La felicità sta nell’attesa?


Di Nicola Sajeva

La felicità sta nell’attesa?

Un’affermazione incontrata durante una lettura e alla quale ho pensato di aggiungere solo un punto interrogativo.

Oggi sembra che vadano diminuendo i presupposti essenziali per conquistare una condizione di appagamento psico-fisico che può introdurci nel giardino fiorito della felicità. Troppi paradisi vengono offerti, troppe piste proposte per raggiungerli, troppo alto il prezzo richiesto per venire in possesso di tutte le istruzioni per l’uso. L’insoddisfazione attraversa il cuore dell’uomo e lo lascia incapace di organizzare qualsiasi processo di liberazione spirituale.

Ancorare la felicità all’appagamento di necessità solo materiali è il grande errore dell’uomo contemporaneo. Un benessere visto solo nella sua componente economica non riesce a dare risposta a tutte le domande che, prima o poi, l’uomo si pone. E se queste domande non affiorano, il dramma è totale, la civiltà è in declino, un’emergente nuova schiavitù incomincia a caratterizzare pesantemente la nostra quotidianità. Spettatori del crollo di tutte le ideologie, della messa al bando di tutti i valori, non riusciamo più ad avere la forza e la determinazione necessarie per procedere a scelte alternative.

La prova inconfutabile che tutto ciò impregna la nostra realtà sta nella constatazione di un pessimismo molto diffuso, nella paralisi di tutto quanto può accendere la fiducia nel futuro. Il disorientamento, il vuoto, l’incapacità di vivere bene il presente – e la conseguente ricerca di testare sul proprio corpo tutte le sostanze stupefacenti di ultima generazione – risultano essere i segnali indicatori di un fallimento su tutta la linea, inibitore del raggiungimento di quella condizione ottimale agognata dall’uomo di tutti i tempi e che abbiamo imparato a chiamare felicità.

Messa così concettualmente fuori dalla realtà, la felicità viene confinata nell’attesa: questa la conclusione dell’articolo del quale casualmente mi ero ritrovato lettore.

Il punto interrogativo che ha stimolato questa mia riflessione parla della mia perplessità a situare solo nell’attesa qualcosa che, impiantandosi durevolmente nel nostro cuore, possa rappresentare fonte generosa e rigenerante nei momenti di attraversamento delle valli poco illuminate e insidiose dell’esistenza umana.

La felicità sta nell’attesa? Assolutamente no!

La felicità diventi condizione spirituale, pronta a generare rapporti positivi, pronta ad espandere profumo di serenità, di equilibrio, di compensazione, pronta a mettere in circolo il calore acceso da un amore gratuito, pronta a riflettere sull’umanità lo sguardo misericordioso di Dio.

E’ questa la felicità degna di trovare posto tra le nostre intime aspirazioni. La felicità conquistata dai Santi, la felicità di Henri Antoine Grousé, detto Abbé Pierre, sacerdote francescano che scrive: «Si è felici solo grazie alla felicità che si dona» ed ancora Raoul Follereau, l’apostolo dei lebbrosi, aggiunge: «Nessuno ha il diritto di essere felice da solo».

La felicità nell’amare, la felicità nel donare, la felicità nel riuscire a possedere ciò che nessuno potrà mai toglierci: la gioia che abbiamo saputo donare e che misteriosamente rimane nel nostro cuore.


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