La Chiesa può occuparsi di politica. La politica non deve impicciarsi di religione


 

Di Pietro Licciardi

A Pasqua il governo ha imposto l’anticipo della chiusura delle Chiese calpestando la Costituzione e il Concordato del 1984 – che all’art.2 afferma che: «La Repubblica italiana riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione» – e come previsto, constatata l’imbelle sottomissione dei vescovi, ci riprova dettando le condizioni pure per la celebrazione del Natale.

E’ di pochi giorni fa l’esternazione del ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia secondo il quale «far nascere Gesù due ore prima non è un’eresia».

Ovviamente pochi hanno trovato da ridire, perché se è la Chiesa a parlare di politica, apriti cielo! Ma se è la politica – magari attraverso personaggi e partiti atei o pagani – a impicciarsi di religione va tutto bene.

Eppure, udite, udite, la Chiesa può, anzi deve, parlare di politica.

Come ha ricordato Benedetto XVI nella Deus caritas est al n,.29 «il dovere immediato di lavorare per un ordine sociale giusto è proprio dei fedeli laici che, come cittadini liberi e responsabili, s’impegnano a contribuire alla retta configurazione della vita sociale, nel rispetto della sua legittima autonomia e dell’ordine morale naturale».

E tuttavia anche i vescovi hanno un dovere politico «mediato» (ibid.), «in quanto vi compete contribuire alla purificazione della ragione e al risveglio delle forze morali quando i diritti fondamentali della persona o la salvezza delle anime lo esigono, i pastori hanno il grave dovere di emettere un giudizio morale, persino in materia politica (cfr. Gaudium et spes, n. 76)».

Non solo vi è quindi un diritto ma un «grave dovere» dei vescovi di emettere giudizi morali in campo politico.

E questo non rappresenta affatto una ingerenza poiché il Papa e i vescovi parlano – o almeno dovrebbero, purtroppo di questi tempi ci vuole il condizionale – innanzitutto in nome della ragione.

Il rispetto dei principi non negoziabili – vita, famiglia, libertà di educazione, tutela sociale dei minori, libertà religiosa, economia a servizio della persona, pace – infatti non deriva solo dal Vangelo e non riguarda solo i cristiani ma anzitutto dalla retta ragione e dal diritto naturale che, in quanto accessibile alla ragione, s’impone a tutti gli uomini, siano cattolici, protestanti, buddhisti o atei.

Benedetto XVI in una udienza ad Limina di vescovi brasiliani del Nordest nel 2010 ha ricordato con parole molto forti il «valore assoluto di quei precetti morali negativi che dichiarano moralmente inaccettabile la scelta di una determinata azione intrinsecamente cattiva e incompatibile con la dignità della persona; tale scelta non può essere riscattata dalla bontà di nessun fine, intenzione, conseguenza o circostanza. Pertanto, sarebbe totalmente falsa e illusoria qualsiasi difesa dei diritti umani politici, economici e sociali che non comprendesse l’energica difesa del diritto alla vita dal concepimento fino alla morte naturale».

Non è dunque lecito sostenere programmi politici che includono l’aborto, l’eutanasia o il riconoscimento di forme di matrimonio diverse dall’unione di un uomo e di una donna con il pretesto che tali programmi sono apprezzabili su altri piani, ad esempio economico o sociale.

Oggi quei principi non negoziabili sono tutti, indistintamente, calpestati e negati da una politica non più solo laica ma chiaramente cristianofobica.

Il risultato è una completa sovversione e perversione della politica e dei suoi fini: non più il governo degli affari umani alla ricerca del bene, del buono e del giusto ma l’edificazione di un inferno sulla terra dominato dal totalitarismo dell’ideologia.

 

 


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