino Quinto Fabio Massimo), si riunisce una folla di curiosi, turisti e fedeli che piano, piano riempiono il cortile (magnifico) e salgono, lenti, lungo le scale scricchiolanti d’ombra e mistero  per raggiungere, attraversando due studioli un poco bui, la bella cappella barocca che era, poi, la stanza dove se ne stava il piccolo Paolo, il principino nel lontano, appunto, 16 marzo 1583. C’era, anche l’anno passato  molta gente e c’ero anche io, salutata all’ingresso da un valletto in livrea e altri ce n’erano anche al piano di sopra dove, in un salotto nascosto, entravano solo gli ospiti scelti e sceltissimi (alcuni cardinali). Per me, solo la gioia di essere lì dove Filippo era di casa e mi pareva, nella mia gioia rotonda e in preghiera che mi sedesse addirittura accanto, versandomi la sua letizia nel cuore che vorrei mandare, exprés, a voi tutti in tante bustine colorate.

Le messe si susseguono in rito tridentino, immerse nel profumo dell’incenso e sacre nel latino, mentre un viavai continuo di persone illumina di devozione l’intorno dorato. Prego in ginocchio, vicino a un sacerdote bellissimo nella lunga talare nera e serio serio, il naso lungo affondato nel breviario.

E ora, coraggio, seguitemi nell’ultima puntata di questo piccolo viaggio sui passi di Filippo. Desidero condurvi in cima all’Esquilino, nei luoghi che furono del senatore Pudente, grande amico di San Paolo e padre di due sante martiri romane, Prassede e Pudenziana, delle quali un giorno scriverò. Eccoci davanti al Convento delle Oblate di San Filippo Neri in Via dei Quattro Cantoni, che sembra una scogliera di corallo ed era un Palazzo Sforza Pallavicini mentre ora è l’ufficio delle Dogane dove, se fosse ancora vivo, lavorerebbe il nostro Galeotto del Caccia che era, appunto, capo delle Dogane Pontificie. Due fiaccole ardenti sono simbolo del cuore di Filippo e non importa se il palazzo ha cambiato destinazione d’uso perché Filippo è ancora lì, vivo e ardente come quando camminava sulla terra. L’ho scoperto mentre me ne tornavo a casa, camminando a passi lenti lungo la via Sforza, dove usavo portare a scuola il mio bambino alle elementari chiamate Baccarini.

Cammino e, nel mettere un passo dopo l’altro, mi pare di andare al ritmo del Santo, Santo Santo. Mi fermo. La preghiera viene dalla piccola chiesa di San Filippo all’Esquilino, come casa incastonata tra le case, che spicca, però, nella sua piccola croce. Un segno della Croce mio saluta San Filippo che mi ha voluto così dolcemente salutare…

 

Benedetta De Vito

 

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