La tragedia dei cosiddetti “ragazzi fantasma”: gli hikikomori


Di Claudia Marrosu*

Il 20 novembre appena trascorso si è celebrata la giornata mondiale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, chissà se fra questi vi rientrano anche i cosiddetti ragazzi “fantasma”: gli HIKIKOMORI.

“C’è un mito shintoista sulla dea del sole Amaterasu.

Dopo lunghi scontri con il fratello, in segno di protesta Amaterasu si è rinchiusa in una caverna, isolandosi dal mondo. Oscurità e morte consumarono il Giappone. Solo con gli sforzi di milioni di altre divinità, Amaterasu fu attirata fuori dalla caverna e il mondo tornò alla luce e alla salute. Sebbene la storia di Amaterasu sia leggenda, oggi in Giappone decine e decine, forse migliaia, di giovani e adulti si stanno sigillando nelle loro caverne virtuali. Si chiamano hikikomori.”  Teo, A. R. (2010).

Hikikomori significa ”stare in disparte” ed è un fenomeno nato in Giappone negli anni ’80; colpisce adolescenti e giovani che, a causa della pressione sociale e della insopportabile competitività presente in essa, preferiscono isolarsi totalmente. Da qualche anno anche in Italia si sente parlare di “Hikikomori” come fenomeno in crescita e si riferisce appunto a chi decide di ritirarsi dalla vita sociale, rinchiudendosi nella propria camera da letto, senza aver nessun tipo di contatto diretto con il mondo esterno. Le ultime stime parlano di 100 mila casi italiani, un esercito di reclusi che ha bisogno di aiuto e che è destinato ad aumentare se non si riuscirà a dare loro una precisa collocazione clinica e sociale.

Questi ragazzi soffrono particolarmente dell’elevata competitiva in cui sono inseriti, la rigidità e la stratificazione bloccano nei giovani più sensibili l’identità in formazione, creando ansia e frustrazione irrimediabile che fanno loro preferire la reclusione come atto di rinuncia e di suicidio sociale. In famiglia spesso si riscontra un padre emotivamente assente ed autoritario e un’eccessiva interdipendenza con la madre; entrambi i genitori, spesso in conflitto, faticano a relazionarsi con il figlio, che rifiuta qualsiasi tipo di aiuto.

Questi ragazzi spesso hanno anche subito episodi di bullismo nel periodo della scuola media e insuccessi scolastici nonostante siano dotati di grande intelligenza e sensibilità; è stato anche riscontrato in loro un ridotto senso di autoefficacia (convinzione di poter agire con azioni ben organizzate ed efficaci per far fronte alla realtà) e bassa resilienza. La scuola è il primo ambiente sociale che si vuole abbandonare, in cui si sono fatte esperienze negative, poi si prosegue con disturbi d’ansia e frustrazioni pesanti tali da allontanarsi totalmente dal contesto sociale, soffrendo particolarmente le pressioni di realizzazione.

Queste pressioni cominciano proprio con i voti scolastici, sono ovviamente più forti nell’adolescenza e nei primi anni di vita adulta, quando vi sono molte aspettative sul futuro. Gli adolescenti quando sentono che il divario fra la loro realtà percepita e le aspettative di genitori, insegnanti e coetanei diventa eccessivo, sperimentano sentimenti di impotenza, perdita di controllo e fallimento, arrivano ad avere atteggiamenti di rifiuto verso quelle che sono le fonti di tali aspettative, da cui il ragazzo preferirà allontanarsi, e ritirarsi perché soluzione meno dolorosa. Si rifiuta di parlare con i parenti, di andare a scuola, di mantenere relazioni d’amicizia e di intraprendere qualsiasi tipo attività sociale, si provano sentimenti d’odio verso la fonte del proprio dolore e le persone che lo rappresentano, quindi ci si isola totalmente.

La dipendenza da internet, per quanto non sia la causa principale in quanto il fenomeno è scoppiato in Giappone ben prima della diffusione del personal computer, rappresenta comunque una conseguenza dell’isolamento, prima che esistesse internet l’isolamento degli hikikomori era totale.

Ma come vive un hikikomori?

Ce lo dice Francesco (nome di fantasia), iniziando a parlare del bunker dove vive e dal quale esce solo quando deve mangiare e se è solo in casa. Francesco ha iniziato il suo isolamento a 18 anni e dopo 7 ha raggiunto 128 kg di peso a causa della sedentarietà. Trascorre 12 ore minimo davanti al computer e spesso resta sveglio tutta la notte per dormire di giorno. Francesco  definisce la felicità come il raggiungimento della propria realizzazione, se questa non può essere raggiunta è preferibile vivere reclusi anche se non nega né nasconde le sofferenze.

Come prevenire questi atteggiamenti di ritiro sociale come scelta tanto estrema quanto dolorosa? Innanzitutto capire quali possano essere i soggetti a rischio sulla base dei trascorsi scolastici e delle pressioni familiari. Allentare loro le tensioni e farli esprimere liberamente, nelle loro passioni e realizzazioni come progetti di vita, senza appiattirli e confonderli all’interno delle richieste della società, dare loro dei punti saldi di sicurezza individuale e di gruppo. Aiutarli a trasformare le loro esperienze, anche le più semplici, in simboli così da riuscire a pianificare avvenimenti futuri; cercare di lavorare sulle elaborazioni cognitive che portano a prevedere le loro azioni, valutando anche i propri pensieri  e tenere bene in considerazione i loro standard di prestazione. In ultimo, ma non per importanza, dare loro fiducia esprimendola verbalmente e con convinzione, indurli ad essere sempre a contatto con loro stessi e con le loro sensazioni, ed essere costantemente  consapevoli dei propri stati fisiologici.

* Psicologa

 


Subscribe
Notificami
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments