San Francesco non esaltò le creature ma Dio: rifiutò immanentismo e naturalismo


Di Diego Torre

Altra parodia del santo di Assisi è vederlo saltellare per i campi accarezzando fiorellini e inseguendo uccellini. Nella Vita Prima del Celano leggiamo: “Un giorno uscì ammirando con più attenzione nella campagna circostante tutto ciò che è gradevole a vedersi, la bellezza dei campi, l’amenità dei vigneti non gli dava più alcun diletto. Era attonito di tale repentino mutamento e riteneva stolti tutti quelli che hanno il cuore attaccato ai beni di tal sorta.” E’ da qui che inizia, dopo una lunga provvidenziale malattia, la sua conversione.

Il Francesco del Cantico delle Creature emergerà dopo, ed il riferimento ultimo non saranno le creature ma Dio stesso. Spiega Pio XI: “Essendo Araldo del Gran Re, egli volse le sue mire a far sì, che gli uomini si conformassero alla santità evangelica e all’amore della Croce, non già che dei fiori e degli uccelli, degli agnelli, dei pesci e delle lepri si rendessero soltanto sdilinquiti amatori. Che se egli verso le creature sembra trasportato da una certa tenerezza di affetto, e « per quanto piccole » le chiama « coi nomi di fratello o di sorella » — amore, peraltro, che quando non esca dall’ordine non è proibito da nessuna legge — non da altra causa che dalla sua stessa carità verso Dio egli si muove ad amare le dette creature, le quali « sapeva avere con lui uno stesso principio » e nelle quali guardava la bontà di Dio; giacché « da per tutto egli va seguendo il Diletto sulle orme impresse nelle cose, di tutte le cose si fa scala per giungere al trono di Lui ». Né immanentismo, né naturalismo quindi. Non l’esaltazione delle creature ma di Dio, di cui le creature sono autentiche teofanie. E ciò peraltro in opposizione all’eresia albigese che affliggeva il mondo in quel tempo e che disprezzava la materia, ritenendola intrinsecamente malvagia.

Ma pur amando la bellezza del Creatore riflessa nelle creature, che egli comanda, ammaestra, benedice, nutre, e con le quali si intrattiene, non esita a maledirle come fece con la scrofa del convento di San Verecondo. Essa aveva ucciso un agnello appena nato e il Santo, ricordando Gesù, Agnello immolato, si commuove ed esclama:“… Sia maledetta quell’empia che ti ha ucciso e nessuno, uomo o bestia, mangi della tua carne!». Incredibile! La scrofa malvagia cominciò subito a star male, e dopo aver pagato il fio in tre giorni di sofferenze, alla fine subì una morte vendicatrice. Fu poi gettata nel fossato del monastero, dove rimase a lungo e, seccatasi come un legno, non servì di cibo a nessuno per quanto affamato.”(Tommaso da Celano, Vita Seconda, 111). Lo stesso farà con il pettirosso: “Guardate –disse il Padre–questo ingordo: pieno e sazio lui, è invidioso degli altri fratelli affamati. Avrà di certo una brutta morte”. La sua parola fu seguita ben presto dalla punizione: salì quel perturbatore della pace fraterna su un vaso d’acqua per bere, e subito vi morì annegato. Non si trovò gatto o bestia, che osasse toccare il volatile maledetto dal Santo.” (Tommaso da Celano, Vita Seconda, 18).

In sintesi “Francesco testimonia il rispetto per tutto, testimonia che l’uomo è chiamato a custodire l’uomo, che l’uomo sia al centro della creazione, al posto dove Dio – il Creatore – lo ha voluto.” (Papa Francesco 4.10.2013). L’uomo è amministratore rispettoso ed attento del creato ma non creatura come le altre.

«Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra. Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente, che striscia sulla terra».(Genesi 26-28). E’ un comando e una vocazione su cui dovrebbero riflettere gli adoratori della terra come coloro che la devastano.

 


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