Quali sono i termini che indicano l’uomo nella Sacra Scrittura?


LA PRINCIPALE DOTTRINA TEOLOGICA DELL’UNITÀ DELL’ANIMA E DEL CORPO HA UN SOLIDO FONDAMENTO BIBLICO. RICORRENDO ALL’ANTROPOLOGIA BIBLICA, POSSIAMO DIRE COME QUESTA NON CONOSCA IL DUALISMO ONTOLOGICO DI ANIMA E CORPO.

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Di Sara Deodati*

Il Magistero della Chiesa è intervenuto in molte occasioni per stabilire la comune origine divina sia del corpo sia dell’anima umana. La principale dottrina teologica dell’unità dell’anima e del corpo, vale a dire quello che porta a considerare l’uomo come la “forma” della stessa corporeità umana, ha un solido fondamento biblico, vediamo perché.

Anzitutto perché, leggiamo nel libro della Genesi, anima e corpo sono due principi attraverso i quali si costituisce l’uomo nella sua unità originaria quale immagine di Dio. È proprio dell’anima informare il corpo ed in ciò trovare la perfezione. L’anima, inoltre, non è cronologicamente anteriore al corpo, ma ha una forma il cui essere è indipendente dal corpo ed è pertanto immortale.

Ricorrendo all’antropologia biblica, possiamo dire come questa non conosca il dualismo ontologico di anima e corpo. La categoria che viene messa in evidenza dall’Antico Testamento non è quella dell’essere-sostanza, bensì quella della relazione. Riguardo alla lingua ebraica le parole più importanti che la identificano sono basar, nefesh, ruah, leb.

Il termine basar, indica la corporeità dell’uomo nella sua interezza (Num 8,7), ed anche la sua fragilità e limitatezza (Ger. 17,5-7). È attraverso il corpo che l’io si realizza attraverso la relazione con gli altri e con il mondo in quanto esteriorizzazione dell’anima. Dunque, con tale termine si vuole indicare la corporeità dell’uomo senza mai designare la fisicità con tutto l’uomo che è vivente grazie alla presenza del nefesh, gola in senso letterale ma soggettività relazionale, individualità della persona, centro vitale in senso analogico.

Il terzo termine antropologico ruah significa alito, respiro, forza vitale infusa da Dio nell’uomo. Esso è inteso come un’apertura vivente a Dio, sigillo dell’immagine, che qualifica l’interiorità dell’uomo.

Il termine leb, infine, il sta ad indicare il cuore dell’uomo, esprimendo il sentimento, la volontà, la conoscenza, la decisione, l’intimo della sua interiorità, accessibile solo a Dio.

Tutti i termini finora illustrati hanno avuto un’influenza importante nel linguaggio antropologico del Nuovo Testamento cominciando dall’espressione lebkardia, utilizzata per indicare l’origine delle decisioni dell’uomo. Altro esempio, nefesh-psiche che esprime vari concetti come anima, vita o persona, basar-soma e sarx, termini usati soprattutto da san Paolo per indicare la partecipazione dei fedeli alla Chiesa-Corpo di Cristo, nel primo caso è il peccato e l’opposizione a Dio e nel secondo in contrapposizione alla carne-sarx, l’Apostolo parla di pneuma (corrispondenza ruah-pneuma), come relazione salvifica con Dio, principio di vita ricevuto dal Signore.

Da questa breve analisi abbiamo potuto notare come l’uomo è sempre stato visto all’interno di una prospettiva unitaria in virtù della quale le diverse dimensioni sono approfondite in riferimento non al suo essere, quanto piuttosto alla sua primaria relazione con Dio. Lungo i secoli si è passati tuttavia da estremismi dannosi, basati su una visione conflittuale del rapporto anima-corpo, i quali hanno accentuato da una parte l’importanza dell’anima come unico elemento di consistenza dell’essere (spiritualismo), dall’altra l’unicità del corpo (materialismo), visto come elemento costitutivo esclusivo della persona, fonte di legami essenziali con gli altri, a discapito dell’anima, ritenuta un elemento secondario, la cui esistenza in taluni casi è addirittura negata.

Durante il periodo patristico, gli interventi ufficiali della Chiesa in campo antropologico hanno avuto come principale finalità quella di superare gli errori dei manichei e degli gnostici, stabilendo la comune origine divina del corpo e dell’anima.

A partire dal Sinodo di Costantinopoli (543), ci si inizia ad opporre sistematicamente alle dottrine sulla preesistenza dell’anima e sulla caduta dell’anima sulla terra come castigo.

Il Concilio di Braga I (561), intervenendo contro i seguaci di Priscilla che affermavano l’anima umana come sostanza di Dio ha ribadito solennemente la verità per cui l’anima umana non è parte di Dio ma è una per ogni individuo.

Il Concilio Laterano IV (1215), combattendo il manicheismo cataro, ha affermato quindi  con chiarezza che l’uomo è costituito da anima e corpo, insistendo sull’integrità dell’essere umano. Il pronunciamento di questo Concilio, accompagnato da quello di altri ulteriori interventi magisteri ali sul tema, costituirà la base del Concilio Vaticano I (1869-70).

Il Concilio di Vienna (1312) è il primo a riportare espressamente la formula anima forma corporis. Questa formulazione è importante poiché chiarisce un insegnamento cristologico riguardante la verità dell’Incarnazione (se il Verbo si fosse unito all’anima intellettiva, non essendo questa la forma del corpo, Gesù Cristo non avrebbe assunto la condizione umana nella sua integrità).

Il Concilio Lateranense V (1513) ribadisce che l’anima razionale è la forma del corpo, è immortale e si moltiplica secondo la varietà dei corpi nei quali viene infusa da Dio. Si sottolinea così l’irripetibilità di ogni individuo.

Abbiamo infine altri numerosi interventi del Magistero nei quali si ribadisce la costituzione dell’uomo quale unità tra l’anima e il corpo ma tra questi dobbiamo ricordare almeno la bolla Benedictus Deus di Benedetto XII (1336), l’Enciclica Humani generis di Pio XII (1950) e la Costituzione Dogmatica Gaudium et spes (Concilio Vaticano II).

Ricorda Giovanni Paolo II come l’uomo, creato a immagine di Dio sia un essere insieme corporale e spirituale, legato per un aspetto al mondo esteriore e per un altro trascendente ad esso, in quanto spirito (oltre che corpo è anche persona). Questa verità sull’uomo, aggiunge il Pontefice, che «è oggetto della nostra fede, così come lo è la verità biblica circa la sua costituzione a “immagine e somiglianza” di Dio».

Nella sua unità sostanziale di anima e corpo la persona umana realizza questa comunione non solo con Dio e con gli altri uomini, ma con tutto il creato. La Bibbia infatti insegna che l’uomo è stato creato “ad immagine di Dio”, capace di conoscere e di amare il suo Creatore, e che fu costituito da lui sopra tutte le creature terrene quale signore di esse, per governarle e servirsene a gloria di Dio. L’unità dell’anima e del corpo risulta così nella sua pregnante profondità tale da condurre a considerare l’anima come la “forma” del corpo. Come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, «ciò significa che grazie all’anima spirituale il corpo composto di materia è un corpo umano e vivente; lo spirito e la materia, nell’uomo, non sono due nature congiunte, ma la loro unione forma un’unica natura» (n. 365).

* Laureata in Scienze Religiose nella Facoltà di Teologia
della Pontificia Università della Santa Croce (Roma)


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