L’insensatezza dell’eutanasia mostrata dal Covid: “nessuno ha rifiutato il respiratore”

La pandemia da Coronavirus ha “rimesso al centro il valore della vita di ogni essere umano, chiarendo con una drammaticità indicibile che vivere è nettamente preferibile a morire, e che il buon medico è colui che cerca di salvare i suoi pazienti, facendo di tutto per strapparli alla morte, fino alla fine. Il dottore eroe che rischia la vita per curare i malati, la dottoressa con la mascherina che culla amorevolmente l’Italia: concetti e immagini improponibili nella narrativa mediatica e bioetica prima del Covid, quando la bussola era il diritto all’autodeterminazione individuale”.

Così ha scritto qualche tempo fa su Avvenire la professoressa Assuntina Morresi, editorialista del quotidiano della CEI e docente di Chimica – Fisica presso il Dipartimento di Chimica, Biologia e Biotecnologie dell’Università degli Studi di Perugia, dove insegna Chimica – Fisica Avanzata e Crioconservazione e Biobanche.

Per la professoressa Morresi “ormai è chiaro per chiunque, in tutto il mondo, che un respiratore non curerà l’infezione da coronavirus ma è un mero sostegno vitale (ricordiamo che la legge 219 sul biotestamento considera alimentazione e idratazione artificiale, e di conseguenza anche la ventilazione, al pari di terapie, e non sostegni per la sopravvivenza), cioè serve a cercare di tenerti in vita mentre combatti la tua battaglia contro il virus. Sono sparite dai media espressioni come ‘respirazione forzata’ o preoccupazioni per ‘essere attaccati a una macchina’. E se è vero che si tratta di situazioni temporanee (nelle terapie intensive ci si sta al più per qualche settimana), è anche vero che non risulta che qualcuno abbia rifiutato il respiratore, o abbia posto problemi al momento di essere intubato, perché preoccupato della futura qualità di vita”.

La Morresi, che dal 2006 fa parte del Comitato Nazionale per la Bioetica, organo di consulenza della Presidenza del Consiglio dei Ministri e fa parte della delegazione italiana dello “European Committee on organ transplantation (CD-P-TO)” del Consiglio d’Europa, ha riflettuto anche su quanto sia inumano morire da soli. “Ci siamo resi conto che esistono le persone anziane, e che sono fragili”, ha spiegato la Morresi, dal 2013 Commendatore dell’Ordine ‘Al merito della Repubblica Italiana’, “ci siamo indignati all’idea che qualcuno potesse anche solo pensare di escludere gli anziani dalle terapie intensive”.

“Si discuteva bioeticamente di transumanesimo e di potenziamento dell’umano”, ha concluso la Morresi, “e all’improvviso ci si è trovati vecchi e vulnerabili. Ci siamo trovati improvvisamente a fronteggiare un virus beffardo e impietoso con le nostre fragilità, con implicazioni importanti sulle priorità esistenziali”.

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