L’arte rappresentazione del bello e del vero? Non più


DA ALMENO UN SECOLO ANCHE IN CAMPO ARTISTICO SI È IMPOSTO IL FETICISMO DELLA MODERNITÀ, CHE HA VISTO L’IRRUZIONE DEL BRUTTO. E’ QUESTA UNA ULTERIORE FASE DELLA GUERRA CULTURALE CONTRO IL CATTOLICESIMO.

Di Pietro Licciardi

Ha suscitato sconcerto e disapprovazione sui social la scelta del Vaticano di allestire in piazza San Pietro il presepe realizzato dal liceo artistico di Castelli, paesino abruzzese in provincia di Teramo e importante centro della ceramica, da molti giudicato brutto e per niente capace di trasmettere quell’atmosfera di sacra consolazione e speranza propria di ogni presepe che si rispetti.

La Chiesa non ha mai avuto pregiudizi o prevenzioni contro le manifestazioni artistiche in qualsiasi epoca. Anzi, ha largamente aperto le braccia – e i cordoni della borsa – per ricevere il frutto del talento degli artisti cattolici di tutti i tempi, tutti i popoli, e tutti i luoghi. Ma lo ha fatto ad una condizione: che siano veramente cattolici e veramente artisti.

Purtroppo da almeno un secolo anche in campo artistico si è imposto il feticismo della modernità, che ha visto l’irruzione del brutto. E’ questa una ulteriore fase della guerra culturale contro il cattolicesimo poiché l’arte è un’arma molto efficace contro la legge morale naturale. Non quindi solo decadimento del senso del bello, o almeno non solo, ma una strategia per devastare e distruggere la sensibilità delle persone per la bellezza, l’ordine e l’armonia. Per rovesciare l’antropologia classica – che vede la ragione, in sinergia con la volontà, a capo della persona – e sostituirla con un’altra antropologia, nella quale la persona è dominata dalle passioni, che (per i classici) non devono essere estirpate e mortificate, ma vanno coltivate ed educate.

Il fatto grave è che la Chiesa non solo ha aperto, anzi spalancato, le porte alla modernità in campo artistico deturpando le città con chiese garage ornate di immagini astratte, stilizzate al punto da risultare quasi incomprensibili o desolatamente banali, ma ha anche permesso ad “artisti” atei o addirittura ideologicamente anticristiani di imporre la loro bruttezza nei luoghi sacri.

Già nel 1954 il cardinale Celso Costantini, assai apprezzato per la sua competenza ed erudizione, pubblicò sulla rivista “Fede ed Arte”, edita dalla Pontificia Commissione Centrale per l’Arte Sacra in Italia, un articolo intitolato “Signore, ho amato il decoro della tua Casa”, che ebbe una vasta eco. Egli parlò di «eresia iconografica» per denunciare gli orrori dell’arte moderna che già cominciava a deformare le immagini e gli edifici sacri.

Per monsignor Costantini «Oggidì non si nega, teoricamente, il culto delle sacre immagini, ma, sotto un certo aspetto, si fa praticamente qualcosa di peggio: cioè si degrada il culto; si nega con la eresia figurativa la divinità di Cristo e della sua Chiesa». Anche l’arte è diventata un mezzo che le ideologie antiumane del XX secolo utilizzano per distruggere l’arte borghese e in special mondo l’arte religiosa. «Ora alcuni artisti, invece che risalire a Dio, fonte del bene e della bellezza per rifletterne un raggio sulle creature, depravano la natura e specialmente la figura umana rendendola abietta e odiosa, peggio ancora, questi nuovi manichei gettano il fango della loro eresia satanica sulle adorabili immagini di Cristo, della Vergine e dei Santi».

Il cardinale riconosceva che molti artisti operavano – e operano – probabilmente senza una consapevole conoscenza dell’eresia da cui sono attanagliati ma il dramma è che oggi la Chiesa ha rinunciato a far valere le ragioni della fede e della sua rappresentazione, avendo essa stessa ceduto alle lusinghe delle moderne ideologie o rinunciato a difendere le proprie prerogative per non essere “divisiva” o apparire chiusa e ostile verso il mondo.

Gioverebbe ricordare i moniti di quei papi che vissero quando più virulento e feroce fu l’attacco contro la Chiesa, ricorrendo anche al furore iconoclasta, anche se ormai giudicati “fuori moda” o peggio il loro magistero superato.

Per san Pio X: «Nulla deve occorrere nel tempio che turbi od anche solo diminuisca la pietà e la devozione dei fedeli, nulla che sia ragionevole motivo di disgusto o di scandalo, nulla soprattutto che… sia indegno della casa di orazione e della maestà di Dio» (Motu proprio Tra le sollecitudini, 2 nov. 1903; ActaPii X, vol. I, p. 75).

Pio XI nel discorso del 27 ottobre 1932 implora: «Il Nostro ardente voto, la Nostra volontà può essere soltanto che sia ubbidita la legge canonica, chiaramente formulata e sancita anche nel Codice di diritto canonico, e cioè: che tale arte non sia ammessa nelle nostre chiese e molto più che non sia chiamata a costruirle, a trasformarle, a decorarle; pur spalancando tutte le porte e dando il più schietto benvenuto ad ogni buono e progressivo sviluppo delle buone e venerande tradizioni, che in tanti secoli di vita cristiana, in tante diversità di ambienti e di condizioni sociali, ed etniche, hanno dato tanta prova di inesauribile capacità di ispirare nuove e belle forme, quante volte vennero interrogate o studiate e coltivate al duplice lume del genio e della fede».

Pio XII nel 1947 ammoniva: «È assolutamente necessario dar libero campo anche all’arte moderna, se serve con la dovuta riverenza e il dovuto onore ai sacri edifici ed ai riti sacri: in modo che anch’essa possa unire la sua voce al mirabile cantico di gloria che i geni hanno cantato nei secoli passati alla fede cattolica. Non possiamo fare a meno, però, per Nostro dovere coscienza, di deplorare e riprovare quelle immagini e forme da alcuni introdotte, che sembrano essere depravazione e deformazione della vera arte, e che talvolta ripugnano apertamente al decoro, alla modestia e alla pietà, cristiana e offendono miserevolmente il genuino sentimento religioso; esse si devono assolutamente tener lontane e metter fuori dalle nostre chiese come, in generale, tutto ciò che non è in armonia con la santità del luogo».

 


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