Ecco perché aver abbandonato il latino è stato un errore


Di Pietro Licciardi

Una volta c’era la Chiesa cattolica e universale. Una universalità non soltanto dichiarata ma resa evidente dal fatto che ovunque, dalle foreste amazzoniche alle cattedrali europee, ai tucul africani, liturgia e preghiere erano in latino. Grazie a quella che era la lingua franca dell’impero di Roma il cristianesimo aveva potuto espandersi urbi et orbi e fino alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso chiunque, in qualunque angolo del mondo, pregasse in quella lingua lo faceva all’unisono e in comunione con i fratelli.

Poi qualcuno ha deciso che il latino non andava più bene, che si doveva capire cosa si diceva per essere più “consapevoli” durante le liturgie e così ciascuno è tornato a pregare nella propria lingua volgare, in una babele di idiomi e dialetti. Il risultato? Basta andare in vacanza dalle parti di Bolzano che già in chiesa non capisci più niente e se partecipi alla Messa o fai la bella statuina o ti sottometti alla forzata apartheid: ore 10 liturgia in tedesco, ore 11 in italiano. Alla faccia della comunione fraterna.

Ma poi l’aver abbandonato il latino ha portato un reale giovamento? Non sembra, a giudicare dalle chiese sempre più vuote e dall’ignoranza dilagante su tutto ciò che riguarda la religione.

A meno che non si voglia insinuare che i nostri nonni erano degli allocchi, che vivevano la loro fede come gli asini, ai quali puoi dire di tutto tanto non ti capiscono ma continuano comunque per la loro strada, probabilmente era proprio l’uso del latino a dare ai canti e alle liturgia quel qualcosa in più che oggi è venuto meno: il fascino e l’evidenza del sacro. Tanto è vero che allora le chiese erano piene, le vocazioni fiorivano e c’erano molti più santi di oggi.

Per convincervi fate una prova: andate ad una messa vetus ordo e sperimentate quanto l’uso del latino renda molto più attenti e partecipi, anche grazie allo sforzo di seguire i vari passaggi per poter rispondere o inginocchiarsi al momento giusto. Il fatto della incomprensibilità è poi una scusa bella e buona perché basta munirsi di un buon foglietto con traduzione a fronte per risolvere il problema.

Ma poi è così importante “capire”? La Santa Messa è un mistero, può una lingua volgare penetrare e svelare il mistero? Inoltre Nostro Signora sa perfettamente con quali intenzioni preghiamo, potendo leggere fin nel profondo del cuore, ed è questo che rende efficace un Pater un Ave o un Gloria, sia se è detto in italiano, latino o dialetto swahili.

E poi, adesso che viviamo in un mondo sempre più “globalizzato”, in cui è la norma trovarsi in chiesa gomito a gomito con un filippino, un rumeno, un nigeriano oppure prendere un aereo e trovarsi la domenica in un qualsiasi paese europeo – a meno di non avere a traduttore automatico – il riuscire a pregare assieme, usando le stesse formule e la stessa lingua non sarebbe molto più moderno?

Da Oxford a Cambridge, alla statunitense Yale lo studio del latino sta tornando alla grande, mentre nella Chiesa è ormai considerato un segno di arretratezza. Nel mondo per comunicare si è costretti a imparare l’inglese; perché noi cattolici dobbiamo dimenticare il latino? E con esso rinunciare sempre più a decifrare l’immenso patrimonio musicale e artistico della Chiesa a cui apparteniamo. Tutte le religioni usano una lingua sacra: l’arabo antico per i musulmani, il sanscrito per gli indù. Perfino i luterani hanno il tedesco medievale. Dunque non si deve aver paura del latino: i giovani lo capiscono e affollano le Messe vetus ordo, e per questo sia ringraziato ora e sempre Benedetto XVI.

Qualcuno diceva che la Chiesa è sempre indietro in una rivoluzione. A quanto pare è proprio vero.


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Biella, dove risiedo, è forse l’unico capoluogo di Provincia in Italia dove la Santa Messa del “Vetus Ordo” nemmeno si sa cosa sia, pertinacemente e pervicacemente boicottata dal Vescovo “bergoglione”. Sono stufo, strastufo ed arcistufo di dovermi sorbile l’ignobile papocchio ideato, per conto di Montini, dal Massone Monsignor Bugnini (che Dio lo abbia in gloria).E’ possibile -anche se improbabile- che qualcuno più autorevole ed ascoltato dell’umile e modesto sottoscritto intervenga in Curia per ripristinarla?