Il cammino di San Benedetto: 300 chilometri da Norcia a Montecassino


Di Benedetta De Vito

Tornata da una gita a Montecassino, rotonda di me, mia madre decise che mi sarei chiamata Benedetta, come il grande Santo di Norcia, nato nella grande famiglia senatoria degli Anicii, che diede alla Chiesa ben tre Papi. Tra questi Gregorio I, cioè Gregorio Magno, benedettino lui pure, inventore del canto Gregoriano, il Pontefice che invitava, nella fede, a tener sempre acceso, con sterpi e legnetti d’amore, il fuocherello nel cuore…

Fui, dunque Benedetta e mai, fino a un mese fa, ebbi l’uzzolo di andare a vedere i luoghi che furono di Benedetto e dove lui perse la toga e guadagnò il saio da monaco e la gioia di appartenere al Signore.

Eccomi, dunque, in macchina con l’amica Carla, a scendere da Roma verso il Mezzogiorno, inseguendo il sole del mattino presto. Lei e io, senza mariti e figli. Al Mezzodì, siamo sotto a Montecassino – dove San Benedetto nacque in cielo – che da lassù, adagiata nel velluto verde della collina, pare il nido grande di una famiglia di aquile. L’auto serpeggia tra i tornanti mentre forti suonano le campane del Tocco, riempiendo l’aria di festa, incanto, semplicità.

Finalmente, in cima. Benedetto, in forma di statua, mi dà il suo benvenuto mentre un tale, irlandese, mi domanda perché il monastero è così nuovo e si lamenta che non c’è niente da vedere. Gli spiego, e mi sorprende, che gli americani hanno ridotto in briciole l’antico monastero e che questo, pur bello, è stato ricostruito dopo la Seconda Guerra Mondiale. “Are you a guide?”, mi domanda e io sorrido, lo saluto e sono dentro, tra Benedetto e Scolastica, la sorella gemella del Santo, lei Santa pure.

Nel negozino del monastero acquisto un bel rosario fatto, mi assicurano, a Loreto dai coronari della Santa Casa. E speriamo bene che non sia cinese. Ed è già ora di metter la prima e andare oltre perché ci attendono altre visite e mentre, a malincuore, saluto Benedetto che porta il nome di un Papa che amo molto, Benedetto XVI, mi ripropongo un giorno di fare, a piedi, questa volta, il cammino di San Benedetto, del quale qui mi accingo a scrivere come se lo avessi percorso perché, negli anni miei non più tanto verdi, nei luoghi benedettini, pur non conoscendoli per tali, e me ne rendo conto ora, sono stata.

Mentre scrivo, collegata al sito del  cammino di San Benedetto, sogno di poter camminare lungo i 300 e tanti chilometri che da Norcia portano a Montecassino. E di andar come una pellegrina, con la credenziale nella borsa, la conchiglia di San Giacomo come bicchiere, il sacco a pelo verde di Decatlon nello zaino  e Benedetto, nel suo (fatto mio) ora et labora, nel cuore…

Fu San Benedetto a portare a Roma il monachesimo del deserto e a fondar le abbazie, dove si viveva, lontani dal mondo, tutti raccolti nel Signore. Più avanti, con San Francesco arrivarono gli ordini mendicanti. Vivevano nelle città, nel mondo, e si chiamano ancora oggi frati. Fu una nobile romana, della gens Marcella,  Santa Marcella, che inventò sull’Aventino il primo convento per donne. Con Marcella, nel IV secolo, arrivò, dunque, a Roma l’idea del monachesimo femminile. Bambina, Marcella aveva conosciuto Sant’Atanasio, monaco d’oriente, e si era votata alla santità, convertendo, aiutata anche da San Gerolamo, molte altre matrone come lei che a casa sua si riunivano in preghiera e studio. Marcella, a modo suo, la prima suora della Chiesa cattolica…

E, richiusa la parentesi, eccoci di nuovo da Benedetto. Chiudo gli occhi e sono a Norcia, dove il Santo nacque in questo mondo. Triste è oggi l’intorno, tramutato in macerie dal terremoto del 30 ottobre del 2016. Norcia non è più lei, ma gli abitanti, indomiti, continuano credere nella rinascita e a vendere i loro prodotti sopraffini: salame di cinghiale, le lenticchie del vicino Castelluccio, i trufoli. Norcini, in tutta Italia, sono i venditori di carne di maiale, proprio in onore di questi gran lavoratori della bella campagna. In altri tempi, salutai il Patrono d’Europa, nella sua piazza ancora viva, mentre chi mi accompagnava scendeva in deltaplano tra i prati fioriti di Castelluccio…

A Cascia, prima tappa del cammino, andai con il mio primo bambino a ringraziare Santa Rita. Fiorì la rosa rossa di Santa Rita morente in pieno inverno e ancora oggi, tanti secoli dopo, a Roma, nella Chiesa di Sant’Agostino, una rosa è il dono degli agostiniani a chi partecipa alla messa nel giorno della Santa, il 22 maggio, mese delle rose. Ed eccoci, tappa dopo tappa lungo il cammino che ha per segnale una b minuscola sormontata dalla Croce, nella Valle Santa, detta così perché tutta francescana. Le colline d’argento per i filari di ulivi, noci e querce, in un rigoglio di fiori e d’acque. Perché dal reatino scendeva – e scende – l’acqua a fiumi verso Roma.

I borghi, tutti un incanto, ricamati di buon gusto antico. Ecco Leonessa, dove vi consiglio di acquistare delle patate, se avrete dove sistemarle e poi Orvinio, che è etimo mascherato di piccola città (Urbs-Urbinus-Orvinus). Poggio Bustone dove è nato Lucio Battisti. Lasciando il reatino, raggiungiamo la Ciociaria, così chiamata per via delle ciocie, che erano le scarpe di cuoio e di pezza dei popolani della zona. Sono calzature con il naso all’insu, tenute sul piede da corregge di cuoio e abbellite da legacci neri che salgono in spira lungo i polpacci.

A Subiaco, sono stata virtualmente grazie al professor Claudio Strinati nel suo splendido programma “Divini devoti” (che si trova su Youtube). Di tutto, pur magnifico, nelle due chiese sovrapposte e rupestri, ricordo il “sacro speco”, la grotta dove Benedetto pregò, soffrì le tentazioni e, nel ventre della terra, ebbe la visione della vita benedettina.

Bella, bellissima, ma vista solo dalla macchina di ritorno con Carla a Roma è Casamari, vicina a Montecassino. Una curiosità. Questa splendida abbazia sorge sui luoghi che furono di Caio Mario, lo zio di Giulio Cesare, come si desume dal toponimo cioè casa di Mario. Un’altra stupenda abbazia benedettina mi sorprenderebbe come puro gioiello anche perché non la conosco: l’Abbazia di San Domenico, che sorge sulla casa di Marco Tullio Cicerone. Il filo rosso della storia passa dalla Roma imperiale alla Roma cattolica. Dal Pontefice massimo al Pontefice. Entrambe universali.

Ed eccoci a Roccasecca,  dove è nato un altro grandissimo Santo che amo molto: San Tommaso d’Aquino, detto il “bue muto” dai suoi compagni di studio a Parigi. Sì, un bue muto che ha riempito della sua dottrina il mondo intero, come rispondeva alle burle il di lui maestro Sant’Alberto Magno. Sotto al castello dei conti d’Aquino, c’è la piccola chiesa rupestre di San Michele Arcangelo, il generale delle milizie celesti. E ora, siamo di nuovo di nuovo a Montecassino dove, a ritroso, è cominciato questo mio cammino virtuale nei luoghi di San Benedetto. E mentre il cielo indossa il suo bel manto trapunto di stelle, mi vedo, ma per davvero, tra le colline, i fiumiciattoli, le gole, pievi, balze, dirupi, prati in fiore, in cammino, con le scarpette da trekking, i bastoncini per andar meglio e tutto il necessario che, se sceglierete di far questo cammino in vivo e non, come s’usa ora, da remoto,  vi consiglio di portare. Per ora, il mio è un sogno, ma diverrà un giorno realtà.


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