La satira lo sa bene: chi tocca la Sinistra muore!


«Domanda: se prendessi la tessera del PD, mi cambierebbe la vita? Chiedo per i guai giudiziari che pendono sulla mia capoccia». Con questo tweet tristemente pensoso,il vignettista del “Giornale” Alfio Krancic giorni fa è tornato a illuminare una ferita da sempre sanguinante. Quella della censura che la sinistra cerca puntualmente di confezionare nei riguardi della satira non gradita (e di ogni opinione che non gli corrisponda).

Quando D’Alema chiese 3 miliardi a Forattini

Il pensiero non può che volare ad un altro uomo di matita, Giorgio Forattini, classe ’31 e padre dei vignettisti italiani, a cui Massimo D’Alema chiese tre miliardi di vecchie lire come risarcimento per una vignetta che non era stata di suo gradimento. «Sa, tre miliardi di danni sono come uccidere un uomo», così Forattini.

Si trattava di una vignetta sul caso Mitrokhin, una delle tante, una delle oltre  20.000 disegnate nella sua vita, ma era evidentemente diretta alla parte sbagliata. Achi, in una vecchia intervista, gli chiedeva cosa pensasse della sinistra italiana,Forattini rispondeva: «Mi hanno sempre perseguitato. La sinistra si muove come un partito totalitario, dittatoriale: o sei di sinistra o sei fascista, qualunquista, blasfemo, berlusconiano. Così mi hanno fatto subire processi, servendosi dei giudici che sono dalla loro parte, perché non hanno davvero l’idea della satira libera».Tutto questo quando le connivenze tra toghe e sinistra venute finalmente a galla col caso Palamara (che ovviamente nei media e nell’opinione pubblica non sono deflagrate come invece la loro gravità avrebbe imposto) erano molto di là da venire. «A Repubblica avevano paura anche a sfottere Stalin», chiosava Forattini, e sarebbe da sciocchi non credere a chi ha partecipato addirittura alla fondazione del quotidiano di Largo Fochetti.

Se anche la bioeticista nota la censura

No, la sinistra non permette di essere satireggiata. Era il 2018 quando sparirono improvvisamente dal web due seguitissime pagine di satira politica, naïve già dai titoli: “Sinistra Cazzate Libertà”, con i suoi 133.000 like, e “Radical chic boriosi che si beffano dell’ignoranza altrui”, che invece piaceva a 68.000 persone.Finanche Assuntina Morresi, bioeticista, come a sottolineare che la censura non è meno grave dei dilemmi morali affidati al biodiritto, sentì il bisogno di difendere un’informazione goliardica e intelligente da tanta sfacciata faziosità. «Non c’entrano le fake news – scrisse all’epoca Assuntina Morresi –si tratta di opinioni controcorrente e puro sfottò, non notizie false, insomma». Per la Morresi le due pagine di satira erano «isole di libertà in un clima culturale ormai asfissiante, una via di mezzo fra Charlie Hebdo in salsa popolare italiana e Dagospia senza il porno:niente di particolarmente raffinato ma tutto molto sentito e spesso divertente». Insomma solo «risate amare, battute al vetriolo [..]e commenti spassosissimi».

Non solo. Uno dei tre geniali admin di Sinistra Cazzate Libertà”, Daniele Bellodi, parlò di gruppi Facebook intenti a lavorare giorno e notte per la chiusura della pagina satirica; mentre sul Giornale.it, che ospitava il suo sfogo, si legge: «tra gli indirizzi cui recapitare delazioni ci sono la mail di Matteo Renzi, Laura Boldrini, Elsa Fornero e del Partito Democratico. Solo coincidenze?».

Inutile. Chi tocca la sinistra muore. La stessa ha però licenza di cannoneggiare, anche nel modo più gretto e senza controindicazione alcuna.Un esempio tra i tanti (scegliere è davvero impresa ardua): nel talk-show di Giovanni Floris in onda su La7 Gene Gnocchi diede del “maiale” a Claretta Petacci (tra le risate del conduttore). Ovviamente il comico è rimasto serenamente al suo posto, senza minimamente scusarsi e rivendicando il «diritto di fare satira».

Quella gag sulla Boschi che “dispiacque”

La satira piace alla sinistra solo se è contro la destra. Gli imitatori devono essere irriverenti, inopportuni, feroci e autonomi soltanto quando il Paese non è guidato da loro. Così, durante il governo Renzi, l’imitazione fatta dall’attrice comica Virginia Raffaele dell’ex ministro Maria Elena Boschi, dispiacque a molti. Eppure si trattò di una satira leggera, anni luce dalle vignette grevi di un Vauro Senesi che non si ferma nemmeno davanti alla Sacra Famiglia, o di un Sergio Staino (oggi ad Avvenire) capace di disegnare Salvini impiccato al rosario. No, Virginia Raffaele semplicemente immaginava l’allora ministro per le Riforme istituzionali come una maestrina che si trasforma in sirena incantatrice di fronte alle domande “concrete” di un giornalista: musica sognante, occhioni da cerbiatta, bolle di sapone.Nulla di truce. Tutt’altro.

Eppure a manifestare disagio e a gridare al sessismo (che è sempre a senso unico) intervenne prima la presidente della Camera Laura Boldrini («Mi è dispiaciuto vedere la satira della Boschi. Ci sono tanti modi per fare satira, ma quando si cede al sessismo diventa altro e l’apprezzo di meno») e poi – in un modo che,visto l’oggetto del contendere, molti hanno giudicato «imbarazzante» – il super-renziano Michele Anzaldi, il qualein una lettera alla presidente della commissione di vigilanza Rai Anna Maria Tarantola, protestò perché è «inopportuno che un ministro giovane, che finora ha dimostrato preparazione e capacità, sia ritratta come una scaltra ammaliatrice che conta solo sul suo essere affascinante».

Il diluvio su Verona e il “karma” di Berizzi

«Castigat, ridendo, mores». Corregge, ridendo, i costumi. Basterebbe questa definizione (del commediografo francese Jean de Santeul) a descrivere lo spirito autentico e la funzione insostituibile che la satira, in ogni epoca, porta con sé. Dunque, per decenza, giù le mani.

Non c’è alcuna sedicente superiorità antropologica (davvero difficile da scorgere) che possa giustificare la censura. É di questi giorni un tweet di Paolo Berizzi, giornalista di Repubblica e L’Espresso, secondo cui la tempesta che ha devastato Verona è frutto del “karma”, una punizione divina per “i nazifascisti e i razzisti” che popolano la città.Ora, mentre molti invocano l’Ordine dei giornalisti, altri si chiedono se quello del republicones sia un tweet più vergognoso o infantile («di karma cianciano i dodicenni», ha commentato uno sdegnato utente social). E se con il caso Berizzi siamo dentro un paradosso grosso come una casa (ebbene sì: il giornalista è sotto scorta per le sue inchieste sul neofascismo), non può non tornare alla mente la“profezia” di Pasolini,che indicava nel «fascismo dell’antifascismo»un pericolo imminente. Ci siamo.

La lezione civica di Oriana Fallaci alla Guzzanti

Tornando a quella satira che spesso la sinistra utilizza come serbatoio d’odio (esattamente ciò che rinfaccia agli altri), nessuno può dimenticare, né forse dovrebbe farlo,quello che partorì una feroce e sguaiata Sabina Guzzantiin versione militaresca nei riguardi di una Oriana Fallaci già malata di cancro. Del resto, ciò che si considera divertente dice molto su quanto si ha dentro. L’imitazione innescò una replica che – da sola – è capace di fare giustizia di tutto ciò che il rancore di marca progressista è stato capace di concepire e ancora concepirà.

«Giovanotta- scrisse Oriana Fallaci ormai ridotta all’osso – essendo una persona civile io le auguro che il cancro non le venga mai. Così non ha bisogno di quell’esperienza per capire che sul cancro non si può scherzare». Per poi aggiungere quello che andrebbe letto agli alunni alla prima lezione di Educazione civica: «Quanto alla guerra che lei ha visto soltanto al cinematografo, per odiarla non ho certo bisogno del suo presunto pacifismo. Infatti la conosco fin da ragazzina quando insieme ai miei genitori combattevo per dare a lei e ai suoi compari la libertà di cui vi approfittate». Chapeau!

 

Valerio Pece

 


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