Ecco perché a Cesare dobbiamo rispetto, contributi e voto e a Dio cuore, culto e vita


Di Padre Giuseppe Tagliareni

«Gli mandarono alcuni farisei ed erodiani per coglierlo in fallo nel discorso. E venuti, quelli gli dissero: «Maestro,… È lecito o no dare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare o no?». Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse: «Perché mi tentate? Portatemi un denaro perché io lo veda». Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». E rimasero ammirati di lui» (Mc 12,13-17).

Essere giusti è ben difficile; bisogna dare ad ognuno il suo: a Cesare, cioè allo Stato, quello che gli va dato e a Dio quello che è di Dio. Così ci dice Gesù. Ma cosa vuol dire in concreto? Vediamo di fare qualche precisazione.

La distinzione tra ciò che è di Dio e ciò che è di Cesare, tra religione e politica, tra sacro e profano, religioso e civile è fondamentale per non confondere i due piani. Nella vita di un popolo le peggiori lotte sono quelle che accadono quando la politica vuole asservire la religione o viceversa quando la religione si vuole servire dell’impero.

Purtroppo nei Paesi islamici è ancora così, impedendo la libertà di coscienza e sacralizzando la politica, che così partorisce regimi teocratici uno dopo l’altro. Gesù invece, pone una netta distinzione tra i due piani, ma non li oppone. Nella sua saggia risposta fa capire che è possibile conciliare la sfera religiosa con quella civile, dando ad ognuno “il suo”. Cosa? Vediamo insieme.

Volendo semplificare, a Cesare dobbiamo: rispetto, contributi e voto; a Dio dobbiamo dare il cuore, il culto, la vita.

In dettaglio:

A) A Cesare, cioè allo Stato, dobbiamo:

rispetto: accettazione e stima delle Leggi, dell’Autorità stabilita, degli ordinamenti, soprattutto della Carta Costituzionale. Ogni autorità viene da Dio, anche se passa dal suffragio universale. Perciò è da rispettare per doppia ragione. Tuttavia, poiché Dio è più di qualunque istituzione umana, quando l’autorità civile comanda qualcosa contraria alla Legge di Dio, il fedele deve invocare la libertà di coscienza ed opporsi;

contributi (tasse, etc.): ogni cittadino è chiamato a contribuire al bene comune e non solo a goderne. Perciò, in base alla propria capacità e ricchezza, ognuno deve far sì che lo Stato possa erogare i servizi essenziali al vivere civile: la sanità, la sicurezza, l’ordine pubblico, la giustizia, l’istruzione, la protezione civile, l’amministrazione pubblica, i trasporti, la protezione del suolo, l’approvvigiona-mento idrico ed energetico, lo smaltimento dei rifiuti, etc.;

voto: lo Stato democratico si regge sul voto che esprime la volontà di un popolo. Questo viene dato a scadenza periodica per eleggere i propri rappresentanti, ai quali viene affidato il governo della nazione. Il regime democratico subentra ad altri regimi che hanno fatto il loro tempo (regni, imperi, dinastie, oligarchie, assolutismi, teocrazie, etc.); oggi sembra preferibile e dominante sulla scacchiera mondiale. Per quanto possa valere poco un voto, non ci si deve astenere dal darlo a quei rappresentanti che ne siano degni per onestà, competenza e bontà dei programmi  proposti davanti a tutti.

Quando tutti i cittadini fanno la loro parte, lo Stato funziona bene e si ha pace e prosperità. Ma questo non basta, poiché l’uomo non è fatto solo per la terra, ma anche per il Cielo. Anzi, questa è la sua patria definitiva.

Ecco che allora che Gesù ci ricorda di dare a Dio quanto gli dobbiamo. A Lui dobbiamo tutto: Bisogna dargli il cuore, il culto, la vita, perché Egli è l’unico, il Creatore e Signore, il fine della nostra vita e la nostra felicità.

B) A Dio dunque dobbiamo dare:

il cuore: cioè il nostro intimo, la nostra persona. A Dio dobbiamo tutto l’amore di cui siamo capaci, mettendolo al centro dei nostri desideri e dei nostri pensieri. Egli, che è l’Assoluto, dev’essere al centro del cuore, come il tesoro più prezioso, l’amico più caro, il Signore effettivo delle nostre scelte e la meta finale. Dio lo dobbiamo amare “con tutto il cuore”, costituendolo come centro dell’io, come il nostro vero “Io”, come il nostro ospite d’onore, sempre presente nella nostra casa e onorato come “Signore”;

il culto: sia quello interno “in spirito e verità”, sia quello esterno o pubblico. Poiché Dio è uno solo e da Lui viene ogni bene, a Lui solo dobbiamo l’adorazione. Dobbiamo perciò contrastare ed abbattere ogni idolatria, ogni esaltazione della creatura a posto del Creatore. Nelle feste poi, dobbiamo esaltare le grandi opere del Signore: la creazione, la redenzione, la santificazione. La festa preannunzia il Giorno senza tramonto della gioia eterna del Cielo, che la risurrezione di Cristo già annunzia e realizza. Il comando di “santificare le feste” poi, assume dopo Cristo la sua giusta valenza cristiana, che è quella  della liturgia eucaristica, secondo il comando “Fate questo come mio Memoriale”, dato da Gesù ai suoi apostoli nell’Ultima Cena. La Santa Messa ben celebrata è il più grande atto di autentico culto;

la vita: nascita e morte sono avvolte nel mistero dell’amore gratuito di Dio, che dal nulla ci chiama a vivere in eterno con Lui. Perciò la nostra vita deve orientarsi a Dio, all’incontro con Lui, ben sapendo che tutto ciò che è della terra lo lasceremo per sempre al momento della morte. Questa verrà inesorabilmente e ci costringerà a chiudere per sempre l’esistenza terrena, con tutto ciò che gli è legato: case, terreni, denari, tesori, amicizie, persone care e persino il nostro stesso corpo. Veniamo da Dio e a Dio andiamo. Dobbiamo ben prepararci all’incontro con Lui, da cui dipenderà la nostra eterna felicità o dannazione. Pertanto, la vita non dev’essere vissuta per altro scopo che per dare gloria a Dio in eterno. Tolto Iddio, qualunque altro valore cade o diventa idolo che mortifica l’anima e il cuore.

Tornando a Gesù, egli ci dice sì di rispettare Cesare, ma di mettere Iddio al primo posto e per Lui vivere, perché è Lui che ci fa vivere e ci dà ogni  bene. A Lui tutti ci dobbiamo sottomettere, anche le stesse autorità umane, perché ogni autorità viene da Dio. A Cesare spetta ordinare la civile convivenza e cercare il bene comune, la prosperità e la pace, con la collaborazione di tutti i cittadini. A Dio spetta il primato assoluto e il Regno, che Egli vuole introdurre prima nella vita dell’uomo e poi in tutta l’umanità. Nell’uno e nell’altro ambito, il vero ostacolo nasce quando si cerca “Mammona” e si calpesta la carità e la giustizia. Perciò Gesù disse: “Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte le altre cose vi saranno date in sovrappiù (Mt 6,33). E questo vale nei confronti della prosperità e del benessere. Bisogna che questo monito sia fatto proprio da tutti, sia da coloro che operano nel sociale, sia dagli stessi ecclesiastici e religiosi, perché se si dimentica Dio, anche le migliori istituzioni umane crollano, perché perdono il fondamento ultimo e lorizzonte del vero progresso nella pace e nella giustizia.

Nel  mondo odierno si va cercando faticosamente di stabilire la “laicità dello stato nei confronti della religione. Cosa non facile a causa delle diverse mentalità e pretese; inoltre, la storia di un popolo influisce sulle modalità e la concretizzazione del difficile rapporto tra stato e istituzioni religiose, specialmente se queste sono estese a tutto un popolo. In linea di principio, allo stato spetta regolare l’ordinata convivenza dei cittadini, riconoscere i diritti delle persone come la libertà di coscienza, di culto, di associazione; non è invece, diritto dello stato veramente “laico” quello d’intromettersi negli affari religiosi, di abolire le manifestazioni della religione, di confinare solo nel privato il culto e le convinzioni religiose dei cittadini.

Lo stato deve avere grande rispetto del valore sociale, storico, pedagogico della religione e permettere ai genitori di educare i figli secondo la loro fede, pur nel rispetto delle leggi vigenti, a cominciare dalla costituzione, la legge fondamentale, che dovrebbe sempre riconoscere la libertà religiosa dei suoi cittadini.

Purtroppo questo non avviene sempre: l’Unione Sovietica e i regimi comunisti imposero per decenni l’ateismo di stato; lo fa ancora la Corea del Nord. Al contrario, altri Paesi, specialmente islamici, impongono come costituzione civile la legge coranica, che non ammette altra religione né leggi che contrastino il Corano; in questi, non esiste “laicità” dello stato, con grave perdita della libertà delle coscienze e delle stesse istituzioni civili.

Quanto all’Italia, la sua intera storia s’intreccia col cristianesimo e la Chiesa cattolica in particolare. Tutte le regioni e città fino ai più sperduti villaggi portano testimonianze religiose cattoliche come chiese, campanili, basiliche e cattedrali. La domenica è giorno festivo a causa della risurrezione di Cristo. Moltissimi sono i battezzati. Il cristianesimo ha impregnato società e cultura in tutte le sue espressioni, specialmente la letteratura, le arti, l’architettura, la musica, i costumi. Ora però le cose vanno cambiando rapidamente, sia a causa della scarsa pratica religiosa, sia a causa dell’ateismo pratico, sia per il crescere di nuovi culti e la diffusione di sette, sia per la magia, sia per la cultura dell’evasione, sia per una crescente ostilità contro la Chiesa cattolica.

Si è giunto al rifiuto dei Crocifissi nei luoghi pubblici, all’introduzione di leggi contro la vita e contro il matrimonio monogamico, alla dissacrazione della Domenica come weekend o giorno degli acquisti, all’oscuramento della voce della Chiesa, al tentativo di emarginazione dei cattolici, dietro a cui si scorge l’orchestrazione della Massoneria, nemica della vera fede e della Chiesa in particolare. Contro tutte queste manovre bisogna prendere coscienza del proprio diritto a professare la religione e il relativo culto, esigere il rispetto della storia e delle radici cristiane dell’Italia, il diritto di manifestare la fede e di educare i figli secondo la propria fede. Lo stato non può essere né contrario, né assente, né neutrale. Ne va della giustizia verso i cittadini e della stessa civiltà.

 


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