“E’ un po’ armeno il nostro sangue. Difendiamolo”


Di Giulio Meotti*

A un Occidente in cui nessuno sembra più aver voglia di combattere o tiene più alle proprie tradizioni, in cui si sputa sulla propria storia e si cancella la propria cultura, in cui la terra non manda più alcun eco, gli armeni, piccoli, sparsi per il mondo, dimenticati e asserragliati, ora in guerra per il Nagorno, ci indicano una strada in cui non ci si lascia travolgere, dove non si dimentica di essere stati la prima nazione cristiana della storia e in cui si va fieri di tanta bellezza custodita nella propria terra.

Di ieri la notizia che metà della popolazione del Nagorno, 75.000 persone, è stata sfollata a causa degli attacchi dell’Azerbaigian sostenuto dai turchi. Speriamo resistano.

Ho letto una bellissima lettera che l’attore francese Simon Abkarian ha rivolto a Erdogan dalle pagine del Figaro:

“Noi armeni combattiamo per il futuro dei nostri figli, ricordando i nostri morti che si rifiutano di morire una seconda volta. Nonostante le tue armi all’avanguardia, nonostante le tue vociferazioni religiose, nonostante i tuoi jihadisti a 2.000 dollari al mese, non vincerai. Prendi i tuoi morti e vattene, la terra degli Armeni è la terra della conoscenza, la terra del miele e delle rose. Non sapresti cosa farne. Qui le donne sono regine della gioia. E le ragazze non hanno alcun certificato da presentare a nessun uomo. Qui la musica e il vino sono rimedi indispensabili. Qui possiamo credere o non credere. Perché il nostro paese non è un paese, è un crocevia. E sai chi lo incrocia? Tutta l’umanità. Se pensi di massacrarci come agnelli, sappi che siamo cresciuti sotto il ventre di leonesse”.

La tradizione biblica colloca in Armenia l’arca di Noè, che al termine del diluvio universale andò a posarsi sul monte Ararat. E in Armenia si trovava il Paradiso terrestre. E’ un po’ armeno il nostro sangue. Difendiamolo.

 

* Da Facebook


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