La sussidiarietà è uno dei principi fondamentali della Dottrina Sociale della Chiesa


Di Don Gian Maria Comolli

La sussidiarietà, pur avendo centinaia di anni di storia, ebbe uno slancio particolare nel 1625 quando l’olandese Huig de Grott (trad. italiana: Ugo Grozio), giurista, filosofo e politico, pubblicò il saggio “De iure belli ac pacis”, evidenziando il rapporto che doveva instaurarsi tra il monarca e i cittadini. Con il trascorre del tempo, superate quasi totalmente forme di governo autoritario, la sussidiarietà si è sempre più aperta al concetto di Welfare.

Per la Chiesa cattolica è uno dei principi fondamentali della sua Dottrina Sociale. Il concetto fu così espresso per la prima volta dal Magistero nell’enciclica “Rerum Novarum”: «Non è giusto che il cittadino e la famiglia siano assorbiti dallo stesso Stato: è giusto invece che si lasci all’uno e all’altra tanta indipendenza di operare, salvo il bene comune e gli altrui diritti» (n. 28).

Papa Pio XI nell’enciclica “Quadragesimo Anno” puntualizzando il concetto di sussidiarietà, ammonì: «è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità possono fare. Ed è questo insieme un grave danno e uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l’oggetto naturale di qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle» (n. 80). In altre parole, il Pontefice precisò che lo Stato non può ingerire o insinuarsi nei settori di competenza degli organismi minori ma deve occuparsi delle funzioni proprie e istituzionali. Infatti, precisava Papa Ratti, «il solo mantenimento di questo livello di ordine gerarchico renderà l’azione dello stato più prospera e tanto più forte sarà la potenza sociale» (n. 81). Con una specifica: lo Stato deve esercitare, a seconda dei casi, il ruolo di direzione, di coordinamento, di sorveglianza, di vigilanza oltre che di impulso e di stimolo (cfr. n. 81).

San Giovanni XXIII, nell’enciclica “Mater et magistra”, ha richiamato ulteriormente la sinergia che dovrebbe caratterizzare il rapporto tra Stato e enti sociali, asserendo che «i poteri pubblici devono essere attivamente presenti allo scopo di promuovere, nei debiti modi, lo sviluppo produttivo in funzione del progresso sociale a beneficio di tutti i cittadini. Ma la loro azione, che ha carattere di orientamento, di stimolo, di coordinamento, di supplenza e d’integrazione deve ispirarsi al principio di sussidiarietà» (n. 40). Infine, sempre Papa Wojtyla, nell’enciclica “Centesimus annus” ha attribuito al principio una visione più ampia evidenziandone gli aspetti etici e morali: «Disfunzioni e difetti dello stato assistenziale derivano da un’inadeguata comprensione dei compiti propri dello Stato. Anche in questo ambito deve essere rispettato il principio di sussidiarietà: una società di ordine superiore non deve interferire nella vita interna di una società di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità e aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune» (n.48).

Ebbene, la Dottrina Sociale offre al principio di sussidiarietà, associandolo a quello di solidarietà, il ruolo di organizzare la società mediante una corretta ed efficiente collaborazione delle soggettività, condannando l’ingiustificata supplenza da parte delle istituzioni delle competenze spettanti agli organismi intermedi.

Si tende a specificare in tre caratteristiche specifiche il dispiegarsi della sussidiarietà:

verticale: è il decentramento di alcune competenze esercitate dallo Stato verso Regioni, Provincie, Comune e corpi intermedi come richiesto dalla Riforma del Titolo V della Costituzione;

orizzontale: favorisce i molteplici soggetti della società civile nella gestione di alcuni servizi, con la certezza che mediante la loro competenza e sollecitudine possano rispondere in modo migliore e più professionalmente alle attese, alle esigenze e ai bisogni di territori e di persone. Ciò avviene nei servizi sociali, sanitari e educativi ma anche in alcune attività economiche dato che particolari attese non richiedono unicamente risposte tangibili ma anche l’accoglienza del desiderio del cittadino alla partecipazione, appartenendo questo all’indole più profonda dell’uomo. Lo Stato, in queste situazioni, deve impegnarsi a offrire un adeguato finanziamento ma pure a verificare la qualità delle prestazioni.  In Italia, lo Stato per attuare questa visione deve ancora percorre un lungo cammino di maturazione essendo nettamente predominanti le sue istituzioni, mentre in vari Paesi europei, Stati Uniti e Australia si verifica l’opposto poiché il privato è ampiamente diffuso. Il vantaggio è notevole ed evidente essendo queste migliori poichè spesso incalzate dal mercato che indirizza all’eccellenza. Ovviamente, questa modalità organizzativa, porta con sé anche delle negatività. La maggiore è la disuguaglianza, cioè la possibilità di pochi di accedere, ad esempio, al migliore insegnamento o alle cure più efficaci. La sussidiarietà che la Dottrina Sociale della Chiesa propone non propende per l’esclusione ma per inclusione valorizzando le iniziative sorte dal basso, caratterizzate dalla logica del dono peculiarità ad esempio del Terzo Settore, e accessibili a tutti con il supporto prevalentemente economico dello Stato. Essendo argomenti complessi, che possono suscitare dubbi e perplessità, li riprenderemo e li approfondiremo nel seguito delle lezioni concretizzandoli in ogni settore societario;

circolare: è una prospettiva di sussidiarietà che si sta aprendo negli ultimi anni e che ha come punto centrale il vocabolo “insieme”, convinti dell’insufficienza della delega o del decentramento.  La sussidiarietà circolare richiede che lo Stato proceda per il raggiungimento degli obiettivi di benessere comune operando con il mercato e con i corpi intermedi, o meglio condividendo con loro “quote di sovranità”, non scordando che oggi, ma soprattutto domani, l’ente pubblico possiederà risorse in progressiva diminuzione, rischiando di non essere più in grado di rispondere ai vari bisogni nell’ottica dell’universalismo. Per questo dei politici lungimiranti dovrebbero comprendere che ormai è irrimandabile l’interazione tra Stato, mercato e società civile organizzata, compreso il Terzo Settore, ma in condizioni paritetiche, cioè superando ogni supremazia degli uni sugli altri. Ben si comprende che questo processo di circolarità richiede a tutti i soggetti coinvolti una nuova “forma mentis”. L’autorità democraticamente eletta deve rinunciare alla convinzione di detenere poteri assoluti. Il mercato deve oltrepassare la logica del semplice profitto aprendosi al Bene Comune che si concretizza nella solidarietà. Pure i corpi intermedi devono compiere un salto di qualità rifiutando mansioni di “operatori sociali” commissionate da altri per valorizzare e partecipare l’enorme potenzialità umana e relazionale che posseggono.

Concludendo e riassumendo possiamo affermare che il principio di sussidiarietà, oltre che disegnare un nuovo ruolo dell’autorità pubblica, quella di garante del Bene Comune, si erge in chiara polemica sia nei confronti dei regimi fondati sul centralismo dello Stato e su esecutivi sempre più potenti, sia nei riguardi dell’esclusione sociale e dell’individualismo che vorrebbero far prevalere la logica del “fai da te”.

Don Gian Maria Comolli, ordinato sacerdote nel 1986, da trent’anni è cappellano ospedaliero. Dopo aver conseguito un dottorato in Teologia, una laurea in Sociologia ed aver frequentato diversi master e corsi di perfezionamento universitari, attualmente collabora con l’Ufficio della Pastorale della Salute dell’arcidiocesi di Milano ed è segretario della Consulta per la Pastorale della Salute della Regione Lombardia.

Testo pubblicato per gentile concessione dell’autore (tratto dal blogwww.gianmariacomolli.it).


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