Per un vero federalismo: l’Italia “sovranista”, comunale e consortile


Di Angelica La Rosa

“Senza un vero federalismo le istituzioni vanno in tilt”. Così ha titolo ieri, 14 novembre 2020, un articolo a firma dell’Avvocato Gianfranco Amato il quotidiano online cattolico La Nuova Bussola Quotidiana.

L’interessante articolo, che può essere letto integralmente cliccando su questo link, ricorda che il Covid-19 ha generato anche una crisi istituzionale e il braccio di ferro fra Stato e Regioni sta producendo esiti grotteschi.

Ricordando l’esempio della Puglia si rileva che i genitori hanno fatto causa al Tar per la chiusura delle scuole decise dalla Regione ma il Tar di Bari ha sentenziato a favore mentre quello di Lecce contro.

L’avvocato Amato, nel corso dell’articolo ha spiegato che senza una riforma federale lo Stato collasserà sotto le sue contraddizioni sempre più numerose.

Proprio di federalismo, di una forma avanzata di federalismo, parla il nostro direttore Matteo Orlando, in un suo recente breve pamphlet.

Riportiamo qualche passo del libretto “Ipotesi per una società nuova – Federalismo ‘Sovranista’ Comunale e Consortile“.

Chi fosse interessato a questo libello può richiederlo gratuitamente scrivendo alla mail di Informazione Cattolica: redazione@informazionecattolica.it

***

Stralci dall’introduzione

Le insofferenze nei confronti dello Stato, di molte Regioni, delle ancora esistenti Province, di molti degli attuali Comuni, sono in continuo aumento.

Dare un assetto federale avanzato all’Italia è oggi una battaglia politica fondamentale e da molti sottovalutata. E lo dico da uomo del profondo Sud.

Un riassetto istituzionale rispondente al modello di federalismo “sovranista, comunale e consortile”, che si radichi sul caposaldo del principio cattolico di sussidiarietà (non occorre conferire ad un’entità più grande, o di grado superiore, un compito che può essere svolto, altrettanto bene, da un entità più piccola come il Comune, secondo il cosiddetto “criterio di efficacia”), è oramai improcrastinabile.

Non basta proclamare la volontà di mettere sotto il controllo diretto dei cittadini le risorse finanziarie, operando localmente sul fronte dei prelievi, delle decisioni e delle destinazioni finali di queste risorse, ma occorre realmente rovesciare totalmente l’ottica istituzionale, per arrivare ad un sistema federale comunale e consortile che si fondi sullo spostamento della competenza, su quasi ogni materia, alla periferia (i Comuni, che diventerebbero il “centro decisionale”), lasciando all’attuale “Centro” compiti di assoluto rilievo nazionale e internazionale (facendo diventare l’amministrazione statale “la periferia”).

Gianfranco Miglio (Come Cambiare – Le mie riforme per la nuova Italia, Oscar Mondadori) scriveva che “molti dei problemi da cui siamo angustiati non esisterebbero se, fin dall’inizio, l’Italia avesse avuto un ordinamento ‘federale’. E ciò non solo perché sostanziali differenze climatiche, geografiche, […] storico-istituzionali e culturali separano le diverse popolazioni della penisola, ma anche perché ad una inefficace unificazione statuale si è intrecciata l’impossibilità, […] di gestire al meglio, da un centro onnipotente, le crescenti e mutevoli esigenze di vasti aggregati socio-culturali. Lo avevano capito anche i costituenti, i quali però non ebbero il coraggio di adottare un modello schiettamente federale e ripiegarono su di una equivoca mezza-misura: un ordinamento basato sull’‘autonomia’ di venti regioni: troppo piccole per esercitare una funzione di governo, e troppo grandi per essere organi amministrativi”.

Stralci dal capitolo 1 – Un modello federale “sovranista”, comunale e consortile

Il passaggio dall’attuale accentramento politico e burocratico ad un modello federale “sovranista” (nel senso che spiegheremo in seguito) “comunale” e “consortile”, farebbe decollare l’economia italiana, facendo dei nostri Comuni (secondo il principio “dal locale al globale”, sintetizzato col termine “glocale”) il motore trainante del Belpaese.
Non proponiamo nuovi progetti regionalisti che tendono ad una concezione, peraltro terminologicamente errata, pseudo-federale del ruolo degli attuali enti territoriali.

Noi proponiamo per l’Italia una vera controrivoluzione federale municipale: non è più possibile, né economicamente vantaggiosa, la trasformazione delle strutture statali esistenti in organi di un governo pseudo-federale.
Parlare, come spesso si fa da più parti politiche, indifferentemente di “federalismo fiscale”, “autonomismo”, “regionalismo”, “decentramento”, “devolution”, “secessionismo” e via dicendo, è profondamente errato, sia dal punto di vista terminologico-giuridico che sotto tanti altri punti di vista.

Sono concetti che, naturalmente, sono dotati, ciascuno, di un particolare significato. Ma noi non proponiamo nessuno di essi, perché non garantiscono il vero federalismo, ma solo forme di centralismo più o meno attenuate.
Il federalismo che suggeriamo ha una sua autonomia teorica rispetto al fallimentare diritto interstatale moderno e si radica su millenni di preesistenza del federalismo rispetto allo Stato moderno, affondando le sue radici ideali nella struttura della Civitas Christiana.

È un federalismo che prevede una aggregazione politica nella quale si riuniscano comunità politiche indipendenti e autogovernantesi su base consensuale, volontaria e contrattuale (i Comuni e i Consorzi), al fine di conservare l’integrità politica di ciascun membro della federazione, nella quale si conciliano il governo condiviso, l’autogoverno ed il governo limitato.

Le precondizioni del federalismo, come lo intendiamo noi, sono la suddivisione del potere su base territoriale fra tre istanze giustapposte e indipendenti (Stato, Consorzi e Comuni) e la non-centralizzazione del potere, che garantisce l’indipendenza delle entità federate per scopi comuni e la sottomissione dell’esercizio del potere al consenso delle parti che si federano.

La non-centralizzazione blocca l’affermazione di regimi di accentramento, impedisce la revoca di poteri dei quali sono titolari le entità federate, cioè i Consorzi e i Comuni, e costituisce un blocco al pericolo di tirannide rappresentato dalla concentrazione del potere nella mani della sola struttura statale.

Il vero federalismo che proponiamo è necessario per arrivare ad una società organica e dinamica, formata non da un insieme di individui ma da un insieme di famiglie (nel senso cristiano del termine, cioè l’unione di un solo uomo e di una sola donna aperti alla vita) e di corpi intermedi, posti tra un singolo individuo e quella “famiglia di famiglie” che è un vero Stato eticamente sensibile.

Serve una buona politica che superi le divisioni create, ad arte, dall’Unità d’Italia ad oggi, ripartizioni che hanno contribuito sempre più a dividere gli abitanti dello Stivale. Tutta l’Italia è, da secoli, una federazione di città. L’alternativa allo stato nazionale centralista e burocratizzato, non è una Italia “regionale”, o “federale su scala regionale” ma un’Italia Federale Municipale e Consortile.

Stralci dal capitolo 2 – Uno schema federale da sviluppare

[…]

È sul territorio dei singoli comuni che meglio si può operare la tassazione sulle cose. Inoltre, la tassazione più è locale e più si collega al criterio del ‘pago per avere qualcosa in cambio di visibile e di riscontrabile’.

Consapevoli che offrire un multilivello dei poteri decisionali richiede anche una maggiore responsabilizzazione politica e gestionale degli amministratori comunali – e che l’attuale offerta centralizzata dei beni pubblici ostacola l’adeguamento dei servizi alle esigenze locali e attenua l’associazione tra imposte pagate e prestazioni dei servizi, rendendo il controllo politico dei cittadini contribuenti meno diretto ed efficace – secondo la nostra proposta:

– ogni Comune dovrebbe avere una propria “Costituzione”;

– ogni Comune dovrebbe poter predisporre una vera e propria “legge finanziaria locale” che incida direttamente sulla distribuzione del carico fiscale nei confronti di singole categorie di cittadini e valorizzi al meglio il patrimonio comunale, cogliendo appieno ogni opportunità di investimento;

– nel rispetto dell’articolo 23 della Costituzione per quanto attiene al presupposto dell’imposta, ai soggetti passivi e all’aliquota massima, ogni Comune dovrebbe poter contare su un unico tributo, che si potrebbe chiamare “Tributo Unico Federale”, perché è solo la certezza di una fonte di finanziamento determinata e costante nel tempo che garantisce il corretto svolgimento del ruolo di Comune federale. Il “Tributo Unico Federale” dovrebbe racchiudere tutte le attuali fonti di finanziamento dei Comuni (tributi, sovrimposte, tariffe, altre entrate) che rappresentano, approssimativamente, i 2/5 delle entrate correnti complessive (gli altri 2/5 sono rappresentati dai trasferimenti da parte dello Stato e altri Enti e 1/5 da entrate extratributarie, soprattutto indebitamento).

– le risorse finanziarie raccolte nei Comuni dovrebbero rimanere almeno al 70% dove sono state reperite, mentre il restante 30% dovrebbe essere destinato per un terzo ad un fondo unico federale per le aree svantaggiate, per un altro terzo al fondo unico federale per i Consorzi e per l’ultimo terzo ad un Fondo unico per le spese federali.
Questo perché, al fine di mitigare le diversità economiche che esistono tra aree geografiche diverse, un sistema veramente federale dovrebbe contemplare un meccanismo che possa soccorrere le comunità in difficoltà finanziarie, comunità che non potrebbero far fronte agli impegni con i propri cittadini perché finanziariamente più deboli. E i meccanismi ipotizzabili sono di due tipi: una compensazione orizzontale tra i comuni più ricchi e quelli più poveri della nazione; una compensazione verticale dallo Stato verso i suoi Consorzi e Comuni più poveri…

– sarebbe necessario riqualificare la contribuzione Comunale in riferimento sia al beneficio ritraibile (per cui ciascuno potrebbe essere chiamato a pagare in proporzione all’utilità che trae dai servizi pubblici collettivi), sia al principio della capacità contributiva per oggettive ragioni di solidarietà;

– Comuni e Consorzi dovrebbe avere un Governatore (che guiderebbe da 4 a 12 Delegati federali, eletti assieme a lui) e un’Assemblea Federale. Governatore, Delegati e Assemblea dovrebbero essere eletti dai cittadini con un sistema a doppio turno, proporzionale, con soglia di sbarramento al 5%, come avviene attualmente per l’elezione del Sindaco e dei Consiglieri Comunali. La stessa legge elettorale, a doppio turno, proporzionale, con soglia di sbarramento al 5%, dovrebbe essere estesa all’elezione diretta del “Sindaco d’Italia”, cioè il Premier federale (e della squadra dei ministri federali che governerebbero con lui), della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica (che dovrebbe diventare un ramo del Parlamento proteso a rappresentare gli interessi dei Comuni e dei Consorzi federali).

– ogni Comune dovrebbe avere competenze esclusive, per esempio, in ambito sociale e culturale, nell’approvvigionamento energetico e nella costruzione delle strade locali, nella pianificazione locale e sul Tributo Unico Federale (in tutte le sue fasi: dall’imposizione alla liquidazione, passando dall’accertamento fino alla riscossione dal contribuente), nelle politiche del lavoro e sugli eventi sportivi; nella gestione della sicurezza locale e nella tutela delle produzioni (agricole, artigianali e industriali) locali.

– per i Consorzi vedi il capitolo 4.

– lo Stato federale dovrebbe avere competenze esclusive, per esempio, nella politica estera e di sicurezza federale; nella difesa dei confini nazionali e nella politica monetaria; nella legislazione valida a livello nazionale e nella difesa “sovranista” degli interessi locali e federali all’interno degli organismi sovranazionali; nel sistema di difesa militare, nell’amministrazione della giustizia penale e nella Sanità Pubblica.

– Stato e Comuni federali dovrebbero avere “competenze competitive” in alcune materie: Istruzione, Giustizia Civile, Telecomunicazioni e Innovazione Tecnologica ecc.

In fase di ridefinizione delle competenze e dei poteri in senso federale si dovrebbe stare attenti a non mettere al centro del federalismo il problema delle entrate fiscali perché ciò comporta due rischi: che i cittadini identifichino il federalismo con nuove imposte; che si confermi la strana mentalità che prima entrano i soldi e poi si vede cosa farne.

Al contrario uno Stato dovrebbe mettere al centro prima i servizi che intende offrire e gli investimenti che vuole effettuare per la collettività e poi, in base ad un rigoroso criterio di pareggio del bilancio, dovrebbe pensare alla copertura mediante le entrate tributarie, raccolte con una politica fiscale giusta ed equa.

Solo con un tale federalismo comunale, dove i Comuni non sarebbero unicamente organi amministrativi ma corpi sociali che potrebbero fare scelte politiche, i cittadini troverebbero soddisfazione e risposte nella soluzione dei loro problemi rivolgendosi al Comune e non ad enti burocratici distanti, come possono essere gli apparati dello Stato.

Sabino Cassese, sul Corriere della Sera del 17 agosto 2004, ha scritto che i Comuni “hanno una lunga tradizione e spesso maggiore efficacia dello Stato, piuttosto che le Regioni, organismi recenti, sviluppatisi male e prigionieri della sempre risorgente tentazione all’accentramento regionale”.
Siamo d’accordo, naturalmente.

Un territorio ristretto sarà portato a governarsi con regole più semplici di quelle di un territorio più vasto. In un ambito Comunale-Consortile è più facile immaginare che gli interventi sarebbero mirati a risolvere piccoli e medi problemi attraverso azioni più efficaci e con un effetto a breve o medio termine.

Stralci dal capitolo 3 – Un federalismo “sovranista”

[…]

La nostra idea di sovranismo, collegata al federalismo e all’articolo 1 della Costituzione Repubblicana (“La sovranità appartiene al popolo…”) non è quella relativa al concetto “dogmatico” di sovranità come sinonimo di “potere indivisibile” e non va confusa con la pericolosa ideologia del “nazionalismo”.

Nella nostra proposta federalista intendiamo la “sovranità” in relazione alla giusta reazione di uno stato federale al centralismo europeo, rappresentato dai poteri forti e dalle varie lobbies che condizionano ogni attività del Parlamento Europeo e, soprattutto, della Commissione Europea.

Secondo la nostra proposta di riforma dello Stato in senso veramente federale su base comunale e consortile, si ridurrebbero di molto i costi perché: si assottiglierebbe la burocrazia, si ridurrebbero gli sperperi, si raggiungerebbe una migliore funzionalità dell’amministrazione. Questo perché pochi, chiari e funzionanti livelli di governo assicurerebbero una maggiore garanzia di democrazia e di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica.

Ancora, la cooperazione tra territori dotati di ampia autonomia politica, amministrativa e finanziaria, potrebbe essere realmente la base del rilancio economico del Mezzogiorno (con gli opportuni accorgimenti antimafia che spiegheremo) e la fine dei forti divari economici nazionali.

Con il nostro modello federale comunale e consortile si potrebbe veramente attuare la sussidiarietà, quel principio che affida le competenze alle sovranità politiche partendo sempre da quelle più vicine ai cittadini. Ai comuni, appunto, che sarebbero autonomi nel finanziamento delle loro attività di competenza ma che potrebbero contare sulla solidarietà federale per compensare i forti squilibri attuali, fino al loro superamento.

Il governo locale del territorio, fondandosi su dei comuni federali, diventerebbe la base del potere democratico dove i cittadini, e non i partiti, sarebbero il centro del potere politico della nazione ed ad essi sarebbe affidato, in ultima analisi, il potere di modificare le regole costituzionali, compresa la distribuzione delle competenze.

Nella nostra proposta federalista, a differenza di quanto pensano i centralisti europei, ogni amministrazione locale deciderebbe in termini di costi e benefici (secondo il cosiddetto principio di efficienza) agendo in maniera molto ponderata.

In secondo luogo, i Comuni federali agirebbero rispettando il principio di responsabilità, quello che vuole che i cittadini amministrati siano posti in grado di controllare, indirizzare e giudicare l’operato dei loro amministratori per quanto riguarda le decisioni di spesa e di entrata.

In terzo luogo, il criterio del beneficio si combinerebbe con quello di capacità contributiva e agevolerebbe l’attuazione del principio di responsabilità rendendo, con riferimento ai servizi locali, più direttamente percepibile il collegamento tra i prelievi subiti e i vantaggi derivanti dalle spese. Infine, last but not least, il principio di solidarietà imporrebbe l’intervento perequativo a favore delle realtà federali più povere per il finanziamento dei diritti fondamentali di cittadinanza sociale.

All’Unione Europea, che sta procedendo secondo una prospettiva simil-centralistica, viziata da un pauroso deficit di rappresentatività democratica, dobbiamo rispondere “sovranamente” ex art. 1 della Costituzione, difendendo gli interessi degli italiani attraverso un’Italia pienamente federale.

Stralci dal capitolo 4 – Un federalismo “sovranista”

Nella nostra proposta i compiti che, per la loro complessità, non potrebbero essere assunti direttamente dai Comuni federali dovrebbero essere gestiti in maniera cooperativa, attraverso l’istituto di Consorzi, più o meno permanenti tra Comuni, realizzando così la cosiddetta “cooperazione federale orizzontale”.

[…]

Naturalmente la decisione se aderire ai Consorzi, e quale forma questi dovrebbero assumere, spetterebbe al singolo Comune federale e ai suoi abitanti.

Le strutture di Regioni e/o delle Province attualmente esistenti, specialmente nel Sud Italia, provocano inerzie fisiche e amministrative che rendono lunghi i loro iter decisionali. Così diventa lungo anche il tempo di reazione, la presa di decisioni operative, specie quando accadono delle emergenze. La politica, anche quella emergenziale, è più efficace ed efficiente se fatta in un comprensorio territoriale circoscritto.

Parafrasando Gianfranco Miglio, siamo convinti che occorre conservare enti intermedi tra Stato e realtà federali comunali. Non siamo d’accordo con l’idea di Miglio delle Macroregioni, che aumenterebbero solo la burocrazia, ma condividiamo l’idea di riforma federale che possa “costituire apparati amministrativi interamente originali”, come noi intendiamo i Consorzi tra Comuni federali, lontani dai modelli burocratici tradizionali, e che quindi si potrebbero preventivamente vaccinare contro la corruttela clientelare.

Stralci dal capitolo 5 – Bloccare le penetrazioni mafiose

Il lavoro da fare è sicuramente lungo ma quanto mai necessario, considerando anche il gap che esiste al momento tra l’ordinamento del governo locale e il sistema economico e sociale del “Paese” Italia. Una spinta Federale Municipale richiederebbe anche un’azione preventiva per bloccare eventuali penetrazioni mafiose.

[…]

Stralci dal capitolo 6 – Un proficuo federalismo comunale

Il Comune è il tassello fondamentale di ogni nazione veramente democratica, perché solo nei comuni può essere esercitato il controllo diretto dei cittadini sui poteri pubblici.

In Italia, in particolare, derivando dalle antiche civitates, il comune è una entità economica e politica diffusa in modo puntiforme sul territorio.

Dopo il crollo del sistema dei partiti, che faceva dei sindaci l’ostaggio provvisorio di coalizioni rissose, l’elezione diretta dei sindaci è stato il primo atto concreto di fuoriuscita dalla prima repubblica. E oggi i sindaci hanno una grande forza rappresentativa, tratta dalla diretta legittimazione popolare.
Occorre però che tale autorevolezza si traduca in effettiva capacità di governo.
Questo esige – come abbiamo cercato di dire – di liberare i comuni dalle infinite pastoie burocratiche centralistiche e di fare corrispondere responsabilità politica e capacità di azione, autonomia amministrativa e responsabilità fiscale. È evidente, tuttavia, che tale concreta capacità di azione del governo locale non può essere esercitata nello stesso modo nei circa 8 mila comuni italiani.

In ogni paese federale sono presenti comuni piccoli e grandi.
Anche se sarebbe auspicabile l’omogeneizzazione della dimensione media dei comuni intorno ai 10 mila abitanti, attraverso fusioni e unioni dei comuni più piccoli, è un dato di fatto che più piccolo è il territorio, meglio è amministrabile e gestibile, minori sono le dimensioni e minori saranno i problemi per gestire una determinata materia, minori saranno i costi e maggiore sarà la rapidità della soluzione e la soddisfazione del cittadino.
Tuttavia riteniamo che sia opportuno differenziare le funzioni e le “Costituzioni” di alcune grandi città (noi proponiamo, per varie ragioni, queste dieci realtà: Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Catania) dagli altri comuni federali, mentre per i comuni federali con pochi abitanti sarebbe opportuno favorire un processo di integrazione funzionale e di aggregazione strutturale.

Le città più popolose che abbiamo indicato dovrebbero ottenere maggiori competenze che permettano loro di creare delle vere e proprie città federali metropolitane. Infatti un grosso centro può organizzarsi meglio di uno più piccolo in quanto ha più risorse umane e materiali da mettere a disposizione della collettività e può godere di una maggiore economia di scala nel fornire servizi.

Per quanto riguarda i comuni più piccoli, come abbiamo scritto, questi potrebbero consorziarsi per fornire un determinato servizio.
Comuni in località montane o con scarso numero di abitanti debbono erogare ugualmente certi servizi, indipendentemente dalla collocazione geografica o dal numero degli abitanti.
Nella nostra proposta certe aree geografiche contigue potrebbero offrire dei servizi in maniera consortile, creando così degli enti pienamente funzionanti e vivibili. Anche la fusione o l’unione dei comuni più piccoli potrebbe aiutare le piccole realtà a superare il problema della frammentazione e a sviluppare un proficuo federalismo comunale e consortile.

Stralcio dalle Conclusioni

[…]

Il nuovo sillogismo federale dovrebbe essere: collettività socio-economica “delegante” e amministratori federali “delegati” a garantire il proficuo funzionamento delle città.

Lo schema a cui tendere, secondo il nostro parere, dovrebbe essere il seguente: Stato Nazionale come “Spazio di integrazione e macroeconomie”; Consorzi di Comuni federali come “Spazio economico di sostegno e di sviluppo alle comunità locali”; Città metropolitane/Comuni come “Spazio del quotidiano”.

Con un tale federalismo a geometria variabile, un compito dei Consorzi potrebbe essere quello di definire il “livello dei servizi” che dovrebbero essere forniti ai cittadini e, in alcuni casi (come quello tributario), dovrebbe definire delle leggi quadro per rappresentare i limiti o l’orientamento entro cui i Comuni dovrebbero operare.

[…]

Opportune leggi statali potrebbero definire il livello di compensazione economica (orizzontale e verticale) per promuovere la solidarietà tra aree economicamente diverse sia all’interno del territorio comunale che su tutto il territorio nazionale.

La transizione dal centralismo al federalismo prevederebbe una prima fase con non solo una nuova costituzione e leggi ma anche una notevole mole di attività di tipo organizzativo, atta a rendere operante la riforma stessa.

I passi da seguire sarebbero:
1) Entrata in vigore della nuova costituzione, o delle modifiche necessarie alla attuale per farla diventare la Carta Costituzionale dell’Italia Federale Municipale, in un contesto consortile;

2) Entrata in vigore delle nuove leggi locali;

3) Elezioni concomitanti presso tutti i nuovi comuni e città federali.

4) Costituzione dei Consorzi tra i Comuni Federali.

Non è possibile dettagliare ulteriormente le attività e l’organizzazione per arrivare alla ristrutturazione in senso federale dello stato italiano.
Molto dipenderà, infatti, dalla prima fase e dai contenuti del modello federale scelto.

A nostro parere non è realizzabile un federalismo graduale nel tempo per argomenti (prima alcune competenze e dopo alcuni anni altre) in quanto questo si risolverebbe in un processo troppo lungo nel tempo ed in una fase riorganizzativa continua, logorante e costosa sia per lo Stato che per le realtà locali.
Essendoci compiti che nei paesi federali sono tipicamente comunali, tanto vale affidarli subito a questo livello.
Una sola fase di riorganizzazione, infatti, articolata sul trinomio Stato – Consorzi tra Comuni – Città/Comuni federali, costerebbe molto meno ai contribuenti del conservare le altre articolazioni intermedie, che comunque rimarrebbero in azione nelle more della trasformazione in senso federale dell’Italia.
La nostra proposta di federalismo passa attraverso la revisione profonda della Carta costituzionale.
Sappiamo quanto sia duro battere certe resistenze, spesso addirittura “involontarie”, prodotto di atavici movimenti culturali.

Sappiamo che ciò potrebbe comportare un lavoro politico paziente, organizzato, di medio-lungo periodo. Ma è un processo necessario.

“Federalismo Municipale, in un contesto consortile” vuol dire che le opere e i servizi locali si finanziano con le risorse locali (e con titoli di debito emessi a livello locale), tutto sotto la responsabilità degli amministratori locali.

I comuni non dovrebbero vivere, quindi, di trasferimenti statali ma di tributi locali, che a loro volta si pagano per finanziare le spese locali (eccetto, naturalmente, i fondi a cui accennavamo al capitolo 2).

Senza validi tributi propri, non si potrà parlare di federalismo ma solo di centralismo connotato solo dalla compartecipazione a tributi erariali.
L’imposta principale da affidare al livello statale dovrebbe essere l’IVA.
Un altro buon criterio ci sembra quello di affidare le imposte dirette ai Comuni e la maggior parte delle imposte indirette allo Stato.

Per quanto riguarda i Comuni federali, come abbiamo scritto, ognuno di essi dovrebbe avere una propria legge tributaria in cui stabilire la normativa per i cittadini residenti nel suo territorio e le modalità per emettere buoni ordinari comunali e partecipare alla “finanza di progetto”.

Il federalismo comunale dovrebbe prevedere poi degli uffici locali intenti a controllare tutte le dichiarazioni, non alcune a campione come accade adesso. Tutto ciò potrà diventare possibile solo arrivando ad ottenere un rapporto di un controllore fiscale per ogni 1000 contribuenti, in quanto questo rapporto consente di verificare in modo approfondito mediamente 5 dichiarazioni al giorno.

Il costo di una simile organizzazione tributaria, non troppo dissimile dall’attuale, sarebbe ricompensato dalle entrate tributarie che, conoscendo l’attuale livello di evasione ed elusione, non potrebbero che aumentare, consentendo, grazie all’allargamento della base imponibile, una più equa distribuzione del carico fiscale.

 


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