Salvare la vita dall’aborto è atto d’amore e dovere morale


PERCHÉ NON CONSIDERARE IL CONCEPITO, IL NON ANCORA NATO, GIÀ PERSONA GIURIDICA, IN QUANTO VITA SE PUR ANCORA NON VENUTA ALLA LUCE, VIVA NEL GREMBO MATERNO?

Di Maria Luisa Donatiello

Il tema dell’aborto procurato o IVG (interruzione volontaria di gravidanza), in particolare legato oggi all’uso della pillola RU486, è ampiamente dibattuto e non può essere affrontato soltanto da un punto di vista individualistico della donna-madre e materialistico della medicina, della farmacologia e della giurisprudenza, il dibattito pubblico deve essere spostato piuttosto sul piano morale ed etico riconoscendo l’importanza e la necessità di una riflessione profonda e illuminata in merito alla seguente domanda: è giusto negare ad un concepito la vita?

Risale al13 giugno 2014 l’ultimo aggiornamento da parte della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO) del testo del Giuramento professionale. Il codice di deontologia medica prevede che venga rispettata la vita e nel testo citato, che segna l’inizio della professione per ogni medico, si legge: “Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro: di non compiere mai atti finalizzati a provocare la morte.”(https://portale.fnomceo.it/wp-content/uploads/2018/03/CODICE-DEONTOLOGIA-+ùMEDICA-2014.pdf) Il medico è perciò chiamato a tutelare sempre la vita in ogni suo aspetto e in ogni fase e condizione.

Anche il diritto della donna-madre (se di diritto si può parlare in termini morali) di ricorrere all’IVG e di operare scelte di morte altrui, di morte del proprio figlio in questo caso specifico, devono essere limitate al cospetto del dovere supremo di tutelare la sacralità della vita umana.  Il piano è trascendente, non solo immanente, questo è il nodo della questione e la priorità è formare le coscienze.

Se per fede crediamo che già dal momento del concepimento Dio crea l’anima immortale presente nelle cellule che poi si sviluppano e vanno a formare l’embrione, il feto, il bambino, ovvero la persona umana, perché non considerare il concepito, il non ancora nato, già persona giuridica, in quanto vita se pur ancora non venuta alla luce, viva nel grembo materno?

La Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede nel documento De Abortu procurato ha espresso già nel 1974 il proprio giudizio in merito all’argomento.

Nella Dichiarazione infatti si legge: “La Chiesa è pienamente cosciente che spetta alla sua vocazione di difendere l’uomo contro tutto ciò che potrebbe dissolverlo o avvilirlo […]. La tradizione della Chiesa ha sempre ritenuto che la vita umana deve essere protetta e favorita fin dal suo inizio, come nelle diverse tappe del suo sviluppo. […] Nella Didachè è detto chiaramente: “Tu non ucciderai con l’aborto il frutto del grembo e non farai perire il bimbo già nato”.”

Il documento tratta anche il rapporto tra morale e diritto e il problema degli aborti clandestini (tra i motivi all’origine della legalizzazione dell’aborto sancita in Italia con la legge 194/78): “La discussione morale si accompagna, un po’ dappertutto, a gravi dibattiti giuridici. […] Bisogna aggiungere che l’aborto clandestino espone le donne che vi ricorrono ai più gravi pericoli non solo per la loro fecondità futura, ma anche, spesso, per la loro stessa vita. Pur continuando a considerare l’aborto come un male, il legislatore non può forse proporsi di limitarne i danni?”(http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/documents/rc_con_cfaith_doc_19741118_declaration-abortion_it.html)

La Chiesa definisce l’aborto come atto di malizia morale. Si legge nell’articolo 2270 del Catechismo della Chiesa cattolica (CCC) “La vita umana deve essere rispettata e protetta in modo assoluto fin dal momento del concepimento. Dal primo istante della sua esistenza, l’essere umano deve vedersi riconosciuti i diritti della persona, tra i quali il diritto inviolabile di ogni essere innocente alla vita.” E ancora: “La cooperazione formale a un aborto costituisce una colpa grave. La Chiesa sanziona con una pena canonica di scomunica questo delitto contro la vita umana.” (CCC 2272)

Altra questione è l’aborto spontaneo in cui non viene esercitata la volontà umana, ma è da considerarsi come fatto, come accadimento naturale da accettare, per quanto possibile serenamente, poiché indipendente dalla responsabilità della donna. È il senso di responsabilità nei confronti degli altri e della vita umana che andrebbe interiorizzato dalle coscienze umane poiché ciascuno nel proprio cuore sa, indipendentemente dalle scelte e dalle azioni che si compiono, che uccidere è male e salvare una vita è un grande atto d’amore e un giusto dovere morale.

 


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