Sacerdoti e vescovi cerchino i disperati e mettano sotto i loro sguardi Gesù crocifisso


Di Padre Giuseppe Tagliareni

“Date voi stessi da mangiare”. Questa parola di Gesù è diretta agli Apostoli (cfr. Mt 14,16). La circostanza fu quella della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Siccome molta gente, accorrendo da diversi paesi, lo seguiva portandosi dietro anche molti ammalati e oppressi da varie infermità, Egli ebbe compassione di loro: li guarì, li risanò e non volendo rimandarli digiuni, fece per ben due volte in due posti diversi il miracolo della moltiplicazione dei pani. Prima chiese ai discepoli d’intervenire loro stessi, così fece prendere coscienza dell’immenso bisogno che c’era davanti ai loro occhi e poi provvide Lui stesso, moltiplicando pani e pesci, e poi, dopo aver ringraziato il Padre,  li diede nelle loro mani perché li distribuissero alla folla.

Egli sapeva bene quel che faceva. Li portò in un luogo desertico apposta. Così li fece allontanare dai loro paesi per staccarli dagli affari correnti e poter meglio parlare al loro cuore. Riecheggia la parola di Osea: “Ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore(Os 2,16). Nel deserto, Israele riconosce il Signore e gusta la Sua presenza come quella di un innamorato e risente le promesse d’amore nuziale con Jahwèh. Egli imbandisce una mensa impossibile, fatta di cibi succulenti, di grasse vivande, di vini eccellenti (cfr. Is 25,6). Gesù, Dio-con-noi, prima li libera dagli affanni, poi dalle malattie e dalle oppressioni del Maligno, infine li nutre con la Sua Parola divina e col “pane vivo disceso dal Cielo” (Gv 6,51).

Alla fine dell’indimenticabile giornata, Egli li rimanda a casa felici: risanati, consolati, illuminati, liberati, nutriti di cibo spirituale, fatti persuasi che Dio è con loro, che Egli come Buon Pastore si prende cura di tutti: della pecora debole e di quella malata, dell’inferma e delle pecore madri e gli agnellini se li mette sulle spalle (cfr. Is 40,11; Ez 34,15-16). Si sentono amati, ricercati, appartenenti al Suo gregge e custoditi dal male.

Se ne tornano con gioia indicibile alle loro case, dove annunziano a tutti: “Grandi cose il Signore ha fatto per noi” (Sal 126,3) e fanno persuasi che Dio ha mandato il Suo Messia, come aveva promesso.

Anche gli Apostoli vedono tutto ciò e rimangono sbalorditi. Essi vedono presente la salvezza, perché non c’è male che Gesù non possa vincere. Vedono che la gente semplice crede al Messia e per questo ottiene miracoli senza numero e fine. Costatano che per Lui lasciano e dimenticano tutto, persino il mangiare; scoprono che c’è un’altra fame, la fame di consolazione divina, la fame di parola di Dio che supera il bisogno corporale del pane materiale. Vedono se stessi tra Cristo e le folle, nel ruolo di chi sta di mezzo tra i due termini e li raccorda. È Gesù stesso che vuole questo e li utilizza quando, moltiplicati i pani e i pesci, li vuole fare arrivare a tutti, proprio per mano dei suoi discepoli.

Ma c’è dell’altro. Gesù li portò nel deserto per richiamare l’Esodo. Quello fu un periodo particolarmente fecondo per Israele. Dio lo costituì come Suo Popolo, gli diede la Sua Legge, la Liturgia, l’assetto sociale giusto e infine lo nutrì abbondantemente della Sua parola e della Sua manna. Con questi cibi Egli diede vita ad Israele, fino a quando essi arrivarono alla Terra promessa. Gesù fece lo stesso, come fece intendere subito dopo nella sinagoga di Cafarnao. Anzi, dichiara di essere Lui il “Pane vivo disceso dal Cielo” (Gv 6,51) e che darà la sua carne e il suo sangue come cibo e bevanda di salvezza per gli uomini. La cosa scandalizzò persino i suoi discepoli, ma fu realizzata a partire dall’Ultima Cena, come sappiamo.

Quello che fece Gesù è emblematico: vale per sempre. Anche oggi vi sono folle oppresse da mille sventure: malattie incurabili, depressione, fallimenti, allontanamento dalla Chiesa, dubbi su Dio, ignoranza e superstizione, magia, malefici, maledizioni, lutti, persecuzioni, etc. Ebbene, Dio li porta prima o poi nel deserto: gli amici si allontanano, i beni non bastano, gli aiuti mancano e l’anima sperimenta tutta la sua povertà e solitudine.

Forse, proprio per questo comincia ad alzare lo sguardo verso la luce, se c’è e a tendere l’orecchio verso una voce amica, se mai esiste. Vuole una risposta esaustiva, una salvezza presente, una promessa sicura.

La sua domanda è: “Che senso ha la mia vita? Perché soffrire tanto? Perché tutto ciò?”. Questo è il momento cruciale, il momento della verità. La persona si rende conto che nulla basta, nulla soddisfa e tutto è vanità, persino gli affetti più cari: perché tu non li puoi salvare e loro non ti possono salvare. È la sperimentazione della più radicale impotenza. Poi, ci sono un’infinità di cose che non si possono comprare né possedere per sempre: la vita, la gioia, la salute, l’amicizia, la pace del cuore, la felicità. Allora la disperazione è alle porte e Satana preme per la soluzione finale: togliersi di mezzo e farla finita per sempre.

Ma è lì che l’attende il Signore. “La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore!”. Dio non si lascia paralizzare dal Serpente, ma anzi lo mette in fuga proprio col Crocifisso. È questo che bisogna innalzare come Mosè il serpente di bronzo; è questo che bisogna mettere sotto gli occhi di chi è intossicato e suscitare nuova fede e speranza di salvezza. Cristo infatti, è morto per noi e con la sua Croce ha vinto il male: il peccato e la morte. È certo!

Oggi è soprattutto questo il compito dei ministri del Signore: cercare i disperati e mettere sotto i loro sguardi Gesù crocifisso; consolare gli afflitti con la divina consolazione; nutrire la fame di verità (su Dio, sull’uomo, sulla vita) con la Parola di Dio, risanare le ferite e togliere l’infermità con la divina Eucaristia, eliminare i peccati col Sangue di Cristo nel Sacramento della Penitenza, riportare all’ovile le pecorelle smarrite mediante la Santa Messa domenicale; far conoscere e amare Maria SS. come Madre dei figli di Dio e Regina del Cielo; far riconoscere la Chiesa come la loro casa, la loro famiglia, dove c’è Dio Padre di tutti e Gesù nostro fratello e Capo. In Lui tutto è salvo!

Oggi il pericolo maggiore per gli uomini è disperdersi nelle mille cose del mondo e non trovare il senso della vita; per i preti il pericolo è quello di non capire il loro ruolo, come unici mediatori tra Dio e l’uomo, tra Cristo e il suo gregge, tra i colpiti dal male e il loro divino Medico. Il pericolo è che essi non capiscono che col Vangelo, la Confessione e la Santa Messa hanno in mano i mezzi principali di salvezza per tutti e che credano di doversi occupare delle stesse cose dei laici: le difficoltà di lavoro, la sanità, la politica, lo sport, gli scioperi, i cortei dimostrativi, etc. La cecità maggiore dei preti è non vedere la fame di Dio che c’è nel cuore degli uomini e l’errore più grande è il voler essere come loro, anche abolendo il celibato.

La Chiesa ha sempre bisogno di rinnovarsi, ma per essere più conforme alla volontà di Gesù e al Vangelo e non più conforme al secolo che passa. Gesù spasima per farsi conoscere e mangiare e vedendo le folle affamate dice ancora ai Suoi: “Date loro voi stessi da mangiare! Date Me! Perché di questo solo hanno bisogno”.

 


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