La forza della vita nella sofferenza


Di Nicola Sajeva

Forza e fragilità hanno bisogno di continuo confronto nella visione di una convivenza civile dove abbiano possibilità di definizione tutte le condizioni umane: la salute e la malattia, l’autosufficienza e la dipendenza, la genialità e la modestia intellettuale.

“La vita è fatta per la serenità e la gioia. Purtroppo può accadere, e di fatto accade che sia segnata dalla sofferenza”. Questa la realtà nuda e cruda nella quale si muove la nostra esistenza. La possiamo ignorare per qualche periodo di tempo più o meno breve e poi crollare impreparati nello sconforto; la possiamo inserire nel calcolo delle probabilità ed accettarla con serenità lucida e propositiva.

La qualità della vita non dipende dalla nostra capacità di costruirci castelli incantati inespugnabili, ma nell’accettazione consapevole e responsabile di una quotidianità aperta a tutte le possibili varianti più o meno gradevoli. Il fatto che i credenti possano inoltre vedere nell’uscita dall’Eden, preceduta dalla caduta del peccato, la prima condizione scatenante della fragilità umana può costituire solo un piccolo dettaglio nell’economia della lettura della realtà diretta a recepire le cause dell’attuale condizione umana.

La possibilità per i non credenti di portare alla luce altre prime cause non aggiunge granché, non cambia nulla: la vita sarà sempre crogiuolo di gioia e sofferenza di serenità e di inquietudine, di felicità e di disperazione, di luce e di tenebre.

“La forza della vita nella sofferenza”: la Chiesa cerca di veder oltre, di superare le barriere sulle quali si ferma la speculazione laica, di aprire il misterioso capitolo della sofferenza, e di scoprirne tutte le possibili ricadute in termini di amore, di solidarietà, di compassione, di misericordia.

Leggiamo in un lontano messaggio dei vescovi italiani scritto in occasione della 31a giornata per la vita: “se la sofferenza può essere alleviata, va senz’altro alleviata”.

E questo è l’impegno della Chiesa: inchinarsi per sollevare, abbracciare per trasmettere calore, amare per rendere presente Dio.

“Ho vissuto come una bestia, sto morendo come un uomo”: queste le gocce di luce raccolte da un giornalista che cercava di scoprire la motivazione profonda che spingeva i poveri di Calcutta a vedere nella piccola, debole fragile Teresa una madre.

Madre Teresa soccorreva i moribondi per abbracciarli, per offrire momenti di dignità, per migliorare, talora anche per pochi attimi, una qualità della vita compromessa sempre dal peccato.

Non possiamo non ricordare anche San Giovanni Paolo II: più aumentava la sua sofferenza fisica e più aumentava la sua forza d’attrazione; più incomprensibili erano le parole che uscivano dalla sua bocca e più chiara ed eloquente diventava la verità che desiderava trasmettere.

Le moderne agenzie della felicità non riescono a mantenere nel tempo le loro premesse; la loro inquieta clientela cambia continuamente, insoddisfatta dei risultati ottenuti, indecisa nelle scelte successive, incapace di individuare un appoggio su cui costruire con fiducia e sicurezza.

“La forza della vita nella sofferenza”: non la forza della morte, non la forza della sconfitta dell’uomo, non la forza di chiudere il rubinetto che permette ad un malato terminale di continuare a vivere può farci superare la sofferenza.

La sofferenza deve suscitare solo programmi di vita ed è tutta da riconsiderare la ribalta conquistata da un ipocrita e cieco pietismo.

Tutti siamo invitati a guardare Gesù “sofferente sulla croce, a tu per tu con il mistero del dolore e della morte. Il suo trionfo il terzo giorno nella resurrezione, ci dimostra che nessuna sofferenza per quanto grave, può prevalere sulla forza dell’amore e della vita”.

 


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