L’importanza dei racconti evangelici per conoscere la vita e la missione di Gesù


Di Sara Deodati*

 

Nel Vangelo sono narrati molti significativi episodi che aiutano a conoscere e comprendere la personalità e l’opera di Gesù. Dal Battesimo alla tentazione messianica, dalla predicazione pubblica alla Trasfigurazione.

Partendo dal Battesimo di Gesù, esso presenta un profondo valore cristologico, perché dimostra come attraverso un tale gesto Egli compia con sublime umiltà un atto penitenziale che svela la sua investitura messianica.

I Vangeli sinottici raccontano l’episodio del Battesimo di Gesù in tre modi e con elementi differenti: Marco annuncia l’avvento del regno di Dio (Mc 1,15), Matteo vi aggiunge il dialogo tra Gesù e Giovanni Battista per rappresentare il rapporto fra la nuova e la vecchia economia di salvezza (Mt 3,13ss), Luca la preghiera di Gesù e l’effusione dello Spirito Santo, che ci danno il valore centrale del battesimo nella storia della salvezza (Lc 3,21ss).

Dovendo operare una differenza fondamentale tra il battesimo di Giovanni e quello instaurato dalla Pasqua di Cristo, va detto che il primo esprime semplicemente un invito al pentimento, mentre il secondo manifesta in pienezza il segno della rinascita del nuovo Adamo, Figlio di Dio e membro della Chiesa. Gesù in questo modo confessa i peccati di tutta l’umanità svelando di essere il Messia, il servo sofferente, che si sacrifica per i peccati di tutta l’umanità (Gv 8,46).

All’inizio della vita pubblica di Gesù i Sinottici riportano il racconto delle tentazioni con lo scopo di dimostrare la sua fermezza nel seguire un messianismo conforme alla volontà di Dio.

Il racconto di Marco è molto breve ed essenziale ed è collocato subito dopo il battesimo e prima della predicazione in Galilea. Le tentazioni sono così collegate al battesimo, alla potenza dello Spirito di Dio che agisce in Cristo, nonché alla predicazione, conferendo ad essa la garanzia e il fondamento della verità e validità del messaggio: Cristo ha già realizzato ciò che annuncia, anticipando la vittoria sul male.

Matteo e Luca descrivono le tre tentazioni partendo dal dubbio che Satana vuole insinuare («Se sei Figlio di Dio…»), così cercando di indurre Gesù a dimostrare platealmente la sua natura divina. La prima tentazione, quella del pane, è simbolo dei beni terreni. La seconda riguarda il messianismo miracoloso in quando il diavolo invita il Signore a gettarsi dal Tempio ma Gesù si sottrae avendo la certezza della verità della sua parola. La terza tentazione, infine, fonda la sua forza di persuasione sul fascino che emana il potere politico ed ogni messianismo che ad esso si ispiri. Gesù reagisce con la forza della fede in Dio che solo è il Signore e come tale va adorato.

Gesù è stato realmente tentato da Satana e di fronte alle sue proposte sceglie con chiarezza e decisione di seguire la volontà sapientissima del Padre, esercitando un abbandono filiale.

Il racconto delle tentazioni messianiche è riportato nei Vangeli sinottici per il significato teologico (Mc 1,12-13; Mt 4,1-11; Lc 4,1-13). Le tentazioni rappresentano il pensiero e il modo di agire degli uomini e, scegliendo l’agire di Dio, Gesù ha rispettato ed ha riconosciuto il suo disegno salvifico, anticipando la vittoria del bene sul male.

Passando ora alla predicazione di Gesù, occorre premettere che l’oggetto specifico è la Buona notizia della salvezza, il cui contenuto è Lui stesso. Pertanto, il Suo annuncio prevede l’adesione, sia alla Sua Parola sia alla Sua Persona. Per questo la buona teologia insegna che Cristo è il Vangelo predicato e vissuto, parlato e attuato.

La predicazione di Gesù, che ha come destinataria l’umanità intera, ha un valore definitivo per la salvezza perché attua la pienezza della rivelazione di Dio. Pertanto, la risposta dell’uomo deve essere pronta in quanto l’incontro con Lui è l’ultimo concesso (Mc 8,34-9,1 (Lc 9,59-62). Tutto è stato rivelato nel Signore e non si può aspettare un’altra parola più comprensiva o più completa della sua. Perché? Qual è il motivo di tale affermazione?

Nella predicazione Gesù parla spesso attraverso parabole, genere letterario che, nel servirsi di un fatto immaginario ma possibile e verosimile, illustra una verità morale e religiosa. Questo suo modo di presentare la verità ha permesso di renderla da un lato più accessibile e comprensibile, dall’altra di mantenerne apparentemente celati alcuni aspetti. Il discorso parabolico, pertanto, esige l’intelligenza di chi ascolta ma anche la sua disponibilità di cuore, al fine di riconoscere attraverso i segni il grande mistero di Dio.

Ma Gesù predica anche attraverso i miracoli, visti non come gesti prodigiosi e fonte di gloria personale, ma strumenti volti a suscitare la conversione dei cuori umani al regno di Dio. I Vangeli sinottici presentano i miracoli sotto prospettive teologiche diverse rispetto al Vangelo di Giovanni. Matteo, Marco e Luca mettono in risalto il miracolo come opera potente di Dio che torna a manifestarsi in mezzo al popolo e lo fanno mediante l’espressione di lode e di ringraziamento di coloro che vi assistono. Il popolo di Israele riconosce in questo modo l’azione salvifica promessa da Dio attraverso l’opera mediatrice di Gesù. Il miracolo, nella teologia di Giovanni, è visto invece come “segno della presenza divina”, che permette di riconoscere la divinità di Gesù e consente agli uomini di credere in Lui e alla missione che il Padre gli ha affidato. Gesù e il Padre sono in effetti  una cosa sola, per cui le azioni che Egli compie manifestano la sua natura di mandato dal Padre (Gv 5,36) che agisce in Suo nome (Gv 10,25).

Se finora abbiamo illustrato gli eventi centrali della vita di Gesù che lo fanno conoscere nella sua umanità, è nella Trasfigurazione che si manifesta la gloria della sua divinità. Questo evento rappresenta quindi la sintesi del Vangelo mettendo in luce l’aspetto cristologico e quello soteriologico del mistero della vita di Cristo.

La sua natura umana è infatti specificatamente rivelata dalla croce, in quanto espressione assoluta della sua partecipazione alla condizione di fragilità dell’uomo peccatore. La morte di Gesù in croce assume però anche il significato di esaltazione della sua gloria, svelando il mistero dell’unità dell’essere divino e umano in Cristo. La Trasfigurazione ha anche un aspetto redentivo (soteriologico) perché rivela il piano salvifico di Dio, tramite l’anticipazione della Resurrezione di Cristo.

Venendo ora al “ritratto umano” di Gesù, i Vangeli sinottici presentano alcuni suoi atteggiamenti a dimostrare come egli condivida pienamente lo stato di ogni uomo. Vi troviamo così che dorme, mangia, beve, è stanco, piange, si adira, fissa lo sguardo su qualcuno etc. Gli evangelisti descrivono anche in maniera dettagliata il rapporto di Gesù con la religione giudaica e con il suo ambiente familiare e le persone che incontra.

Sebbene il Vangelo non ci fornisca un ritratto fisico di Gesù, sicuramente in esso sono evidenti le sue origini ebraiche.

Anche il suo modo di vivere non si discosta molto da quello degli altri uomini del suo tempo, sebbene non dissimuli la sua identità di Profeta e Maestro. Egli conduce una vita in povertà e sceglie di rimanere celibe per due motivi: perché essendo il Salvatore del mondo non può limitare il suo amore, e perché nella sua persona anticipa la perfezione escatologica. Infatti, a sua imitazione, tutti gli uomini un giorno non avranno più bisogno di sposarsi, essendo inondati dalla potenza dello Spirito di Dio e dal suo amore immenso (Mt 19,10-12).

 

* Laureata in Scienze Religiose nella Facoltà di Teologia della Pontificia Università della Santa Croce (Roma)

 


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