Giuseppe Conte e il Natale: un po’ Giolitti e un po’ Hồ Chí Minh


Di Giuseppe Brienza

Il Natale nell’epoca Covid inizieremo a delinearcelo a partire dal prossimo 3 dicembre, alla scadenza cioè delle disposizioni dell’ultimo Decreto del presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm), con il quale saranno fissate in modo surreale le nuove (ennesime) “linee guida” antivirus, valide questa volta per il periodo delle feste. Le anticipazioni in merito sono arrivate a partire dal loquace avvocato di Volturara Appula, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte che, intervenendo all’assemblea dell’Anci mercoledì scorso, ha paternalisticamente dichiarato: «Dobbiamo prepararci a un Natale più sobrio, anche se pensiamo che ci si possa scambiare doni e permettere all’economia di crescere».

Decisivo il commento in merito del giornalista Mediaset Nicola Porro che, nella sua “Zuppa quotidiana” del 20 novembre (in pratica una rassegna stampa-video) ha detto: «Conte chiede sobrietà per le feste di Natale: io inizio già a bermi il Moscow Mule», riferendosi al long drink alla vodka che va attualmente per la maggiore.

Per l’Avvocato del Popolo, in effetti, la “sobrietà” del Natale 2020 dovrebbe significare che «Veglioni, festeggiamenti, baci e abbracci non saranno possibili». Ma il premier sta parlando all’indomani dell’ultimo report settimanale dell’Istituto superiore di sanità, quello cioè relativo alla settimana 9-15 novembre, il quale riporta un Rt (indice di contagio Covid) nazionale in calo all’1.18 (la settimana scorsa era pari a 1,43, due settimane fa a 1,7), che ha portato in 4 Regioni (Lazio, Liguria, Molise e Sardegna) un livello in pratica di assenza rischio perché sotto l’1. Facile quindi confermarsi nelle valutazioni per cui, allarmismo, stato di emergenza e iper-normazione continua, sono l’unica possibilità di rimanere al potere da parte di un personaggio che, ricordiamolo, prima di essere chiamato da Luigi Di Maio a Palazzo per mediare fra due forze politiche inconciliabili come il Movimento Cinque Stelle e la Lega, era un illustre sconosciuto.

Ora invece, dopo 15 mesi di trasformismi e nomine strumentali (questa è la durata e la pratica ricorrente del Governo Conte bis, che ha giurato il 5 settembre 2019), da Giolitti l’inquilino di Palazzo Chigi sta assumendo sempre più la fisionomia del dittatore comunista Hồ Chí Minh (1890-1969). Sì, perché siamo personalmente d’accordo con Porro: «Leggete “Lo spirito del Vietnam” di Hồ Chí Minh e capirete che è il Vangelo di Palazzo Chigi».

Dal trasformismo giolittiano-neodemocristiano, cioè dalle manovre e dalla corruzione del potere e dei posti offerti e creati per pentastellati, piddini, renziani e relativi accoliti, Conte per tenere in piedi un Governo di minoranza nel Paese ricorre alla retorica del fondatore dei Viet Minh, amichevolmente (e irresponsabilmente) ricordato dagli uomini di sinistra come lui come lo “Zio Hồ”, che “creò” la sua “figura” di monaco della rivoluzione indossando semplici vesta e calzando poveri sandali.

Certi episodi distillati fra gli Utili Idioti dell’Occidente da parte della propaganda comunista internazionale sono evidentemente rimasti nella memoria degli orfani del gulag. Il più famoso dei quali resta quello del viaggio di ritorno di Hồ Chí Minh dalla Francia, tra il settembre e l’ottobre del 1946. Sull’incrociatore Dumont d’Urville, infatti, l’allora Presidente del Việt Nam, ospite del governo francese quale passeggero d’onore di quella nave da guerra, era fotografato mentre lavava la biancheria nel lavandino della cabina… È quanto ci sta proponendo di fare nel prossimo Natale il Presidente del Consiglio nel suo intervento all’Assemblea annuale dell’Anci? Da quali pulpiti!

 


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