Shemà. Commento al Vangelo del 23 dicembre della teologa Giuliva Di Berardino


Shemà (in ebraico “Ascolta”), un commento al Vangelo del Giorno di Giuliva Di Berardino.

Anche a noi, uomini e donne del terzo millennio, Nostro Signore Gesù Cristo dice: “Shemà”. Ascoltiamolo!

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IL COMMENTO TESTUALE

IL VANGELO DEL GIORNO: Lc 1, 57-66

mercoledì 23 dicembre 2020

Oggi il Vangelo ci racconta la nascita di Giovanni Battista. Il motivo per cui la liturgia ci propone di meditare la nascita del profeta precursore proprio due giorni prima della nascita di Gesù è comprensibile, perché, stando al racconto del Vangelo secondo Luca, c’è un legame molto stretto tra le due nascite, avvenute in contesti completamente diversi, ma entrambe legate dal misterioso disegno di Dio che desidera raggiungere ogni creatura e riportarla alla fiducia, alla speranza, alla pace. Il primo anello di questo legame tra Gesù e il precursore ce lo ha mostrato la liturgia qualche giorno fa, illustrandoci le due annunciazioni riportate dal vangelo secondo Luca, quella dell’angelo Gabriele a Zaccaria e poi a Maria. Il secondo elemento che mostra ancora il legame tra le due nascite di Giovanni battista e Gesù è la maternità di Elisabetta presentata come un’intervento particolare di Dio nella storia del popolo eletto, perché in lei Dio ha trasformato la sterilità in fecondità, così come aveva fatto anche per altre donne di cui si racconta nella Bibbia: Sara (Gen 16,1; 17,17; 18,12), di Rachele (Gen 29,31) e di Anna (1Sam 1,2.6.11). Ora, anche la maternità di Maria, l’abbiamo visto in questi giorni, è stata un intervento specifico di Dio, che potremmo definire unico nella storia di tutta l’umanità perché in Maria non la sterilità, ma la verginità diventa feconda. Ecco allora che la nascita di Giovanni è la gioia di  tutto il popolo che vede come Dio ridona vita per sua grazia, infatti Giovanni significa “Dio fa grazia”. E il Vangelo ci racconta oggi che perfino Zaccaria, pronunciando il nome di Giovanni, riceve la grazia della parola, e non di una parola a caso, ma di una parola che si fa lode, benedizione. E come testimone della grazia fatta a Elisabetta e a Zaccaria, il testo non lo evidenzia, ma è comunque indicato in seguito, troviamo Maria, la vergine benedetta tra le donne, che diventerà madre del Signore. Una grazia donata in Giovanni non solo alla famiglia di Zaccaria ed Elisabetta, ma a tutto il popolo della Giudea, la regione in cui sorgeva il tempio, la regione in cui sorge Betlemme, il villaggio in cui, poco tempo dopo da questi fatti, nacque Gesù. E la nascita di Gesù, che contempleremo nella solennità del Natale del Signore è preceduta dalla nascita di Giovanni, e come le annunciazioni, anche le due nascite sono diverse: Maria e Giuseppe non festeggeranno questo evento nella casa paterna e con tutta la famiglia che si complimenta con loro, come è avvenuto per Elisabetta e Zaccaria. No! Il piccolo bambino che assume l’umanità in Maria, il Figlio di Dio, non nascerà in una casa normale e non riceverà doni da parenti e conoscenti, ma da semplici e poveri pastori, da persone sconosciute, che arrivavano da lontano, che parlavano lingue diverse. La nascita di Giovanni è la nascita che viene dalla sterilità, perciò è gioia del popolo di Dio, ma la nascita di Gesù è nascita che viene dalla verginità, perciò è gioia dei poveri, degli umili, degli emarginati, dei disprezzati, di coloro che cercano un motivo per continuare a vivere, che non si arrendono davanti al male ma cercano nel buio delle ragioni per continuare ad alzare gli occhi al cielo. Eppure la liturgia ci insegna oggi che se non riusciamo a rallegrarci contemplando la gioia che ha circondato Giovanni e la sua famiglia, la gioia che porta la grazia di Dio, la gioia che scioglie la lingua dei muti e li apre alla lode e alla benedizione, non possiamo arrivare a contemplare la gioia vera del Natale del Signore. Perché la gioia del Natale non è semplicemente un dono della grazia di Dio, ma è il dono vero, unico, perfetto, il dono che compie ogni grazia, ogni promessa, ogni bontà del Signore, per tutti. Preghiamo allora insieme alla Chiesa che la gioia della nascita di Giovanni disponga i nostri cuori ad accogliere il Signore: O Emmanuele (Is 7,14) nostro re e legislatore, (Is 33,22) speranza e salvezza dei popoli: (Gn 49,10) vieni a salvarci, o Signore nostro Dio!

Lc 1, 57-66

In quei giorni, per Elisabetta si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei. Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo con il nome di suo padre, Zaccarìa. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c’è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. All’istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Tutti coloro che le udivano, le custodivano in cuor loro, dicendo: «Che sarà mai questo bambino?». E davvero la mano del Signore era con lui.

IL COMMENTO IN VIDEOhttps://www.youtube.com/channel/UCE_5qoPuQY7HPFA-gS9ad1g/videos


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