Ecco chi è Gesù di Nazareth secondo i testimoni evangelici


Di Sara Deodati*

 

Per evitare di parlare della figura di Gesù ricorrendo al “secondo me”, occorrerebbe rileggere i dati contenuti in proposito nel Vangelo e riguardanti la Sua vita terrena. Riflettere, dunque, sull’importanza dei racconti evangelici per identificare la persona e la storia del Signore. Per questo proverò in questo articolo a sintetizzare gli eventi biblici che rispondano alla domanda fondamentale che interroga ogni uomo e ogni donna: chi è Gesù di Nazareth?

Quanto ci è pervenuto sull’identità e sulla persona di Gesù è presente nel Vangelo grazie ai testimoni e agli interpreti che hanno voluto trasmetterci non una cronaca biografica dettagliata bensì il significato della Sua presenza e missione. I racconti evangelici esprimono dunque quei fatti che più hanno caratterizzato la persona e la storia del Signore, fatti che assumono un valore storico in quanto la storia di Gesù è portatrice di un messaggio di salvezza. Tale messaggio ha specificamente lo scopo di rendere Gloria a Dio Padre, come dimostrano le pochissime affermazioni che Egli fa di sé stesso. In definitiva si può dire che Gesù non annunciò sé stesso ma la signoria di Dio.

Il Vangelo prende in considerazione non solo il momento culminante dell’opera di Gesù, vale a dire la sua gloriosa Resurrezione, ma soprattutto la sua persona. In questo senso l’espressione Gesù terreno sembra più adatta rispetto a quella di Gesù storico, perché il Maestro di Nazareth non si identifica totalmente con il Gesù storico e, inoltre, perché cercare di comprendere il Gesù terreno aiuta a identificare meglio l’identità personale di Cristo come Salvatore.

I racconti evangelici, in definitiva, intendono mostrare che Gesù, nella sua vita terrena, era già colui che la sua Risurrezione avrebbe pienamente rivelato. Non si può in sostanza studiare il mistero di Cristo solo a livello storico, perché in questo modo si perderebbe ogni valore salvifico e vitale della sua missione. In questo modo tutti i fatti evangelici appaiono strettamente connessi alla riflessione teologica che rileva il mistero in essi intimamente compreso. Gli avvenimenti raccontati dai Vangeli costituiscono così il punto di partenza e il riferimento più sicuro per uno studio su Cristo, che tenga conto dell’oggettività storica e del valore teologico del mistero cristologico.

Nella Sacra Scrittura troviamo molti racconti di personaggi importanti per la storia del popolo eletto, da Isacco a Mosè, da Sansone a Samuele. I racconti della loro vita seguono generalmente il medesimo schema: concepimento, nascita, imposizione del nome. Raramente sono riportati episodi che riguardano l’infanzia (fa eccezione Samuele). I racconti della nascita di Gesù, quindi, hanno l’intenzione di sottolineare fin da subito la missione straordinaria cui è destinato. Tali racconti diventano “profetici” in quanto narrano i segni divini di una missione di salvezza, premonitori di quell’essere “segno di contraddizione” poiché i capi del Suo popolo non lo comprenderanno, lo rifiuteranno e lo condanneranno a morte.

Gli episodi della nascita e dell’infanzia di Gesù, propedeutici per presentare la grande missione che Dio ha affidato a suo Figlio e che Lui realizzerà con la sua morte e resurrezione, sono stati narrati soltanto da Matteo e Luca. Entrambi rappresentano come un prologo che prepara e anticipa l’oggetto dell’annuncio pentecostale. Hanno insomma l’intento di evidenziare fin dal principio il particolare disegno divino che sulla terra parte dall’Annunciazione.

Attraverso le genealogie di Gesù, segno concreto in Israele dell’appartenenza al popolo eletto (le promesse sono state fatte ad Abramo e alla sua discendenza), i due evangelisti sottolineano la Sua caratteristica di erede delle promesse divine a tutta l’umanità che attende il Salvatore. In particolare Matteo vuole far risaltare che Cristo è il Messia davidico, per mezzo del quale si compiono le profezie. Gesù è il nuovo Mosè, rivelatore di Dio e fondatore del popolo messianico. Ha le caratteristiche carnali del Figlio di Davide e insieme proviene dallo Spirito Santo (Mt, 1,18-25). In Gesù si realizza perciò la promessa profetica il cui segno tangibile è il concepimento della Vergine per opera dello Spirito Santo.

Anche il racconto dell’episodio dei Magi (Mt 2, 1-12) annunzia la missione universale cui è chiamato Gesù: i pagani lo riconoscono come re, mentre i suoi lo rifiutano (Mt 12, 40-42). La fuga in Egitto e la strage degli innocenti richiamano la Pasqua dell’esodo, con l’uccisione dei primogeniti egiziani e dell’agnello sacrificale.

Anche il successivo nascondimento di Gesù a Nazareth fa pensare ai quarant’anni del popolo ebraico trascorsi nel deserto.

Luca riferisce di come Gesù cresca in età e sapienza (Lc 2,40-52), narrando in particolare del suo smarrimento nel Tempio (Lc 2,41-51), episodio che evidenzia bene come Egli abbia fin dall’inizio la coscienza del suo essere e della sua missione. I lunghi e silenziosi anni vissuti nella casa di Nazareth, quindi, presentano il senso teologico dell’incarnazione del Figlio di Dio, che consiste nell’essere realmente e concretamente uomo come tutti gli altri, nel condividere la situazione di ogni giorno dell’esistenza umana, nel realizzare la sua singolarità storica irripetibile.

 

* Laureata in Scienze Religiose nella Facoltà di Teologia della Pontificia Università della Santa Croce (Roma)

 


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