Le encicliche sociali “Mater et Magistra” e “Pacem in Terris”


Di Don Gian Maria Comolli*

L’Enciclica sociale Mater et Magistra (la Chiesa, “Madre e Maestra”) fu promulgata da Papa Giovanni XXIII il 15 maggio 1961, settant’anni dopo la Rerum Novarum. Tale documento è diviso in quattro parti: Insegnamenti dell’Enciclica Rerum Novarum e tempestivi sviluppi del Magistero di Pio XI e Pio XIIPrecisazioni e sviluppi della Rerum Novarum; Nuovi aspetti della Questione SocialeRicomposizione dei rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia e nell’amore.

L’Enciclica è proposta con una metodologia innovativa ponendo alla base tre termini: il “vedere” cioè l’osservare la storia, il “giudicare” ma alla luce della Parola di Dio e della Dottrina Sociale e infine l’«agire, mentre le altre encicliche prima evidenziavano i principi, poi li declinavano nella storia. Inoltre, papa Giovanni XXIII, manifesta che questo insegnamento è rivolto dalla Chiesa, Madre e Maestra, non unicamente ai cristiani ma a “tutti gli uomini di buona volontà». Un insegnamento, quello della Mater et Magistra, che abbraccia tutti i settori dove è avvertita l’esigenza della giustizia nella distribuzione dei beni, rammentando il dovere dei popoli sviluppati nei confronti di quelli sottosviluppati per generare un’equa ripartizione delle risorse. L’Enciclica chiede, inoltre, che il sistema economico non comprometta la dignità dei lavoratori. Per questo indica la preminenza del “lavoro” che è l’immediata espressione dell’uomo sul “capitale” che può trasformarsi in dannoso assumendo caratteristiche speculative. Il primato della persona e la sua priorità sulla società, pur rispettando l’esigenza profonda di socialità che caratterizza l’uomo, non devono mai essere trascurati e trovano un riferimento sostanziale nella comune paternità di Dio.

Tra i molti rilievi che potremmo indicare ne proponiamo due: l’attenzione al mondo agricolo e l’entità degli organismi rappresentativi.

Per quanto riguarda il settore agricolo, il Papa osserva preoccupato la riduzione dei lavoratori, poiché molti si rivolgono all’industria e al settore dei servizi dove intravvedono un tenore di vita più elevato e maggiori prospettive per l’avvenire. E passando dai principi teorici alle direttive pratiche l’Enciclica afferma che è «indispensabile che ci si adoperi, specialmente da parte dei poteri pubblici, perché negli ambienti agricolo-rurali abbiano sviluppo conveniente i servizi essenziali, quali: la viabilità, i trasporti, le comunicazioni, l’acqua potabile, l’abitazione, l’assistenza sanitaria, l’istruzione di base e l’istruzione professionale, condizioni idonee per la vita religiosa, i mezzi ricreativi; qualora tali servizi, che oggi sono elementi costitutivi di un tenore di vita dignitoso, facciano difetto negli ambienti agricolo-rurali» (Mater et Magistra, n. 114). Il Pontefice, inoltre, riscontra l’esigenza che nel campo agricolo si realizzino nuove tecniche produttive, rinnovate strutture aziendali e la collaborazione con gli altri settori societari.

Per quanto riguarda la rappresentanza, il Papa si augura che tutti i lavoratori possano «farsi sentire e ascoltare oltre l’ambito dei singoli organismi produttivi e a tutti i livelli» (n. 132), compreso quello politico. Da qui l’incoraggiamento alle Associazioni professionali e ai movimenti sindacali di ispirazione cristiana, che pur tra mille difficoltà, operino coraggiosamente per perseguire gli interessi delle classi lavoratrici e la loro elevazione materiale e morale sia nell’ambito delle singole comunità politiche che a livello mondiale.

L’Enciclica Pacem in terris (“Pace sulla terra”), fu promulgata da papa Giovanni XXIII l’11 aprile 1963 ed esorta gli “uomini di buona volontà” a leggere con sapienza, saggezza, realismo e ottimismo i “segni dei tempi”, cioè gli eventi di ogni giorno. È composta da cinque parti: L’ordine tra gli esseri umaniRapporti tra gli esseri umani e poteri pubblici all’interno delle singole comunità politicheRapporti tra le comunità politicheRapporti degli esseri umani e delle comunità politiche con la comunità mondialeRichiami pastorali.

Ma questo Documento vuole proclamare principalmente il primario ruolo della pace in un’epoca dominata dalla proliferazione nucleare; basti pensare all’ottobre 1962 quando l’installazione di missili sovietici a Cuba portò il mondo a un passo dal conflitto nucleare.

La pace, che per il Pontefice può essere costruita nonostante le fosche nubi che attorniavano il mondo, è definita «un anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi» (Pacem in terris, n. 1). Non è unicamente l’assenza di guerra ma l’insieme delle “relazioni positive” tra gli individui e tra le comunità sorrette da quattro pilastri: la verità, la giustizia, l’amore e la libertà (cfr. nn. 18-19).

Costruire la pace, operare per la pace è compito di tutti convincendosi «che la pace non è tanto questione di strutture, quanto di persone. Strutture e procedure di pace – giuridiche, politiche ed economiche – sono certamente necessarie e fortunatamente sono spesso presenti» (n. 9), ma occorre soprattutto operare per una cultura di pace che nasce «dalla vita di persone che coltivano nel proprio animo costanti atteggiamenti di pace» (n. 9). Attenzione, però, che la pace può essere consolidata unicamente nel pieno rispetto dell’ordine naturale stabilito da Dio. La pace, dunque, per Giovanni XXIII non è un facile buonismo ma una difficile costruzione da realizzare in ogni ambito, da quelli individuali a quelli internazionali; per questo parlerà di un «disarmo integrale che investe anche gli spiriti» (n. 61).

L’Enciclica insiste molto anche sui “diritti dell’uomo” e fa propria la “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” dell’ONU del 1948, dichiarando che «ogni essere umano è persona, cioè una natura dotata d’intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che sono perciò universali, inviolabili, inalienabili» (n. 5).

Quali diritti? I diritti all’esistenza, ad un tenore di vita dignitoso, alla sicurezza, all’assistenza in caso di malattia, di invalidità, di vedovanza, di vecchiaia, di disoccupazione… (cfr. n. 6). I diritti culturali a partire dall’’istruzione di base fino alla formazione tecnico-professionale (cfr. n. 7). Il diritto a poter onorare Dio che si rende concreto nella libertà religiosa (cfr. n. 8). Il diritto alla libertà di scelta del proprio stato di vita e alla parità di diritti e di doveri fra uomo e donna (cfr. n. 9). I diritti al lavoro e alla libera iniziativa in campo economico, specificando che il diritto alla proprietà privata «è intrinsecamente inerente a una funzione sociale» (n. 10). I diritti di riunione e di associazione evidenziando la ricchezza dei corpi intermedi (cfr. n. 11). I diritti all’emigrazione e all’ immigrazione poiché ogni persona è membro della comunità mondiale (cfr. n. 12). Il diritto di cittadinanza attiva e di partecipazione alla vita pubblica «per recare un apporto personale all’attuazione del bene comune, alla sicurezza giuridica e, con ciò stesso, a una sfera concreta di diritti, protetta contro ogni arbitrario attacco» (n. 13).

Ma, di pari passo con i diritti, devono procedere i doveri e le responsabilità. Solo così i diritti saranno garantiti a tutti (cfr. nn. 14 e 15), poiché «coloro che, mentre rivendicano i propri diritti, dimenticano o non mettono nel debito rilievo i rispettivi doveri, corrono il pericolo di costruire con una mano e distruggere con l’altra» (n. 15). E questa sembra essere proprio la situazione che, almeno dagli anni Novanta, stiamo sperimentando soprattutto nell’Occidente post-cristiano.

*Don Gian Maria Comolli, ordinato sacerdote nel 1986, da trent’anni è cappellano ospedaliero. Dopo aver conseguito un dottorato in Teologia, una laurea in Sociologia ed aver frequentato diversi master e corsi di perfezionamento universitari, attualmente collabora con l’Ufficio della Pastorale della Salute dell’arcidiocesi di Milano ed è segretario della Consulta per la Pastorale della Salute della Regione Lombardia.

Testo pubblicato per gentile concessione dell’autore (tratto dal blogwww.gianmariacomolli.it).

 


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