Covid-19, se ci domandiamo “Dio dov’è?” il nostro Cristianesimo è inconsistente!


Di Nicola Sajeva

Dio dov’è?

Ritorna puntuale, e purtroppo alquanto scontata, questa domanda quando l’ombra di una tragedia si abbatte sulle vicende umane, come sta accadendo con questa pandemia.

Ritorna per seminare disorientamento tra i credenti; ritorna per tentare di segnare un punto a vantaggio di quanti cercano di portare avanti il teorema dell’inesistenza di Dio; ritorna per determinare un crollo delle azioni di quanti sostengono la presenza della provvidenza amorevole di un Dio-Padre.

Si cerca così di spegnere la luce, si cerca di indebolire la fiammella della fede che, sempre, ha portato l’uomo a trovare indicazione valide a dare un senso alla sua vita.

Dio dov’è?

Se questa domanda ci fa rifugiare timorosi nel sottoscala del dubbio, vuol dire che la nostra fede ha bisogno di essere puntellata, sostenuta dalla conoscenza del Vangelo.

Misconoscendo questa necessità ogni nostra argomentazione è destinata ad imboccare la via del fallimento e riusciremo a mettere in vetrina solo un cristianesimo inconsistente, disinnescato, incapace di illuminare la strada di chi ci cammina accanto.

Orientando invece il timone della nostra barca, dopo aver preso in considerazione i percorsi e gli svincoli che, di volta in volta, possiamo individuare, tenendo presente tutte le indicazioni del Vangelo riusciremo a darci e a dare la risposta adatta, riusciremo ad accompagnare il nostro interlocutore verso l’orizzonte della giusta comprensione.

Scoprire il progetto della provvidenza divina anche nelle situazioni drammatiche presuppone un coefficiente di fede alquanto matura in grado di saper vedere orizzonti di eternità.

Fuori da questa ottica rimaniamo imbrigliati nelle reti predisposte a limitare le libere evoluzioni della nostra speranza.

Dio dov’è?

Anni fa il cardinale Ersilio Tonini, intervistato da Avvenire, è riuscito, con la chiarezza che lo contraddistingueva, a scoprire nei drammi “il misterioso segno del Dio della misericordia … un Padre che guida la storia con mano provvidente e sa trarre il bene anche dai mali peggiori” (Avvenire del 31/12/2004).

Con stringente dialettica, l’intervistato aveva passato in rassegna alcuni tragici eventi storici partendo dalle bibliche deportazioni, soffermandosi poi sulla tragedia del nazismo, sulla caduta delle dittature dell’Est, sul crollo delle Torri gemelli di New York ed infine sui colpi di coda del terrorismo internazionale.

Con la semplicità che può solo emergere da una visione globale degli avvenimenti e che poggia saldamente sulla roccia di una profonda convinzione del messaggio evangelico, il cardinale metteva in evidenza come in ognuno di questi tragici avvenimenti si potesse scoprire “un’occasione che Dio ci offre per cambiare mentalità e per colmare un ritardo”.

Mentre rileggevo l’intervista e cercavo di chiamare a raccolta tutta la mia attenzione, per arricchire il mio personale bagaglio, si stagliava sempre più nitida l’icona della guarigione del cieco nato che Giovanni nel capitolo ottavo del suo Vangelo al terzo versetto cerca di presentare.

Ai discepoli che chiedevano spiegazione Gesù rispose: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma fu perché siano manifestate le opere di Dio”. Oggi le opere di Dio vengono manifestate dall’amore che riusciremo ad esprimere.

Ogni sussulto di umanità diventa chiara manifestazione dell’amore che Dio ha deposto nel nostro cuore. La compassione, la pietà, la carità, considerate nella stretta accezione evangelica, la consapevolezza di una fraternità planetaria, sono tutti preziosi fili per tessere la rete della solidarietà, sono luci che riescono a fare emergere, anche dall’immane tragedia della pandemia, un arcobaleno che invita alla convivenza pacifica tutti i popoli della terra.

Se ignoriamo questi richiami, se non riusciamo a renderci conto delle nostre responsabilità o ci lasciamo risucchiare dal vortice delle omissioni, la tragedia della pandemia diventerà anche la nostra personale tragedia.

 


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