E’ inquietante notare come oggi il linguaggio vada verso la neolingua orwelliana


 

Di Diego Torre

Orwell, trotzkista e poi socialista, contribuì alla letteratura distopica nella lotta contro il totalitarismo.

“Orwelliano” è un termine usato per meccanismi totalitari di controllo del potere e del pensiero.

Se si parla in un certo modo si finisce per pensare in un certo modo.

Un’attenzione particolare merita la neolingua che Orwell illustra in un’appendice di “1984”.

Supervisionata dal Ministero della Verità, essa vede diminuire le espressioni che richiamano sfumature, abolire forme irregolari, impoverire la loquela, e, nel tempo, diminuire il numero di parole fino a … produrre un linguaggio ed un pensiero omologato e primitivo.

La neolingua nasce dall’archelingua, l’inglese, la lingua commerciale per eccellenza, ma si arricchisce pure di nuovi vocaboli funzionali al regime.

E’ inquietante come oggi il linguaggio, soprattutto giovanile (messaggi e social), e l’uso massiccio dell’inglese nella comunicazione di massa vadano in questa direzione.

Un andazzo che trova sponda nel mondo fluid LGBT, dove gender ha sostituito sesso, e ci sono genitore 1, 2, 3, 4.

Ma abbiamo pure l’embrione “prodotto di concepimento”, l’aborto “interruzione volontaria di gravidanza”, l’eutanasia “interruzione volontaria di sopravvivenza”, la presidenta, l’assessora e la ministra (ma non abbiamo l’elettricisto o il dentisto).

Spiegava il vecchio Orwell: “Il linguaggio politico è progettato per far sembrare veritiere le bugie, rendere l’omicidio rispettabile e per dare una parvenza di solidità al vento.”

 


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