Applaudire durante i momenti destinati al saluto estremo è un’abitudine insulsa


Di Nicola Sajeva

Di abitudini insulse è molto impregnata la società in cui cerca di sopravvivere la nostra capacità di autonomia psicologica.

Spesso le nostre difese cedono e veniamo risucchiati dalla deriva che fatalmente ci porta a comportamenti pedissequi; così la nostra personalità si rende pronta ad accettare i comodi compromessi offerti a prezzi scontatissimi da tutte le agenzie, centrali e periferiche, che provvedono alla messa in circolo di comportamenti sempre più stereotipati e quindi sempre meno personalizzati. La capacità critica e tutti i tentativi di proporre l’originalità della nostra speculazione intellettuale provano l’esperienza del naufragio.

Allora ci sentiamo esistenzialmente a posto se riusciamo a trovare “un posticino” sul carrozzone più affollato o sulla scena dove il banale e il futile, offrendo allettanti copioni, non chiedono altro che di vederci protagonisti principali, comprimari, anonime comparse, pronti a ricevere il calore degli applausi, pronti a stringere tra le mani fantastiche coppe, pronti a sentirci ripagati da una colorata pergamena o dal luccichio di una medaglia.

Di abitudini insulse si vanno riempiendo gli spazi vuoti creati dalla nostra insipienza, dal rifiuto di mettere in moto la nostra personale vivacità intellettuale.

Diventiamo molto recettivi, ripetitivi, stagnanti, impersonali, succubi dei tanti modi di essere proposti dalla regia dei furbastri di turno.

Non riusciamo ad organizzare una seppur minima reazione in grado di smascherare e denunciare i disvalori, che così riescono a raggiungere fertili zone di espansione.

Da questa breve disanima, desidero ricavare argomentazioni vincenti per stigmatizzare un’abitudine definita “insulsa”: applaudire durante i momenti destinati a dare il saluto estremo.

Da tempo, provavo enorme fastidio quando questa abitudine, irrompendo nella nostra quotidianità, trovava quasi sempre accoglienza, sostenitori pronti ad entrare nel ruolo di protagonisti, convinti di riuscire così ad esternare con efficacia l’intenso ribollire dei propri sentimenti.

Questa insulsa abitudine riesce a distoglierci dall’acquisizione di sentimenti profondamente umanizzanti. Un tesoro immenso possiamo scoprire nelle delicate pieghe del silenzio. Chi ha fede, oltre al silenzio, può innalzare una preghiera di sostegno, può articolare sommessamente espressioni di invocazione della misericordia divina.

Silenzio e preghiera dovrebbero dare il ritmo a tutte le cerimonie di commiato, di addio e, per i credenti, di arrivederci in una realtà e in una dimensione che concretamente ci sfugge, ma che la fede ci fa stupendamente sperare.

Questa insulsa abitudine impazza anche nelle nostre realtà locali: sempre più frequentemente si applaude in chiesa, nelle piazze. Ma la morte non è spettacolo, come abbiamo visto con i morti con il Covid-19: non lo può essere perché rappresenta sempre una nostra sconfitta, una resa a qualcosa che ci sovrasta. La morte è, invece, destinata ad essere occasione di riflessione, di verifica, di messa a punto dei nostri ruolini di marcia.

Silenzio e preghiera per rendere fecondo il dolore, per dare a tutti la possibilità di rimuovere le ossidazioni che egoismo, interessi, chiusure psicologiche, prevenzioni, sospetti, compromessi continuano a depositare, devitalizzando le nostre personali risorse.

 


Subscribe
Notificami
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments