Armenia, anche i sacerdoti imbracciano i fucili per la guerra giusta contro gli islamisti


Di Hovannes Mikayelian

Un combattivo prete armeno ha voluto mandare un messaggio ai nemici islamici della sua terra, cioè turchi e jihadisti filo-Erdogan, inviati a combattere nella provincia separatista del Nagorno-Karabakh (in armeno chiamata Artsakh): neppure i pastori di anime si arrenderanno mai.

Sta facendo il giro del web la foto che vedete, pubblicata dall’account Twitter ufficiale della Repubblica armena. L’immagine è accompagnata da un motto emblematico: “Faith & Power”, fede e potere.

Anche i preti armeni, quindi, imbracciano il fucile contro i jihadisti che combattono per la difesa del Nagorno (Montuoso) Karabakh, in armeno Artsakh, una repubblica armena de facto in quanto ufficialmente non ancora riconosciuta da alcuno stato membro ONU.

Ricordiamo che difendersi, anche con le armi, è previsto dal Catechismo della Chiesa Cattolica.

Recita il numero 2308: “Tutti i cittadini e tutti i governanti sono tenuti ad adoperarsi per evitare le guerre”. Ma, ricordando Gaudium et spes, 79 aggiunge: “Fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un’autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa”.

A sua volta il successivo numero 2309 ricorda: “Si devono considerare con rigore le strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare. Tale decisione, per la sua gravità, è sottomessa a rigorose condizioni di legittimità morale. Occorre contemporaneamente: — che il danno causato dall’aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo; — che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci; — che ci siano fondate condizioni di successo; — che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione. Questi sono gli elementi tradizionali elencati nella dottrina detta della ‘guerra giusta’. La valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune”.

Ricordiamo che da sempre popolato da armeni cristiani, l’Artsakh venne assegnato da Stalin per meri scopi politici nel 1923 all’Azerbaigian, turco e musulmano, e costretto a subire da quel momento l’oppressione del sistema azero.

Con il progressivo disfacimento dell’Unione Sovietica, verso la fine degli anni Ottanta riprese vigore il movimento di autodeterminazione del popolo del Nagorno Karabakh e la richiesta che il soviet locale fosse assegnato alla RSS di Armenia e non più a quella dell’Azerbaigian.

Tali istanze, anche con una petizione firmata da oltre centomila persone ossia la quasi totalità della popolazione adulta armena (che, nonostante le immigrazioni forzate di azeri, rappresentava comunque il 78% di quella totale), non furono mai accolte da Mosca.

Nel 1991, quando la RSS dell’Azerbaigian decise di uscire dall’Unione Sovietica e trasformarsi in repubblica di Azerbaigian, gli armeni del Nagorno Karabakh approfittarono della legislazione sovietica dell’epoca per stabilire la propria indipendenza.

La decisione venne presa in forza della legge del 3 aprile 1990 dell’Unione Sovietica (“Norme riguardanti la secessione di una repubblica dall’Urss”) che consentiva alle regioni autonome di distaccarsi da una repubblica qualora questa avesse lasciato l’Urss.

Il 2 settembre 1991 il soviet del NK decretò la nascita del nuovo stato, confermata da un referendum (10 dicembre) e successive elezioni politiche monitorate a livello internazionale (26 dicembre).

Il 6 gennaio 1992 veniva proclamata la repubblica del Karabakh Montuoso-Artsakh. Il 30 gennaio l’Azerbaigian muoveva militarmente contro il piccolo neonato stato. Nonostante più uomini e mezzi a disposizione gli azeri furono sconfitti dai partigiani armeni di montagna e nel maggio 1994 venne firmato un accordo di cessate-il-fuoco. Nonostante tale accordo, l’Azerbaigian ha continuato a mantenere altissima la tensione lungo la linea di demarcazione, con ripetute violazioni dell’accordo e tentativi di penetrazione in territorio armeno.

La Repubblica del Nagorno Karabakh ha un’estensione di 11.458 kmq, sviluppati su di un territorio prevalentemente montuoso con un’altitudine media di mille e cento metri sul livello del mare, appartenente geologicamente all’altopiano armeno. Il territorio del Nagorno Karabakh è diviso in otto distretti amministrativi (sette oltre alla capitale Stepanakert). Di questi, cinque componevano l’oblast prima della guerra, uno (Shahumian) è sotto parziale controllo dell’Azerbaigian e due raccolgono sette rayon azeri che prima del conflitto non facevano ufficialmente parte della regione autonoma pur essendone storicamente parte integrante.

La popolazione ammonta a poco meno di 150 mila abitanti con un incremento quasi costante per ogni anno dovuto ad un aumento delle nascite, ad un minor tasso di mortalità e ad un parziale rientro di profughi armeni fuggiti a causa della guerra.

Il 99% della popolazione è di etnia armena; il restante 1% comprende assiri, greci e curdi (questi ultimi soprattutto nel Kashatagh).

L’accademica di origini armene e nota scrittrice Antonia Arslan ha spiegato che l’Armenia ha bisogno dell’aiuto degli europei ma l’Europa tace. Inoltre ha ricordato che solo una diplomazia “a muso duro” può fermare gli scontri, chiarendo che “dietro al conflitto c’è Erdogan, che è pericoloso e sottovalutato”.

 


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