Ecco perché il nome di Santa Martina è legato a quello di San Luca


Me ne tornavo verso casa, in un mattino in acquarello rosa e arancio, alla guida della mia Cinquecento bianca, quando, lì dove, alto sull’Aventino, Giuseppe Mazzini, sembra osservare corrucciato lo splendore dei palazzi imperiali al Palatino, ho visto, svettante tra le rovine, una chiesa dalla facciata candida, che sembrava pronta a spiccare il volo verso il cielo. Tornata a casa, consultate le mie carte, volando tra le stelle, nel mio pensiero, mi è apparsa la bella Chiesa intitolata a San Luca evangelista e a Santa Martina, martire. Una strana coppia di Santi, mi sono detta, ed eccomi, prima di tutto a svelarne i percome. La Chiesa, dunque, che sorge sulla Curia Ostilia, a un passo dall’Arco di Settimio Severo, fu fondata nel VII secolo da Onorio I, della famiglia dei Savelli, e intitolata a Santa Martina. Parecchi secoli dopo, nel XVI secolo, Sisto V fece demolire, per dar fiato a Santa Maria Maggiore, la Chiesa di San Luca dei pittori all’Esquilino e, per compensare l’associazione dei pittori (che era assai potente), conferisce loro il patronato sulla Chiesa di Santa Martina. E l’Accademia di San Luca, fino ai tempi degli sventramenti di Via dell’Impero, ebbe la sede proprio accanto alla sua Chiesa. Ora, come si sa, è a Palazzo Carpegna a un passo dalla Fontana di Trevi.

E ora, fatta di sole l’ombra, dedichiamoci tutti quanti, commossi, alla piccola Martina, la cui passio è simile a quella di altre fanciulle romane che abbracciarono la Croce e si nutrirono della Parola che è Via, Verità e Vita. Anche Martina, il cui nome significa coraggiosa e piccina insieme, era germoglio di un’antica gens, la Marcia, di nobilissima origine sabina. Tra i suoi antenati, uno dei re di Roma, Anco Marzio, che fu, così sembra, nipote del grande Re sacerdote, Numa Pompilio, il quale s’ispirava sul da farsi dalla ninfa Egeria. Oggi, della leggenda resta appena un’acqua minerale…Martina nacque nel III secolo emorì ai tempi dell’imperatore Alessandro Severo. La sua passio è anch’essa leggenda. Arrestata per la sua carità e per la professione di fede pubblica, Martina donò tutti i suoi averi ai poveri e alla chiesa e andò, piccola e coraggiosa, al martirio, cioè ad offrire la sua testimonianza di fede. I suoi aguzzini, come si legge, le fecero di tutto: scarnificarono le sue carni con uncini, le diedero fuoco, la offrirono in pasto alle belve. Ma il Signore la proteggeva. Le statue degli idoli andavano in frantumi e lei splendeva. Morì, poi, decapitata, come San Paolo, anche lei sulla via Ostiense. Le sue spoglie furono sepolte nella chiesa del carcere mamertino. Che strano: tutto questo accadeva sotto il regno di Alessandro Severo, un imperatore “sincretista” che, nel suo larario, custodiva un’immagine di Cristo…

La devozione tutta romana a Santa Martina si perde nei secoli per poi riemergere, festante, con il ritrovamento delle sue reliquie, avvenuto nel 1634. Era allora Papa Maffeo Barberini, Urbano VIII, il quale, tutto felice e contento, compose un inno di lode alla Santa (“Martinae celebri plaudite nomini, Cives Romulei, plaudite gloriae”) e la chiamò patrona di Roma. Fu festa grande e, come per incanto, nel glorioso cammino della Provvidenza, il nome di Martina si legò per sempre, dando un motivo in più per essere accoppiata a San Luca, a quello di un grande pittore e architetto: Pietro da Cortona. Fu Pietro Berrettini, infatti, a progettare la nuova facciata della Chiesa e a pagare di tasca sua le spese. Fu lui, Pietro da Cortona, ad amare così tanto Santa Martina da chiamare “figlia diletta” la chiesa a lei intitolata. Pietro da Cortona, morendo, lasciò, come un buon padre, molto denaro suo alla Chiesa affinché fosse amata, coccolata, protetta dall’incuria e dall’abbandono. Volevo, naturalmente, andare a visitarla prima di scrivere di Martina e di lei, ma non si può per via dell’emergenza sanitaria che ha travolto le nostre vite, in tutti quanti i sensi. Così mi tocca sostituire agli occhi di palpebre e pupille, quelli dell’anima e immaginarla dentro come appare. Andrei, se potessi, a dire una preghiera e un grazie a Pietro da Cortona che lì riposa in pace…

Nella Galleria Nazionale dell’Umbria, a Perugia, è conservato forse il più bel dipinto che raffigura la Santa e naturalmente è di Pietro da Cortona. Essa reca sulla scollatura il suo Santo nome affinché – di certo lo voleva Pietro – tutti la riconoscano e la venerino e non ci sia confusione di attribuzione. La bella Santa bionda, in vesti d’oro, ha tra i capelli acconciati in eleganza, fili di perle e d’oro, in mano, un giglio, simbolo di purezza, la palma del martirio e gli uncini che raccontano l’atroce patire.Un giglio di beltà. Martina è ritratta mentre riceve dal Bambino, in braccio alla sua mamma sorridente, una corona di fiori. Dietro al suo capo d’oro i cieli aperti ci rimandano a quelli invocati dal Protomartire Stefano che, mentre lo lapidavano, vedeva l’alto del firmamento… Dal 1634 in poi il nostro Pietro e i suoi allievi si dedicarono anima, cuore e pennello a Martina A oggi si conoscono almeno otto versioni dipinte che il pittore realizzò su diversi supporti: dalla tela, al rame, alla tavola. Ecco, la finisco qui, portandomi nel cuore questa piccola grande Santa e dedicando questo mio breve scritto a un’altra Martina che studia San Tommaso e ha negli occhi vivi lo sguardo (che riconosco) di chi cerca la Verità.

 

Benedetta De Vito

 


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