Scopriamo il piccolo museo dedicato alla Beata Elisabetta Canori Mora, trinitaria scalza

Di Benedetta De Vito

Ci sono a Roma, nascosti nelle Chiese e nei Conventi, tanti piccolissimi musei tutti dedicati ai tanti Santi che a Roma han vissuto od operato. Scrigni di carità, lume di gioia per chi crede, posti tutti da scoprire nei quali il cuore devoto gioisce davanti alle piccole cose quotidiane che sono appartenute a un beato, un venerabile  un santo.  Ecco, questo mio articoletto senza pretese vuol essere una breve guida turistica pe scovare le perle preziose incastonate nella gran Romanità, le quali svelano la dolcezza della vita nel Signore degli uomini e delle donne che hanno amato la Croce più della vita loro e il Signore più del mondo.

Comincerò, ma solamente perché è il primo che ho visitato all’inizio della mia conversione, con il piccolo museo dedicato alla Beata Elisabetta Canori Mora, trinitaria scalza, che si trova all’interno del capolavoro del Borromini, cioè San Carlino alle Quattro Fontane, a un passo dal Quirinale. Entrando dunque nella piccola chiesa, magnifica nella sua pianta barocca, illuminata dall’alto dalla colomba dello Spirito Santo, dopo aver salutato Elisabetta nella sua cappellina posta sulla sinistra dell’altar maggiore, dirigetevi verso la sacrestia e superando il piccolo negozio, dove guardiano è un simpatico sacrestano trinitario di nome Alfonso, come il gran Santo (che amo) autore di “Tu scendi dalle stelle”, seguitate ad andare diritto finché a un, per dir così, crocicchio, dovrete piegare sulla sinistra dove s’apre il grazioso museo dedicato alla Beata che fu sposa e madre e mistica.

Sollevando lo sguardo, vedrete Elisabetta fatta piccina, insieme alla sorellina Benedetta ritratte in un dipinto anonimo assai ben fatto. Sotto in una cassapanca vetrata troverete i piccoli oggetti di lei: un ditale davvero minuscolo che serviva ai suoi lavori di cucito, il Gesù Bambino del suo presepio, l’anello con il Cristo in Croce che tanto amava. Ci sono anche i vestiti della dolce Elisabetta: babbucce, mantelletto, vestina. E poi i suoi libri, compresa l’Imitazione di Cristo che è libro di tutti quelli che scelgono la sequela di Nostro Signore.

Per visitare il secondo museo di cui scrivo, dovrete recarvi, invece, sul viale di Trastevere, lì dove il Tevere, un tempo, tracimava sulla riva, facendo germogliar la vita. Oggi, tutto è difeso dai grandi argini candidi che costruirono i piemontesi e così anche la Basilica di San Crisogono, dove si trova il museo di Anna Maria Taigi, non va più sott’acqua. Anche in questo caso, prima di cominciare recatevi nella cappellina della beata trinitaria che dorme, color di grano e fiordaliso, in una teca di cristallo. Se andrete al martedì mattina, credo alle 10, troverete la Santa Messa. E ora avanti e torniamo sui nostri passi perché l’entrata al piccolo museo è verso la coda della Basilica. La chiave gira nella toppa ed ecco schiudersi come un fiore la vita dolce e semplice di Anna Maria, che nel suo mistico sole, vedeva le cose del presente e del futuro. Il suo sole è un quadro nel museo. Poi ci sono i suoi vestiti, il suo tavolino, l’inginocchiatoio e anche la sua maschera mortuaria in cera. Facciamo ora un balzo in avanti e dall’Ottocento, eccoci agli anni Trenta del Novecento.

Per entrar nell’intimo della piccola venerabile Antonietta Meo, morta a sette anni o poco più in odor di santità, dopo una brevissima vita allegra e di malattia insieme, eccoci a Santa Croce in Gerusalemme, dove è conservata la sua tomba. Tutt’intorno gli abitini suoi, i giocattoli, la bambola vestita di rosa che amava, i dadi da costruzione, tutto il mondo bambino di questa piccola incendiata dall’amore per Gesù. Vestiti e giocattoli vengono tutti dall’Istituto CorJesu, di Via Sommelier, dove Nennolina andava a scuola. Ieri, con un cielo in armatura grigia, mi sono recata all’Istituto dove, accolta da suor Jacinta, ho potuto vedere e anche toccare quel che resta dei cimeli portati lì dalla sorella maggiore di Antonietta, Margherita. A toccarmi il cuore, un cappellino rosso che Antonietta adorava e di cui parla sua madre nel libro “Ricordi della mamma di Nennolina”. Il cappellino è lì, nell’armadietto, sembra che danzi e pare nuovo nuovo…

Insieme a Suor Jacinta (irjacinta perché è brasiliana) ho fatto la visita guidata dell’istituto che nasconde molte altre meraviglie. C’è infatti, al secondo piano, la stanza dove si rifugiava, quando arrivava a Roma, l’allora Patriarca di Venezia, Angelo Roncalli, che è stato Papa e ora è anche Santo. Al terzo piano, lì dove il cielo tocca la terra, un altro piccolo-grande museo. Si tratta delle stanze in cui visse la fondatrice dell’Ordine delle suore Apostole del Sacro Cuore di Gesù, Madre Clelia Merloni. Davanti alla porta, un librone grande così mostra che i visitatori vengono da mezzo mondo perché lei, Madre Clelia, è anche madre dei tanti bambini che molti sposi ebbero per sua intercessione. Entro in punta di piedi nel bell’ordine della stanza dove troneggia un letto color verde oliva. Sul fondo una scrivania di legno scuro. In due vetrine sono custodite le piccole cose di Madre Clelia: una bella borsa in cuoio, una borsetta nera, le sue scarpe. C’è anche la cuffia che portava perché, a causa dei fortissimi mal di testa, non poteva indossare il velo delle sue consorelle. E poi i testimoni muti dei suoi miracoli. Come l’ampolla d’olio piena del biondo liquido che comparve per grazia divina in una botte piena, quando si pensava che fosse bell’e finito. E termino qui, ripromettendomi di ritornar su Madre Clelia un giorno per dedicarle una piccola agiografia.

 

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