Cracovia, segreto d’Europa


Da diverso tempo ormai l’Europa è afflitta da una crisi morale e spirituale a più livelli e a cui si è pure aggiunta – nel 2008 – una delle crisi economico-finanziarie più dure degli ultimi decenni. Tuttavia, nonostante il panorama sociale innegabilmente negativo permangono comunque delle eccezioni rilevanti. Una di queste è data da quella Polonia ‘cristianamente’ semper fidelis che nel corso della sua storia ha salvato eroicamente, e per più volte, la libertà dell’Europa. Fin dal lontano Medioevo (quando i futuri polacchi, a Legnica, si opposero con successo all’avanzata dei tartari verso Occidente), alla celebre battaglia di Vienna del 1683 (quando proprio grazie all’esercito guidato dal re Jan Sobieski (1629-1696) l’Europa potè rompere l’assedio ottomano), arrivando al ‘miracolo della Vistola’ del 1920 (quando il maresciallo Jòsef Pilsudski (1867-1935) fermò l’Armata Rossa bolscevica di Lev Trotsky (1879-1940) ricacciando indietro il tentativo di esportare la rivoluzione comunista in tutto il mondo), la Polonia – come ebbe a dire il beato Giovanni Paolo II – ha rappresentato il ‘bastione fisico’ della libertà dell’Europa.

La stessa dissoluzione del comunismo nell’Europa orientale che sarebbe culminata simbolicamente nell’abbattimento del Muro di Berlino (1989) e la capitolazione incruenta dell’URSS (1991) è stata originata proprio dalle prime rivolte anticomuniste dell’agosto 1980 nei cantieri navali di Danzica, quelle da cui sarebbe nato il celebre movimento – poi sindacato – di Solidarność (“solidarietà”) guidato da Lech Walesa, il primo sindacato libero mai riconosciuto in un Paese d’oltrecortina. Una dissoluzione – ancora – auspicata, promossa e incoraggiata proprio dal primo Pontefice polacco della storia, Karol Wojtyla, che con i suoi quasi ventisette anni di pontificato ha lasciato una traccia indelebile nella storia non soltanto di una fede specifica (il cattolicesimo) ma della battaglia per la libertà e la dignità umana a ogni latitudine del pianeta.

Del resto, come argomenta il sociologo Massimo Introvigne in una sua recente ricerca (cfr. M. Introvigne, Il segreto dell’Europa. Guida alla riscoperta delle radici cristiane, Sugarco, Milano 2007), l’eccezionalità polacca poggia anche su alcuni dati fattuali non propriamente marginali. La sola diocesi di Cracovia, ad esempio, detiene il record dei seminaristi e degli studenti di scienze religiose in Europa (quasi 3000 secondo gli ultimi dati), fra cui quasi 500 candidati al sacerdozio fra diocesani e religiosi (per avere un confronto particolarmente significativo, la media nelle diocesi delle capitali europee è di appena 20 all’anno). Inoltre, assolutamente controcorrente sono i dati sulla ‘tenuta della fede’: il 95% dei polacchi si dichiara cattolico e il 60% va a Messa tutte le Domeniche (la media nei Paesi dell’Unione Europea è del 13% !), il 77% almeno una volta al mese (contro la media del 25% negli altri Paesi), e il 90% si dichiara contrario all’aborto (su cui recentemente in Parlamento è stato addirittura presentato un progetto di legge per vietarlo del tutto, bocciato per appena 5 voti). Il 65%, infine, si dichiara contrario al riconoscimento giuridico delle unioni di fatto (anche, e questo forse è il dato più sorprendente, di quelle eterosessuali).

A fronte di questa situazione, non dovrebbe quindi sorprendere che quasi un quarto dei sacerdoti europei attualmente sia di nazionalità polacca (24,5%). Per Introvigne si può dunque parlare a ragione di una “eccezione polacca”: essa consiste nel fatto che “dal punto di vista quantitativo nessun Paese a maggioranza cattolica  del mondo (con l’eccezione di Malta) può vantare statistiche religiose così favorevoli alla Chiesa” (pag. 80). Non si tratta, peraltro, di un dato meramente sociologico ma di qualcosa che impregna anche la vita pubblica e sociale della Nazione, ad esempio laddove nella Costituzione vigente riconosce chiaramente le sue “radici cristiane” come fondative e si richiama persino al nome di Dio come “fonte di verità”.

Di questa eccezionalità proprio la città Cracovia – con tutto quello che storicamente, culturalmente e spiritualmente essa rappresenta – è forse l’immagine più fedele. Antica capitale del Regno di Polonia ed orgogliosamente cristiana fin dalla sua fondazione (ancora oggi è nota come la ‘città delle cento chiese’: 119 in tutto, per l’esattezza), fin dall’Alto Medioevo fu la residenza della famiglia reale e sede della terza università più antica d’Europa. Custodisce inoltre tuttora il Tesoro nazionale (dalle corone reali ai calici più preziosi, oltre a gran parte del patrimonio artistico della Nazione) ed ospita in sé la più grande piazza medievale d’Europa (Rynek Glowny), protetta con il centro storico attiguo quale ‘patrimonio dell’umanità’ dall’UNESCO.

Più di Varsavia (quasi completamente distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale (1939-1945)) è infatti Cracovia che rappresenta ancora oggi la vera capitale della cultura e dell’identità polacca. Un’identità che emerge però soprattutto nella fede praticata, testimoniata e vissuta in grado eroico fino alla santità: fra gli altri primati, infatti, Cracovia vanta anche quello di essere la città europea con il più alto numero di santi e beati, sedici ad oggi (tra i più noti: il patrono della Polonia, il vescovo martire San Stanislao (1030-1079) e la regina Santa Edvige d’Angiò (1374-1399), sepolti nella cattedrale di Wawel, vero ‘santuario della Nazione’, sant’Alberto Chmielowski (1845-1916) e santa Faustina Kowalska (1905-1938), oltre – ovviamente – al beato Giovanni Paolo II (1920-2005)).

Una fioritura frutto della fede millenaria (il battesimo del popolo polacco risale addirittura al 966, con la conversione di re Mieszko I (935-992)) che ha plasmato la Nazione (il primo inno nazionale “Bogurodzica” [Madre di Dio] è un inno religioso mariano, dedicato alla Madonna) e delle numerose prove che hanno permesso al popolo polacco di confermarla anche nelle circostanze più difficili con numerose tra ‘consacrazioni’ e ‘atti di affidamento’ pubblici alla Madre di Dio (l’ultimo è stato nel 1966) a tal punto che perfino il Governatore generale (Gauleiter) del Paese durante l’occupazione nazionalsocialista, lo spietato Hans Frank (1900-1946), poi giustiziato a Norimberga, affermerà: “In un’epoca in cui la Polonia fu totalmente sommersa dalle tenebre, una luce è rimasta sempre accesa: il santuario di Czestochowa e la Chiesa”.

Non a caso, dalla Chiesa polacca vengono figure decisive della recente storia identitaria europea come il cardinal Stefan Wyszynski (1901-1981), l’arcivescovo di Varsavia che fu primate per quasi un trentennio nel periodo terribile del regime comunista filo-sovietico, cioè dal 1948 al 1981 (compresi tre anni di carcere, tra il 1953 e il 1956, senza mai essere processato), il ‘maestro’ di Giovanni Paolo II di cui pure è in corso il processo di beatificazione, e una schiera di sacerdoti – purtroppo ancora poco noti in Occidente – che hanno dato la loro vita per la libertà, come il beato Jerzy Popiełuszko (1947-1984), assassinato da funzionari del partito comunista il 19 ottobre 1984.

Ma prima ancora del comunismo, enorme fu il numero dei consacrati morti in odium fidei sotto il nazismo tedesco: in poco tempo (tra il 1940 e il 1945), 3646 sacerdoti furono internati nei campi di concentramento e 2647 di essi vennero uccisi. Ma anche le suore ebbero il loro calvario: 1117 finirono nei lager e di esse 238 venero uccise mentre altre 25 morirono di stenti. Su molti di loro è già aperto il processo di beatificazione.

E’ facendo tesoro della loro altissima lezione di fede che l’Europa occidentale oggi ‘secolarizzata’ può forse ritrovare quella presenza di Dio che sembra da più parti aver smarrito, come ammoniva lo stesso Giovanni Paolo II nel suo testamento spirituale, Memoria e identità: “Si potrebbe utilmente riflettere sul contributo che l’Europa centro-orientale è in grado di recare oggi alla formazione di un’Europa unita. Il contributo più significativo che le nazioni di quell’area possono offrire mi pare essere quello della difesa della propria identità. Le nazioni dell’Europa centro-orientale hanno conservato la loro identità, e l’hanno persino consolidata, nonostante le trasformazioni imposte dalla dittatura comunista. Per esse, infatti, la lotta per la conservazione dell’identità nazionale è stata una lotta per la sopravvivenza. Oggi le due parti dell’Europa – l’occidentale e l’orientale – si stanno riavvicinando. Il fenomeno, in se stesso quanto mai positivo, non è esente da rischi. Il rischio principale che l’Europa dell’Est corre mi pare sia quello di un offuscamento della propria identità. Nel periodo dell’autodifesa contro il totalitarismo marxista, quella parte d’Europa ha compiuto un cammino di maturazione spirituale, grazie al quale alcuni valori essenziali per la vita umana non sono stati deprezzati quanto in Occidente. Là, ad esempio, è ancora viva la convinzione che Dio è il sommo garante della dignità dell’uomo e dei suoi diritti. In che cosa consiste, dunque, il rischio? Esso consiste in un acritico cedimento all’influsso dei modelli culturali negativi diffusi in Occidente. Per l’Europa centro-orientale, alla quale tali tendenze possono apparire come una specie di ‘promozione culturale’, oggi questa è una delle sfide più serie. Penso che, proprio da questo punto di vista, sia in corso un grande confronto spirituale, dal cui esito dipenderà il volto dell’Europa che si sta trasformando in questo inizio millennio”.

OMAR EBRAHIME
in Corriere del Sud n. 5
anno XXI/12, p. 3

 


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