Come ha potuto la paura di un virus cancellare la fede e disperdere i Cristiani?


UN NATALE MALINCONICO COME QUELLO CHE CI PREPARIAMO A VIVERE PARE DAVVERO INCREDIBILE. MA POSSIBILE CHE UN VIRUS ABBIA POTUTO METTERE IN CRISI TUTTE LE NOSTRE CERTEZZE, ANCHE ECONOMICHE, SINO A PRIVARCI, FORSE, DELLA VOGLIA DI VIVERE, DI USCIRE, DI SALUTARE GLI AMICI CON UN ABBRACCIO? 

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Di Antonella Panniccia

Credevo che il primo Natale senza mia madre l’avrei ricordato come il più triste della mia vita. Mi sbagliavo. Quello fu, senz’altro, il più doloroso. Ma un Natale malinconico come quello che ci prepariamo a vivere pare davvero incredibile.

Amo visitare santuari splendidi, luoghi in cui si respira un’aria di profonda spiritualità: è una ricarica, una difesa necessaria in una società che appare sempre più indifferente e ostile al sacro. Eppure, non posso nascondere la sottile tristezza che mi afferra quando torno nella realtà quotidiana.

Nei giorni precedenti la festività dell’Immacolata Concezione, spinta dal desiderio di rivivere l’atmosfera natalizia che un tempo ravvivava ed illuminava le fredde giornate di dicembre, ho percorso le strade della mia città.

Uno spettacolo desolante, strade deserte e tanti negozi che frequentavi da una vita con le vetrine svuotate per cessata attività. Eppure erano negozi storici, pezzi autentici di memoria… veniva da chiedersi cosa fosse accaduto per trasformare così una cittadina un tempo elegante, ricca di attività artigianali e commerciali, gioiello di tutta la provincia.

Anche a Roma, nello stesso periodo, ho visto che molti negozi dei centri storici erano stati chiusi. Una solitudine immensa regnava in via della Conciliazione, in piazza San Pietro, in piazza di Spagna, persino presso la bellissima scalinata di Trinità dei Monti.

Sembrava che la paura, che da mesi attanaglia e paralizza molti italiani, avesse costretto tutti a restare confinati in casa, complice forse l’impossibilità di poter spendere, talvolta, anche una modesta cifra per gli acquisti natalizi: apparivano ormai lontanissimi i tempi delle musiche natalizie suonate per strada, delle persone dai visi gioiosi e in cerca di acquisti, dei negozi affollati, delle luminarie meravigliose dei centri storici…

Ma possibile che un virus abbia potuto mettere in crisi tutte le nostre certezze, anche economiche, sino a privarci, forse, della voglia di vivere, di uscire, di salutare gli amici con un abbraccio?

E come ha potuto la paura cancellare la fede e disperdere i Cristiani, dal momento che le chiese sono quasi sempre deserte? Soprattutto, come hanno potuto i governanti stabilire come, in quanti, a che ora si può andare a messa per celebrare il Santo Natale? O addirittura consigliarci di fare collegamenti on line invece della partecipazione alla santa messa?

Credo che ci sia molto da riflettere sul cambiamento epocale che stiamo vivendo. Forse, è davvero tempo di interrogarsi, di capire in quale direzione stiamo andando prima che diventi un processo irreversibile.

Sicuramente oggi viviamo un momento drammatico a causa dell’epidemia che ha colpito non solo l’Italia ma molti Paesi del mondo e dobbiamo adoperare tutte le cautele necessarie per evitare ulteriori disastri. Ma questo non può giustificare la pesante ingerenza, nella nostra vita, di norme che vengono a sconvolgere i rapporti umani ai quali eravamo abituati, norme che mirano a stabilire con chi puoi incontrarti, a che ora e con quante persone puoi cenare in casa tua a Natale. Significa non tener conto degli affetti profondi che legano le persone ai familiari, significa ignorare che il Natale, soprattutto per i Cristiani, non è un semplice incontro che si può rinviare, semmai è L’incontro per eccellenza perché si festeggia la nascita del Re dei Re.

Così, pian piano, si finisce per adeguarsi, si diventa asociali: le persone si guardano con sospetto, si evitano, non si parlano più. In tal modo viene abolita completamente, o quasi, la sfera dell’affettività, della socialità, della spiritualità e noi diventiamo sempre più simili ad automi, ad esseri transumani. Credo che Orwell, a questo punto, potrebbe sentirsi un dilettante.

In questi ultimi giorni ho visto la mia cittadina rivestirsi di luce: vari angoli della città sono stati illuminati e alcuni negozi sono stati adornati con addobbi natalizi…sicuramente gli occhi si riempiono di gioia. Magari, però, farebbe piacere che, in mezzo a tanti simboli di festa, trovasse posto anche un bel presepe: l’unico che, di diritto, dovrebbe occupare uno spazio in questa festa cristiana. Eppure sembra che, in nome del sovrano concetto di rispetto e accoglienza, gli amministratori della città abbiano dimenticato la Vera Accoglienza, quella dell’Unico Festeggiato: Gesù che nasce.

Mi tornano in mente le parole con cui ci interrogava Papa Benedetto XVI nella notte di Natale del 2012: “…abbiamo veramente posto per Dio, quando Egli cerca di entrare da noi? Abbiamo tempo e spazio per Lui? Non è forse proprio Dio stesso ad essere respinto da noi? … Dio ha veramente un posto nel nostro pensiero? La metodologia del nostro pensare è impostata in modo che Egli, in fondo, non debba esistere. Anche se sembra bussare alla porta del nostro pensiero, Egli deve essere allontanato con qualche ragionamento. Per essere ritenuto serio, il pensiero deve essere impostato in modo da rendere superflua l’“ipotesi Dio”. Non c’è posto per Lui. Anche nel nostro sentire e volere non c’è lo spazio per Lui.”

Non c’è posto per Lui. Forse neanche nel cuore di tanti che, pur si dicono cristiani. Talvolta mi capita di parlare con le mie amiche: vieni a messa? Chiedo. Alcune mi rispondono: – No, la seguo in televisione, tanto è la stessa cosa.- Allora mi rendo conto che qualcosa non ha funzionato. Forse nella Chiesa stessa, forse nell’annuncio che, tramite i pastori, essa dovrebbe dare. No, care amiche: non è la stessa cosa. Il Cristianesimo sì, è sempre lo stesso, da quel primo Natale in cui venne la luce nel mondo, in cui nacque Gesù.

Quella nascita, così decisiva per l’umanità intera, per la vita e la salvezza di ognuno di noi, ha completamente cambiato le nostre esistenze, per cui nulla può più essere la stessa cosa senza il Natale. Fortemente sbaglia chi pensa che la messa, al pari di uno spettacolo televisivo, possa essere seguita restando seduti nel salotto di casa. Sarebbe come dire che, invitati ad un matrimonio, noi scegliamo di partecipare solo virtualmente alla festa e la seguiamo tramite collegamento web. Assistiamo alla cerimonia, ne seguiamo tutte le fasi, ma non partecipiamo al banchetto di nozze, non viviamo le emozioni e l’allegria della festa. Allo stesso modo, non partecipare alla santa messa significa rinunciare a stringersi intorno al banchetto eucaristico: vuol dire non vivere quel sacrificio di Cristo che si rinnova ad ogni celebrazione, di Gesù che si offre per tutti, che si fa pane di vita per ognuno di noi, che ci lava dai peccati col suo sangue, ci libera, ci guarisce, ci benedice.

Ecco ciò che vuol dire partecipare alla mensa eucaristica: essere presenti, come fu presente Maria sotto la Croce di Suo Figlio, e ricevere, in stato di grazia, la santa comunione. Il luogo privilegiato dove il sacrificio si compie è l’altare, ed è solo in chiesa che puoi trovarlo. Non è la televisione il tabernacolo dinanzi al quale inginocchiarsi per riconoscere e adorare il nostro Re! San Pio da Pietrelcina ebbe a dire che, se gli uomini potessero percepire con i loro occhi la grandezza del miracolo che accade veramente durante ogni messa, le chiese dovrebbero essere piantonate dai carabinieri per poter contenere la folla. Oggi, forse, esse sono tristemente piantonate solo per controllare il distanziamento delle persone: l’unica preoccupazione dell’uomo è divenuta, infatti, l’attenzione alla salute, alla sanificazione delle mani, all’uso diligente della mascherina.

Talvolta qualcuno mi suggerisce di non andare a messa perché può essere pericoloso…ma, allora, io chiedo: al supermercato posso andare? Non corro alcun rischio visto che è sempre affollato? E in farmacia? Lì davvero non ci si ammala? Eppure non posso fare a meno di andarci perché ho bisogno di acquistare le medicine. Non sono una persona temeraria, anzi, uso sempre la necessaria prudenza nei movimenti e nelle precauzioni, ma questo non implica, per me, rinunciare a vivere. E vivere, lo sappiamo, non è solo mangiare, bere, curarsi perché noi non siamo fatti solo di materia, non siamo solo corpo. Abbiamo anche un’anima.

L’anima è quella realtà meravigliosa ed invisibile che ci è stata donata per l’eternità, che ci fa aspirare ad una vita infinita, non limitata da spazi temporali o da misere illusioni materiali, che ci fa sentire fame e sete di luce e di bellezza e nessun cibo o bevanda terrena potrà mai placarle perché ciò di cui abbiamo realmente bisogno è proprio il nutrimento spirituale che viene dai sacramenti.

È necessario oggi spezzare le catene della paura per combattere qualcosa ben peggiore del coronavirus, che colpisce molto più dei polmoni perché ti ruba l’anima. È urgente tornare a vivere, a respirare, a fidarsi dell’altro, a sorridere, a pregare, a sperare. Non bisogna lasciarsi spaventare da timori e inquietudini: la paura di morire a causa di un virus è già in se stessa una morte e ci paralizza negli affetti, nelle relazioni con gli altri, nella fede, privandoci inevitabilmente della gioia, della pace, della speranza.

“Spe salvi facti sumus”: “Nella speranza siamo stati salvati”, dicono le parole dell’enciclica di Papa Benedetto XVI. Nulla, dunque, può essere più triste del perdere la speranza. Sia questo oggi l’imperativo categorico della nostra vita, quello di tornare a sperare, di tornare a fidarsi del Signore.

Il Signore stesso ci dice: “…ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti. Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore vostro Dio, perché egli è misericordioso e benigno, tardo all’ira e ricco di benevolenza e si impietosisce riguardo alla sventura.”. (Gioele 2, 12-13)

Per tutti, l’augurio migliore per il Santo Natale: che ognuno possa tornare al Signore, con tutto il cuore.


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