La straordinaria vita del Beato Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster


Il cardinale Alfredo Ildefonso Schuster in una foto del 1929 di Giuseppe Farabola
Fonte: G. Vismara: Corbetta – Cenni illustrativi. Corbetta, 1926 (2ª ed. 1930)

 

Parlare del Beato card. Alfredo Ildefonso Schuster per me è un onore e un dovere per due fatti personali. Il primo raccontatomi più volte da mia madre e dal mio parroco don Ernesto Essi è legato ad una mia situazione di salute: a pochi mesi di vita mi diagnosticano una mastoidite con gravi rischi per l’intervento. Il Cardinale si trovava in visita pastorale nella mia parrocchia di S. Sebastiano a Bregazzana e il parroco presenta al Cardinale mia madre che è preoccupatissima per quanto diagnosticato. Il card. Schuster dice che le farà avere l’olio del Bambino di Praga e che faccia per tre giorni un segno di croce sulla parte malata e reciti la preghiera che lui le farà recapitare. Così fece. Con grande meraviglia poi dei medici non  si riscontrò più alcun sintomo di quanto diagnosticato. Il secondo è che ebbi il grande dono nel 1953 di ricevere la prima Comunione e la Cresima dalle mani del santo Arcivescovo con la “profezia” che certamente – disse al parroco e a me – il Signore ti vuole suo ministro. Tutto pensava il parroco per me, meno che a questo.

“Mementote prepositorum vestrorum” (Ebr 13,7)

Nella mia vita ho sempre tenuto sul mio scrittoio l’immagine del Cardinale e del S. Curato d’Ars. Alla sua morte il 30 agosto 1954 mi recai con mia mamma ad onorare le spoglie dell’ Arcivescovo sulla strada, in mezzo a tanta gente, tra Venegono e Saronno verso Milano, dove passava il carro funebre del grande Monaco-Vescovo che si spense consumato letteralmente dalla fatica pastorale alla vigilia del suo venticinquesimo di episcopato nella terra dei Santi Ambrogio e Carlo.

La famiglia e i primi anni di Alfredo

Schuster nasce a Roma il 18 gennaio 1880 da una modesta famiglia il cui padre Giovanni, originario della Baviera, era capo sarto degli Zuavi pontifici, e la madre Maria Anna Tutzer originaria di Bolzano ma da più di dieci anni residente a Roma, profondamente religiosa e laboriosa secondo la tradizione tirolese.

Egli nasce settimino all’ombra della Basilica di S. Giovanni in Laterano e il 20 gennaio riceverà il Battesimo nel Battistero costantiniano con i nomi Ludovico, Alfredo, Luigi. Verrà da tutti chiamato Alfredo sino alla professione monastica.

Fu sempre di salute gracile e, come racconta lui stesso, vi fu una circostanza, quando era ancora bambino, che i medici disperarono della sua salute e la mamma allora corse alla chiesa di S. Agostino a Roma affidando il suo bimbo alla Vergine Maria che la esaudì. E da allora – disse spesso il Cardinale – sino alla sua morte non conobbe più malattia seria.

Nella sua infanzia romana volentieri seguiva la mamma alle funzioni religiose, particolarmente nella chiesa dei Carmelitani alla Traspontina e già verso i quattro/cinque anni fece servizio all’altare con tanta devozione. A sette anni, il 2 aprile 1887, ricevette il sacramento della Cresima dalle mani di mons. Giulio Lenti, Vice gerente per la Diocesi di Roma e gli fece da padrino il marchese Clemente Sacchetti.

Dopo una lunga malattia che costrinse a letto il padre Giovanni, il 18 settembre 1889 sopraggiunse la morte lasciando la famigliola, composta dalla moglie Maria Anna, da Alfredo e dalla piccola Giulia, in non poche difficoltà.

Fece la prima Comunione, dopo coscienziosa preparazione, presso la chiesa di S. Rocco a Ripetta, il giorno di Pentecoste del 1890 nella chiesa di S. Anna a Porta Angelica.

Frequentò le scuole elementari all’Istituto Domenico Sacchi, scuola privata e parificata ubicata in via Giulia a Roma. Dopo la quinta elementare entrò nella scuola monastica formata da 10 alunni dell’abbazia di S. Paolo fuori le Mura all’età di undici anni, era il novembre 1891. Di quei primi anni il card. Schuster serbò sempre un ricordo riconoscente. Egli fu studente desideroso di sapere e incline alla vita di preghiera. I suoi divertimenti erano lo studio e la preghiera. Durante l’estate era consuetudine del monastero di S. Paolo dare l’opportunità, per sfuggire alla calura romana, ai ragazzi della scuola e a qualche monaco di trasferirsi in Sabina presso l’abbazia di Farfa la cui fondazione risale al V secolo. Qui Alfredo conobbe, e ne portò sempre un grato e devoto ricordo, il Beato don Placido Riccardi.

Preparazione alla vita monastica

Conclusi gli studi umanistici chiede di poter iniziare l’anno di noviziato: è accolto e prende il nome di Ildefonso. Il 1° novembre 1899 la Comunità monastica darà il placet per la professione semplice del novizio don Ildefonso Schuster che sarà emessa il 13 novembre di quell’anno.

Frequentò gli studi teologici presso il collegio di S. Anselmo sull’Aventino voluto da Papa Leone XIII per la formazione specialistica dei giovani benedettini di tutte le nazioni. Schuster il 18 aprile 1893 aveva assistito alla posa della prima pietra di quell’opera tanto preziosa anche oggi. In quegli anni di teologia egli continuò ad interessarsi agli studi archeologici ai quali sarà legato culturalmente per tutta la sua vita anche da Arcivescovo di Milano, recuperando antichi reperti e preziose reliquie di santi. L’abbazia di Farfa lo ebbe come prezioso ricercatore. Il 13 novembre 1902 don Ildefonso Schuster emise la professione solenne da Monaco benedettino. Ricevette il suddiaconato il 7 marzo 1903 e il 6 giugno 1903 il diaconato in S. Giovanni in Laterano. Il 28 maggio dello stesso anno aveva conseguito la laurea in filosofia. Il 19 marzo 1904 fu ordinato sacerdote e il 20 marzo, domenica di Passione, celebrò la prima messa alla quale parteciparono la madre e la sorella Giulia che poi entrerà nella Congregazione di S. Vincenzo de’ Paoli. In quella circostanza ricevette dei doni, tra i quali un bel crocifisso di madreperla, ma per spirito di distacco si privò di quel prezioso dono consegnandolo all’Abate don Bonifacio Osländer affinché ne disponesse secondo il suo criterio. Dalle cronache del monastero di S. Paolo fuori le Mura si riscontra che don Ildefonso fu, per i giovani aspiranti, apprezzato insegnante in esegesi, ebraico e patrologia. Inoltre gli fu spesso assegnata la predicazione nella Basilica. Fu degna di elogio da parte di molti l’omelia che tenne per il centenario della morte di S. Gregorio Magno, il 10 aprile 1904, neppure un mese dopo la sua ordinazione presbiterale. A lui era affidata la direzione delle cerimonie liturgiche nella Basilica di S. Paolo. Era inoltre richiesta la sua presenza nelle visite dell’Abate Osländer ai vari monasteri.

Nel maggio del 1908 si recò con il nuovo Abate don Giovanni Del Papa, su mandato di S. Pio X, a Trieste per la visita canonica al monastero di S. Cipriano e vi rimase sino al 6 giugno, vigilia di Pentecoste. In quei giorni venne invitato al Collegio di N. D. de Sion a tenere un ritiro alle religiose e vi celebrò la S. Messa il 3 giugno nella bella chiesa di Notre Dame de Sion, di cui il sottoscritto oggi è parroco, con edificazione della Comunità delle Religiose per la pietà nel celebrare e la dottrina espresse nella sua riflessione.

Viene designato maestro dei novizi e iniziò il suo ministero il 9 di giugno 1908 di ritorno dalla visita canonica al Monastero di S. Cipriano a Trieste. Il suo grande rammarico per questo incarico gli venne dal distacco della sua presenza nell’Abbazia di Farfa e dalla spirituale fraternità monastica con il Beato Placido Riccardi. Comunque continuerà a frequentare con i novizi Farfa e non trascurerà i suoi studi archeologici e storici di quella antica Badia. Viene richiesto in altri monasteri per la predicazione. Nel settembre del 1910 si reca all’Abbazia di Pontida (Bergamo) per predicare la novena di S. Alberto. Vi è notizia delle sue predicazioni presso la monache Benedettine di S. Grata in Bergamo. In quegli anni il P. Abate gli dà l’obbedienza di insegnare canto gregoriano presso l’istituto superiore di musica sacra in via del Mascherone a Roma. Arricchisce il monastero di S. Paolo di reliquie autentiche di santi come: Ambrogio, Agostino, Anselmo d’Aosta, Pier Damiani, Martino di Tours, richieste da lui ai vari Vescovi. Questo “santo desiderio” lo accompagnerà anche da Arcivescovo di Milano. Già nel 1913 don Ildefonso iniziò quel prezioso lavoro storico-liturgico e teologico che formerà la preziosa opera da lui titolata “Liber Sacramentorum”. Nel 1914 trascorrerà un periodo a Montecassino per la redazione delle nuove Costituzioni della Congregazione Benedettina Cassinese.

Abate di S. Paolo

Il 25 marzo 1918, dopo la morte dell’Abate don Giovanni Del Papa, il capitolo dei monaci di S. Paolo elegge come Abate don Ildefonso Schuster a maggioranza assoluta con due voti contrari. L’elezione fu confermata dalla Sacra Congregazione Concistoriale l’8 aprile e la solenne benedizione abbaziale si celebrò la domenica 14 all’abside della Basilica Ostiense presieduta dal card. Basilio Pompili. Nel pomeriggio dello stesso giorno quale Abate ordinario della Abbazia Nullius di S. Paolo prende possesso della diocesi.

Alla comunità monastica chiese l’esemplare osservazione della Regola. Raccomandava ai monaci lo spirito di sacrificio, dandone lui l’esempio e chiese la maggior osservanza in monastero del silenzio per un autentico clima di raccoglimento. La sua attenzione precipua fu quella che la liturgia fosse preparata e curata affinché le celebrazioni parlassero al cuore. Ci teneva molto ad essere presente agli atti conventuali che riteneva di grande importanza per lo spirito monastico. Faceva di tutto per non mancare. Esigeva che i monaci custodissero il raccoglimento in ogni luogo. Due volte la settimana teneva il “Capitolo delle colpe” facendo delle profonde riflessioni sulla Regola e sulla professione religiosa. Voleva e vigilava che si facesse l’elemosina ai poveri che “bussavano” al monastero e all’economo chiedeva per i poveri gesti di generosità. L’Abate Schuster fece del monastero di S. Paolo una “casa accogliente” anche per i monaci mechitaristi armeni che, a causa della guerra, si rifugiarono a Roma. I novizi furono accolti da Schuster a S. Paolo dove poterono celebrare la liturgia nel loro rito. Tutti furono colpiti dalla pietà dell’Abate e dalla sua perfetta osservanza dello spirito benedettino, della povertà, laboriosità, studio e dignità liturgica.

L’abbazia di S. Paolo aveva anche la cura di un piccolo territorio che comprendeva le parrocchie di Nazzano, Capena e Civitella S. Paolo, in tutto circa quattromila persone. Schuster fu presente tra la sua gente nei momenti belli come in quelli tristi con il suo zelo pastorale, la sua competenza teologica, la sua carità sempre attenta e discreta. Fu solerte anche ad appoggiare opere sociali e culturali-religiose, soprattutto per far conoscere la vita dei cristiani all’epoca delle catacombe e dell’Editto di Costantino.

Costituito da Benedetto XV l’Istituto Pontificio Orientale, tra i primi docenti nel 1918 fu chiamato anche l’Abate Schuster. Fu convocato a dare il suo apporto anche presso la Sacra Congregazione dei Riti nella sezione liturgica quale consultore per la sezione della Causa di beatificazione e canonizzazione.

Pio XI lo nominerà visitatore apostolico per i seminari della provincia ecclesiastica milanese. Compito che svolse con scrupolosa attenzione. Si recò di frequente a Milano anche perché gli era affidata la cura dell’opera Cardinal Ferrari che muoveva i suoi primi passi e che stava molto a cuore a Pio XI. Nel 1923 venne nominato presidente della pontificia commissione di arte sacra per l’Italia.

Morto il 7 gennaio 1929 il card. Eugenio Tosi, che era Arcivescovo di Milano dal 1922, l’attenzione di Pio XI si orientò verso l’Abate Schuster. Stando alle confidenze dello stesso Schuster, il Papa gli comunicò le sue decisioni di nominarlo Arcivescovo di Milano intorno alla Pasqua del 1929, chiedendo che la notizia rimanesse riservata sino al 27 giugno.

Cardinale e Arcivescovo di Milano

Pio XI volle mostrare concretamente la sua benevolenza verso la sua diocesi di origine e verso il nuovo Arcivescovo, elevando l’ Abate di S. Paolo, eletto Arcivescovo di Milano, alla porpora cardinalizia nel Concistoro segreto del 15 luglio e imponendogli la berretta cardinalizia il 18 luglio. L’ordinazione episcopale, presieduta dallo stesso Pio XI, fu nella Cappella Sistina la domenica 21 luglio 1929.

Prima di prendere possesso della diocesi ambrosiana il card. Schuster passò un periodo in raccoglimento e preghiera a Montecassino. L’8 settembre, natività della Beata Vergine Maria, festa solenne per il Duomo di Milano, il nuovo Arcivescovo fece il suo ingresso partendo dall’antica Basilica di S. Eustorgio per prendere poi possesso in Duomo della Cattedra metropolitana della quale per 25 anni sarà Pastore, Maestro e Consolatore. Chi si attendeva dalla sua omelia un discorso pragmatico rimase deluso. Schuster, in conformità allo spirito liturgico di cui fu promulgatore e difensore, spiegò il Vangelo del giorno, anticipando così quelli che saranno i sapienti suggerimenti della riforma liturgica del Vaticano II e i richiami di Papa Francesco nella Evangelii Gaudium. Nel pomeriggio di quel giorno il nuovo Arcivescovo, dopo essere stato nel seminario di Corso Venezia, si recò a visitare i malati degenti negli ospedali milanesi per poi tornare in Duomo a presiedere i Vespri e impartire la benedizione papale. Fece poi pervenire ai bisognosi, tramite le varie associazioni di carità, la sua concreta attenzione ai poveri. Il giorno dopo il novello Arcivescovo celebrava i divini misteri sulla tomba di S. Ambrogio nella Basilica a lui dedicata.

In venticinque anni del suo episcopato milanese indisse e fece 5 visite pastorali in tempi anche pericolosi, raggiungendo ogni parrocchia, anche la più piccola e arrampicata sulle Prealpi come quella del Luinese. Egli giungeva prestissimo, alle 5 celebrava la messa e la gente accorreva facendo stupire i parroci. Nelle visite pastorali conferiva anche la Cresima e al caso anche le prime Comunioni; visitava nelle loro case gli ammalati; si recava processionalmente al cimitero e se rimaneva la notte in parrocchia, la sera presiedeva la recita del S. Rosario, dove con il canto delle Litanie Lauretane offriva un pensiero religioso con l’esame di coscienza e la benedizione pastorale.

Durante la Cresima dava “i ricordi” per vivere da buoni cristiani con esempi semplici che ancor oggi non solo io ricordo. Indicando, a mo’ di domanda, quali sono le buone opere per salvarsi, rispondeva: dottrina cristiana, vita cristiana, sacramenti cristiani, opere cristiane, morte cristiana.; quanti sono i gradini della scala per andare in Paradiso, diceva: 22, cioè osservare i dieci comandamenti, i cinque precetti della Chiesa e i sette sacramenti. Con semplicità e grande sapienza educava il suo popolo richiamando le cose essenziali. La sua profonda pietà e sobrietà pur nella maestà dei segni liturgici che lui spiegava, da pari suo, colpiva la gente di ogni età e ceto. Ricordo un episodio avvenuto nella mia piccola parrocchia di Bregazzana (350 abitanti) dove sul piazzale della Chiesa, conclusa la processione al cimitero, si avvicinò all’Arcivescovo un signore non del posto che gli chiede una benedizione per la figlia gravemente malata; il curato si premura e ricorda al Cardinale che questi è un «sovversivo militante senza Dio», il Cardinale rispose: «Caro sig. curato, questo signore è venuto a chiedere al Cardinale una preghiera e la benedizione di Dio: questa è la merce nostra che lui non ha e vuole che l’Arcivescovo non gliela doni? Ma se ha chiesto questo, tanto senza Dio non è, caro sig. curato”. Ricordo quella scena che spesso mio padre socialista mi richiamava di come debbano essere “i preti e i cardinali».

Nei tempi delle leggi razziali egli non esitava, tramite alcuni parroci soprattutto delle valli a ridosso della Svizzera nella Pieve di Porlezza  e alcuni fidati contrabbandieri, a chiedere di mettere in salvo gli ebrei che gli venivano inviati da ecclesiastici di tutta Italia, che a lui direttamente si rivolgevano. Durante i bombardamenti della città di Milano egli non volle mai lasciare l’arcivescovado eccetto per recarsi dagli Oblati di Rho. Diceva: il comandante non deve abbandonare la nave. Dopo il bombardamento su Milano del 13 e 16 e 17 agosto 1943 il Cardinale visitò le zone colpite, si recò negli ospedali per confortare e aprì le porte dell’arcivescovado per gli sfollati. Chiese ai parroci di non abbandonare le loro parrocchie e soprattutto i fedeli. Incitò clero e laicato associato a non disattendere la vita spirituale delle parrocchie nonostante tutto. Milano fu profondamente mutilata. L’Arcivescovo si preoccupò dell’assistenza materiale e spirituale degli sfollati, lanciando dal Duomo un appello via radio l’8 settembre. Dal Duomo invitò tutti i parroci della diocesi a «istituire con prudenza dei dormitori notturni anche nelle chiese e cappelle sussidiarie». Chiese agli industriali di non far mancare il lavoro. Lui stesso distribuiva in arcivescovado sussidi per le famiglie bisognose. Diceva ai suoi collaboratori: «Date tutto quello che abbiamo». Oltre al denaro provvide per la distribuzione di alimentari e vestiario. La sua carità non ebbe limiti. Per l’assistenza medica e burocratica ai poveri Schuster appoggiò l’associazione “la carità dell’Arcivescovo” sorta da un gruppo di cattolici laureati, avente come responsabile l’ing. Bianchi, trucidato poi dai Tedeschi.

Durante l’occupazione tedesca, che seminò in tutto il territorio della diocesi terrore e morte, il card. Schuster fu sempre dalla parte del suo popolo con coraggio e sapienza cristiana. Lo testimonia anche la sua presenza dopo il bombardamento del 1° aprile 1944 delle zone industriali di Varese: il Cardinale si recò colà a confortare la popolazione e a visitare le famiglie colpite. Mostrò la sua fortezza cristiana ed umana il 14 agosto 1944, quando con risolutezza protestò con i Tedeschi ed ottenne la rimozione dei corpi dei 15 partigiani esposti al pubblico ludibrio in una stazione di benzina a Piazzale Loreto. Così fece anche il 29 aprile 1945, chiedendo di far cessare lo scempio e di rimuovere i corpi di Mussolini e degli altri da piazzale Loreto.

Schuster praticò e insegnò la giustizia, l’equità e la pietà, virtù queste che hanno le radici nel Vangelo e sono essenziali per un vissuto civile degno dell’uomo.

Nonostante i tempi burrascosi, il suo costante e non lieve impegno per le cinque visite pastorali alle oltre 900 parrocchie, non venne meno. Schuster non trascurò la formazione del clero, vigilò sulla formazione e sulla vita dei seminari; fu attento ad educare all’unità dei cristiani non solo con la preghiera dell’ottavario di gennaio, che volle venisse fatta ogni anno in una chiesa di Milano e a cui partecipava ogni giorno per impetrare l’unità dei cristiani.  Questa iniziativa fu voluta per tutta la Chiesa cattolica, da Pio XI e fu particolarmente  osservata dal card Schuster. Dopo il quarantunesimo Sinodo Diocesano, da lui voluto e presieduto, decretò che in tutte le parrocchie il clero celebrasse le azioni liturgiche: digne, attente ac devote. Autorizzò la traduzione privata in lingua parlata del messale e del breviario, sia ambrosiano che romano. Quando si celebrava per il popolo nelle parrocchie faceva leggere in italiano il Vangelo. Prescrisse che in tutte le parrocchie, anche quelle di montagna, la domenica non mancasse il canto nella messa e i vesperi cantati nel pomeriggio con la dottrina per gli uomini.

Impartì precise disposizioni per l’arte sacra. Per questo appoggiò la scuola Beato Angelico voluta da mons. Polvara. Diede debito onore e culto alle reliquie dei Santi e Beati presenti nelle zone della Diocesi. Incoraggiò la vita religiosa e il sorgere di nuovi istituti secolari. Egli stesso volle uno per la sua diocesi. Nella sua instancabile fatica pastorale non trascurò però i suoi studi di cui poi beneficiarono la stessa vita liturgica e pastorale della diocesi, del capitolo metropolitano per l’ufficio divino, la liturgia e la catechesi delle parrocchie. Il card. Schuster, vero monaco e zelante pastore, si spense consumato dalla letterale fatica apostolica il 30 agosto 1954 nel seminario arcivescovile di Venegono. L’omelia funebre fu tenuta in Duomo a Milano dal card. Angelo Giuseppe Roncalli futuro Papa Giovanni XXIII.

La sua memoria rimane tra il popolo ambrosiano in  benedizione e profonda riconoscenza. La domenica 12 maggio 1996 Papa Giovanni Paolo II lo dichiarava Beato. Le sue spoglie sono venerate in un altare laterale del Duomo di Milano in una decorosa urna, opera dell’artista Manfrini. Molti passano a venerare colui che si fece tutto a tutti con nel cuore un grande desiderio di portare Dio al mondo e il mondo a Dio.

Manet in  aeternum (Sal 116,52) memoria sua.

 

MONS. ETTORE MALNATI

In Corriere del Sud

nn. 5-6, anno XXIV/15, p. 3

 

La mia testimonianza sul Beato Card. Schuster

Gentile Direttore,

ho letto nella rubrica “Le Serate di San Pietroburgo”, l’interessante articolo di Mons. Ettore Malnati sulla vita del Cardinale Ildefonso Schuster (cfr. Il Corriere del sud, n. 6, anno XXIII, Crotone 7 settembre 2015, p. 3, ndr]. Il Beato cardinale è ricordato nella mia famiglia per aver salvato dalla furia della rivoluzione di Milano la mia nonna materna da piazzale Loreto il 25 aprile 1945. I partigiani fermarono una automobile “Balilla”che, sugli sportelli, aveva la scritta “Ministero degli interni” ma, all’interno, vi era una vecchina che era mia nonna assieme ad un’altra anziana. Loro erano responsabili di essere madri di due“consoli” della R.S.I. Il Cardinale intervenne salvandole e portandole in un monastero vicino Milano. Liberate a fine guerra tornarono salve alle loro famiglie (per ovvie ragioni non posso dire il nome dei due “consoli”).

Ringrazio Dio e il beato Cardinale del Suo intervento a piazzale Loreto. Io ero bambina ma ricordo tutto perfettamente come se fosse successo ieri, grazie al Santo Cardinale (spero che lo diventi al più presto e mi propongo da oggi di pregare affinché ciò avvenga al più presto possibile).

Emilia Billa

(Milano)

Lettere al direttore de “Il Corriere del sud

pubblicata sul sito http://corrieredelsud.it


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