Shemà. Commento al Vangelo del 4 novembre della teologa Giuliva Di Berardino


Shemà (in ebraico “Ascolta”), un commento al Vangelo del Giorno di Giuliva Di Berardino.

Anche a noi, uomini e donne del terzo millennio, Nostro Signore Gesù Cristo dice: “Shemà”. Ascoltiamolo!

 

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IL COMMENTO TESTUALE

IL VANGELO DEL GIORNO: mercoledì 4 Novembre 2020

Oggi la liturgia ci fa ricordare san Carlo Borromeo, vescovo di Milano, attento alle necessità della Chiesa del suo tempo. Ricordando quindi la fede di questo uomo dedicato al servizio della Chiesa, ricevendo nella comunione con la Chiesa che è in Milano la preghiera di tutta la comunità cristiana, disponiamoci ad ascoltare le parole di Gesù in questo giorno inserite in questa liturgia della Chiesa. Il Vangelo ci presenta Gesù  in cammino verso Gerusalemme, la città che l’evangelista Luca pone come méta del cammino di ogni credente, perché Gerusalemme è il luogo in cui Gesù offrirà la sua vita per amore. è la città in cui si manifesterà lo Spirito Santo, lo Spirito d’amore che spinge sempre oltre l’umanità. In questo contesto e in questa prospettiva di dono e d’amore, il Vangelo ci fa avvertire l’esigenza della nostra chiamata al discepolato. Le parole di Gesù non sono un discorso per pochi, ma per tutti, infatti  il testo inizia specificando che Gesù parla a grandi folle, e queste folle non sono solo le folle che Lo ascoltavano ai suoi tempi, ma siamo anche a noi. Ecco allora cosa esige l’essere discepolo di Gesù: per prima cosa odiare il padre e la madre, poi nel portare la propria croce. E’ un linguaggio che sorprende perché nel testo c’è proprio scritto “odiare” i genitori e portare la croce. Si tratta in effetti di due atteggiamenti interiori strettamente connessi: il distacco dai propri genitori o dagli affetti, come disposizione interiore, è fondametale perchè porta alla conoscenza di nuovi atteggiamenti interiori di apertura e di univeralità, mentre l’attaccamento agli affetti provoca una chiusura affettiva che ci può costringere, per ragioni legate alla nostra natura umana, a vivere centrati su noi stessi. Con l’espressione “portare la croce”, che è una conseguenza inevitabile di questa apertura universale di sé, il testo del Vangelo vuole metterci in grado di orientare il percorso affettivo della nostra esistenza verso il dono della propria vita, così come sta facendo Gesù in questo testo in cui il Maestro cammina verso il dono totale di sé, sulla croce. Come Gesù prende la sua croce, cioè si orienta verso il dono della vita, così dovrà fare anche il suo discepolo, in ogni circostanza della vita. A questo proposito sono illuminanti le parabole che seguono, quella dell’uomo che vuole costruire una torre e del re che dispone del suo regno prima di partire in guerra. Entrambe le parabole ci fanno capire che per arrivare a essere dono come lo è stato Gesù, è necessario acquisire una certa sapienza, quella qualità spirituale che ci permette di esaminare bene le situazioni, di valutare noi stessi. Essere discepoli di Gesù significa amare la vita al punto tale da farne un dono per gli altri, ma questo dipende da noi. Preghiamo allora oggi  perché ciascuno di noi possa, con l’amore che Gesù trasmette nello Spirito, accogliere il dono del distacco dagli affetti, che ci dona la libertà necessaria per amare, e la saggezza, per essere coscienti di cosa e di quanto possiamo donare di noi. Preghiamo che oggi nessun credente si fermi per strada per paura o per scoraggiamento, preghiamo che tutti, come discepoli, possiamo camminare insieme verso Gerusalemme, con lo stesso passo, con lo stesso cuore di Gesù. Buona giornata! 

Lc 14, 25-33

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

IL COMMENTO IN VIDEOhttps://www.youtube.com/channel/UCE_5qoPuQY7HPFA-gS9ad1g/videos

 


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