Sessantotto ieri e oggi, un anno che ha cambiato il mondo


Benedetto XVI lo ha definito come l’evento più importante “nel dopo-Concilio, la cesura del ‘68, l’inizio o l’esplosione – oserei dire – della grande crisi culturale dell’Occidente […] e così comincia, esplode la crisi della cultura occidentale, direi una rivoluzione culturale che vuole cambiare radicalmente. Dice: non abbiamo creato, in duemila anni di cristianesimo, il mondo migliore. Dobbiamo ricominciare da zero in modo assolutamente nuovo; il marxismo sembra la ricetta scientifica per creare finalmente il nuovo mondo…[è] la crisi della modernità”. (Benedetto XVI, Incontro con il clero delle Diocesi di Belluno-Feltre e di Treviso, Auronzo di Cadore, 24-7-2007). Eppure di questa rivoluzione culturale che ha profondamente inciso sul costume e sui nostri comportamenti (pubblici e privati), nonchè su quello che ha significato per l’intera società occidentale non si parla spesso, quasi fosse uno degli ultimi tabù intoccabili del nostro tempo, per altri versi paradossalmente caratterizzato dalla quasi totale assenza di tabù. La data fondamentale da cui tutto inizia è tradizionalmente indicata nel maggio 1968, quando a Parigi viene occupata l’Università della Sorbona e vengono innalzate le barricate al Quartiere Latino. Sono i primi prodromi di quella rivolta giovanile che vedrà – almeno all’inizio – la grande partecipazione di studenti e operai. Qualche segnale c’era stato però già anni addietro, quando furono occupati i primi campus delle università californiane, negli Stati Uniti, e inizia a diffondersi la cd. contro-cultura anticonformista, pacifista e hippy, che avrebbe fornito ulteriori motivi e appigli ideali alla contestazione del vecchio sistemi di valori, giudicato borghese, ipocrita e repressivo.

            Tuttavia è in quell’anno fatidico, il 1968 appunto, che la rivolta contro l’università ‘dei baroni’, quella contro la società industrialista opulenta e quella contro la vecchia morale e i valori oscurantisti si coagulano e si diffondono, oltre che negli Stati Uniti (dove l’intervento militare in Vietnam contribuisce ad accendere e dividere l’opinione pubblica come mai era avvenuto prima), in quasi tutti i principali Paesi europei: dalla Francia, alla Germania, all’Italia. Il leitmotiv della rivolta (che da noi durerà ininiterrottamente per quasi dieci anni, dal 1968 al 1977), come spiega lo studioso Enzo Peserico (1959-2008) in un recente volume (Gli anni del desiderio e del piombo. Sessantotto, terrorismo e rivoluzione, Sugarco, Milano 2008) è sintetizzato nello slogan “il personale politico”, specificazione esistenziale del noto asserto di Antonio Gramsci (1891-1937) secondo cui “tutto è politica”. Ne consegue che non c’é problema morale, esistenziale o sessuale che non abbia in sé una rilevanza anche politica e sociale e, dunque, un formidabile potenziale rivoluzionario: è la rivoluzione in interiore homine. Dopo aver ucciso Dio e la Patria non resta allora che uccidere la famiglia, vista come l’ultimo luogo di servitù ed oppressione ancora rimasto in piedi dell’ancièn regime clerico-reazionario. La lotta furiosa contro la figura del padre – da sempre immagine per eccellenza dell’autorità – sarà allora una delle dominanti di questa stagione storica che vedrà il superamento di tanti tabù: non solo quelli a sfondo sessuale (sono gli anni in cui le convivenze more uxorio iniziano ad affermarsi pubblicamente, ad esempio) ma anche quelli morali (il consumo di droghe registra un vero e proprio boom di massa) e del semplice vivere civile (il turpiloquio e talvolta persino la bestemmia iniziano a venire percepiti come forme di espressione ordinarie, proprie di una società autenticamente libera e apparentemente spontanea). In Italia, le leggi che si susseguono in quegli anni (vero specchio parlante dei vertiginosi cambiamenti in atto nella società, dall’introduzione del divorzio (1970), alla riforma del diritto di famiglia (1975) alla legalizzazione dell’aborto (1978)), sulla spinta emotiva della rivoluzione desiderante, sanciranno definitivamente il passaggio da una cultura di stampo ancora tradizionale e in parte legata al senso comune e cristiano – quella dell’Italia del dopoguerra e dei primi anni Cinquanta – a una praticamente e pienamente secolarizzata e quindi atea. Da lì, inoltre, passeranno quasi tutti i quadri dell’attuale classe dirigente del Paese che porteranno così in prima persona le istanze eversive e rivoluzionarie dalla piazza al Parlamento e quindi al cuore della vita democratico-istituzionale del Paese. Come ha ricordato, infatti, recentemente Massimo D’Alema, “il Sessantotto fu un movimento salutare che cambiò la cultura e le professioni, che influì profondamente sulla vita pubblica del Paese [….] non sono pentito di questo mio esordio, che è stato l’esordio di parte importante della classe dirigente del nostro Paese” e che – quindi – oggi va difeso tanto nelle pubblicazioni memorialistiche quanto nelle ricorrenti celebrazioni commemorative. Da altro versante, anche un ex leader della rivolta giovanile, oggi convertito al Cristianesimo e dirigente del Movimento per la Vita Ambrosiano, come Paolo Sorbi, ammette che “la secolarizzazione, alla metà degli anni Sessanta, era ancora patrimonio di alcune elites; noi l’abbiamo fatta diventare carne e sangue, modo di vivere quotidiano”. Lo dimostra esemplarmente, tra l’altro, la stessa agenda politica dei giorni nostri in cui i cosiddetti temi ‘eticamente sensibili’ non sono più marginalizzati o considerati ‘non negoziabili’ ma anzi entrano a pieno titolo nei programmi e nelle istanze dei partiti (si pensi alla bioetica, alla scuola, all’educazione o alla difesa della vita o della della famiglia). I virus ideologici lanciati allora dalle cattedre dei cattivi maestri, come Max Horkheimer (1895-1973), Herbert Marcuse (1898-1979) o Wilhelm Reich (1897-1957), sono diventati a tutti gli effetti l’orizzonte culturale predominante nei tradizionali ambienti di trasmissione del sapere: scuola, università, mass-media.

            Accanto a questa rivoluzione culturale si affermerà parallelamente poi un’altra rivoluzione, più propriamente militare ed insurrezionale, che vedrà nell’uso reiterato della violenza e nella lotta politica armata la prosecuzione ideale dell’utopia marxista-leninista. E’ quella che in Italia si affermerà con il terrorismo e avrà nelle Brigate Rosse l’avanguardia più temibile ed organizzata. Tanti gli innocenti che troveranno così la morte in questa folle stagione rivoluzionaria: l’assassinio del commissario di polizia Luigi Calabresi (1937-1972) o quello del vicedirettore de La Stampa Carlo Casalegno (1916-1977) sono soltanto due dei tanti che si susseguono in quegli anni e che toccheranno il culmine con la morte del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, il cui corpo senza vita viene ritrovato a Roma il 9 maggio 1978. E, ancora, in quegli stessi anni, per la prima volta si registrano anche offese pubbliche e atti blasfemi contro i tradizionali simboli della fede cristiana: come scriverà nel 1968, infatti, la giornalista Gianna Preda “a Torino e Roma è di moda decapitare crocifissi […] se qualcuno avesse conservato dentro di sé il senso del sacro, la convinzione della intoccabilità del sacro, la fede per quello che è sacro, quella decapitazione […] avrebbe fatto inorridire, avrebbe sgomentato e dilacerato le anime dei cattoliciinvece non è successo nulla. I giornali hanno dato notizia di crocifissi calpestati e ‘giustiziati’, finiti nello sterco e fra i resti dei banchi, dei libri e delle cattedre, e non è successo nulla…”. Oggi che cosa resta di quella rivoluzione? La domanda è ritornata sui mass-media dopo le recenti manifestazioni di Roma dei cosiddetti ‘indignati’ in cui una effigie della Vergine, all’interno di uno spazio sacro, è stata prima calpestata e poi fatta a pezzi, e un crocifisso è stato tagliato. La rivoluzione scoppiata nel 1968, a oltre quarant’anni di distanza, sembrerebbe più vivace che mai e anzi svelare con queste azioni simboliche il suo vero volto, radicalmente anticristiano. La speranza è che, come accaduto a molti protagonisti di allora, alla disperazione nichilista ed istintiva fine a se stessa che proclama la morte per la morte subentri invece proprio la speranza, la voglia di vivere e, perchè no, la conversione del cuore a Cristo, unica speranza, per riprendere le parole iniziali di Benedetto XVI (mutuate a sua volta da San Paolo) di un mondo occidentale, superficialmente sazio e ricco, ma sempre più disperato.

 

OMAR EBRAHIME
in Corriere del Sud n. 9
anno XXI/12, p. 3

 


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