La “Beat Generation” e la droga come perversione della religione

Papa Giovanni Paolo II ha affermato che «l’uso della droga è sempre illecito, perché implica una rinuncia, ingiustificata e irragionevole, a pensare, a volere e ad agire come persona libera» (Dolentium hominum, n. 1). È quindi un rifiuto della condizione di creatura umana e delle responsabilità che ne derivano. «Il diritto di disporre del proprio corpo drogandosi, come affermano alcuni, non è legittimo», ha ribadito il Pontificio Consiglio per la Salute nel suo manuale Chiesa, droga e tossicomania, denunciando anche come «la tossicomania, che invade sempre più la società, non è il frutto del caso. La banalizzazione della droga è la risultante di movimenti d’ idee che hanno contribuito a fare della morte, in nome del libero disporre di sé stessi, una soluzione a problemi profondi degli individui».

Se il percorso che ha avvicinato i giovani all’uso delle droghe non è stato intrapreso da urgenze consumiste, dalla “qualità” dei giovani o per la curiosità alimentata dalle “proibizioni”, come oggi è di moda sostenere, la sua diffusione di massa può essere vista come conseguenza del diffondersi di una ideologia che usa la droga come risposta illusoria alle istanze esistenziali dell’Uomo ed insieme come strumento di eversione sociale? La risposta la si trova conoscendo meglio la figura di Allen Ginsberg, il “profeta” della Beat Generation, che con Lucien Carr, William S. Burroughs, Jack Kerouac, Herbert Huncke e Neal Cassady fonda il nucleo originario del gruppo Beat che, appena formato, promuoverà un proprio stile di vita, al cui centro pone l’uso delle sostanze psicoattive e che può essere considerato la premessa necessaria al movimento popolare degli hippie, che sconvolgerà la società americana e mondiale.

Tutto nasce nella primavera del 1948 quando Ginsberg crede di udire una voce che attribuisce a quella di William Blake, il quale si proclama suo maestro spirituale con il compito di guidarlo in “missione” nella società. Bisogna ricordare che l’inglese William Blake fu uno scrittore “visionario”, autore di opere politiche e letterarie tra le quali il fondamentale The First Book of Urizen (Urizen sarebbe la personificazione della Ragione. Urizen è rappresentato da Blake come il creatore dell’Universo, alleato con la nobiltà e con il clero per soggiogare i popoli) un’opera il cui impianto ideologico, costituirà il cardine del pensiero che anima l’azione, l’opera e l’arte di Ginsberg. Ginsberg afferma di sentirsi posseduto dallo spirito di Blake e nel 1959 rivela che, quando scrive, avverte l’aiuto di un “qualcosa” che, sono sue parole, «sembrava Ispirazione Divina». Quando era così posseduto, percepiva che «il mondo può essere penetrato e profetizzato da un’Unica Anima», un sentimento che lo spinge all’assalto radicale di quelli che definisce «i valori standard americani». Ginsberg, con Burroughs e Kerouac, considera i Beat un gruppo teso a esercitare “pressioni spirituali” sulla società: «Chi parlerà in nome della propria mente folle e nuda parlerà alle masse», annota sulle pagine del suo diario nel settembre 1955. Quello beat si presenta come un movimento letterario anomalo, perché i suoi protagonisti non redigono alcun manifesto, né formulano tesi specifiche, ma si propongono di incarnarle in un nuovo “stile di vita”. Le opere scritte dagli esponenti di quella corrente non sono molte, e nella maggioranza, sono poesie e romanzi di ispirazione biografica. Nel 1960, Ginsberg viene invitato a Boston ad un simposio internazionale di psichiatria, per svolgere una relazione sulla poesia indotta dalla droga, conoscerà Timothy Leary, il profeta dell’LSD che lo coinvolge nel suo “Psilocybin Project” che conduceva all’Università di Harvard prima di esserne espulso. Insieme, forti delle nuove conoscenze acquisite, decidono di lanciare un programma per l’uso di massa della droga. «Fu in quel momento» ricorderà Leary «che rifiutammo la prospettiva elitaria di Aldous Huxley e adottammo l’approccio americano di open-to-the-public» stilando una strategia, “The Grand Plan”, secondo cui «avremmo dovuto iniziare e addestrare influenti americani nell’espansione di coscienza». Fu allora, scrive Leary in una memoria, «che abbiamo iniziato a pianificare la rivoluzione psichedelica». Verso la fine del 1961, Ginsberg inizia un pellegrinaggio in India di due anni per approfondire queste esperienze drogastiche che lui considera mistiche. Così descrive questa esperienza nel The Change: Kyoto-Tokyo Express, scritto in Giappone a metà del 1963: «Ho trascorso circa quindici, vent’anni», riflette Ginsberg «cercando di ricreare l’esperienza di Blake nella mia testa, così perdendo il mio tempo» perché aveva il torto di prefiggersi razionalmente «un fine preconcetto, un universo preconcetto»; invece, per raggiungere la “saggezza” secondo Ginsberg, all’assunzione di droga si deve accompagnare la ricerca del nulla, di «un universo inconcepibile, mai nato, non descrivibile».

Nell’autunno di quell’anno partecipa alla Poetry Conference a Vancouver e forma una comunità che si definisce di “sperimentatori non scientifici”, deciso «a forgiare il nascente movimento hippie e iniziare l’attività a favore della droga, contro la guerra, e in molte altre campagne politiche». Il 10 giugno 1965, mostra la sua immagine da santone ad un reading di poesia alla Albert Hall di Londra. Sono presenti 7.000 ragazzi e ragazze che a piedi nudi distribuiscono fiori in un’atmosfera greve di incenso e di hashish. È l’embrione dei raduni del movimento hippie che lo stesso Ginsberg catalizza nel primo human be-in (raduno) organizzato al Golden Gate Park di San Francisco, il 14 gennaio 1967. Durante tale raduno, spiega che le droghe chimiche «sono poco meno che una chiave farmacologica ad un mondo di pace – non una pace negoziata con compromessi e trattati, ma un vero “Stato di Grazia”». Nel 1966 Ginsberg testimonia di fronte al Congresso degli Stati Uniti a favore dell’LSD. Agli “acidi” dedica numerose opere mentre altre ne scrive sotto l’influsso del Peyote e dell’LSD. Insomma, Ginsberg incoraggia l’uso di queste droghe in ogni luogo e circostanza, anche nelle chiese, come a Boston, dove gli viene permesso di predicare dall’altare un sermone rivolto agli americani, affinché, dall’età di quattordici anni, «provino LSD chimico almeno una volta […] con questo avremo un collasso nervoso emotivo di massa in tutti gli Stati una volta per tutte». La propaganda delle droghe psichedeliche di sintesi, si accompagna a quelle “botaniche”, cioè i derivati della Cannabis, Hashish e Marijuana.  Un ulteriore contributo alla causa Ginsberg lo dà scrivendo nel 1966, The Great Marijuana Hoax – First manifesto to End the Bringdown, il primo manifesto antiproibizionista, che diviene il testo centrale di The Marijuana papers, «il libro che determinò una vera e propria presa di coscienza pubblica sull’argomento» e promosse una serie di «festosi be-in e smoke-in che riempiono i parchi pubblici di migliaia di persone» che fumano marijuana. Per i Beat, la Rivoluzione politica per essere efficace deve passare per la “destabilizzazione” di ogni individuo: «I fatti hanno dimostrato che un lungo periodo di trasformazione della coscienza era necessario affinché gli uomini potessero liberarsi dall’ipnosi in cui erano stati rinchiusi. Era allora prematuro pensare in termini politici. Bisognava prima tornare all’individuo, prima di creare un nuovo corpo politico, devi decidere chi sei. E questo vuol dire riflettere sulla coscienza dell’uomo, sulla sua identità essenziale e scoprire nuove modalità della coscienza e della sessualità. Tutto questo passa per la psicoanalisi e la droga, ma anche per l’ascesi, la meditazione solitaria, lo shabda yoga, il jazz e la ricerca sessuale».

Allen Ginsberg, non pago, cerca anche altri mezzi che possano indurre a cambiamenti profondi dell’uomo occidentale ed abbraccia le filosofie orientali, che rifiutano l’esistenza di un creato, di una oggettiva realtà, del reale: «Scavo dottrinalmente il Buddha perché dice che tutte le concezioni del sé che limitano ad una identità fissa sono ovviamente arbitrarie e portano ad un conflitto illusorio». Propone, quindi, alla Sinistra nuove forme “non-violente” per portare avanti la rivoluzione sociale. Una rivolta di popolo da condurre non con le armi, bensì con una guerra di tipo psicologico sfruttando le possibilità di propaganda offerta dai media moderni. La legalizzazione delle droghe è quindi una tappa fondamentale di questo progetto che vede fin dall’inizio la scelta di coinvolgere persone influenti nel movimento della controcultura.

FABIO BERNABEI (1963-2016)
in Corriere del Sud n. 15
anno XXI/12, p. 3

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