Quella strage (mai commemorata) dei sacerdoti uccisi dai partigiani


A DICEMBRE NE ERANO STATI AMMAZZATI 15; ALTRI 2 SAREBBERO STATI UCCISI NEI PRIMI MESI DEL 1946. RICORDIAMO I SACERDOTI MASSACRATI DALLA FINE DELLA GUERRA IN AVANTI, UNA STRAGE CHE NON HA AVUTO EGUALI IN ALCUN ALTRO PAESE DELL’EUROPA OCCIDENTALE

Di Andrea Rossi

A dicembre del 1945 erano stati ammazzati in quindici; altri due sarebbero stati uccisi nei primi mesi del 1946. Parliamo dei sacerdoti massacrati in Emilia e in Romagna dalla fine della guerra in avanti, una strage che non ha avuto eguali in alcun altro paese dell’Europa occidentale.

Di alcuni conosciamo la biografia, come il giovanissimo seminarista reggiano Rolando Rivi dichiarato beato da Papa Francesco nel 2013; di altri, purtroppo è rimasta scarsa memoria, se non nelle cronache e nelle memorie locali dei piccoli borghi della regione “rossa” per antonomasia; citiamo qui solo i casi più conosciuti: don Enrico Donati e don Alfonso Reggiani erano entrambi parroci in frazioni di San Giovanni in Persiceto nel Bolognese, e furono ammazzati nelle vicinanze delle loro chiese; pochi anni dopo li avrebbe raggiunti nello stesso comune e sempre tragicamente, il sindacalista cattolico Giuseppe Fanin. Erano tutti e tre colpevoli di aver promosso l’associazionismo cristiano in zone in cui appariva intollerabile una qualsiasi opposizione al comunismo dilagante.

Don Raffaele Bortolini era parroco di Dosso, nel Ferrarese ed aveva denunciato dall’altare le ruberie di alcune formazioni composte da ex partigiani, cosa che gli costò la vita: il 20 giugno 1945 fu ucciso con una raffica di mitra da parte di assassini rimasti sconosciuti.

Don Tiso Galletti, sacerdote a Spazzate Sassatelli, al confine delle province di Bologna e Ravenna, oltre a meritarsi una uccisione immotivata e proditoria, conobbe anche lo sfregio di un funerale al quale non partecipò nessuno: poco lontano dal piccolo cimitero della località romagnola, un “servizio d’ordine” formato da ex partigiani controllava che i cittadini non si avvicinassero al loro povero prete per accompagnarlo nel suo ultimo viaggio.

Così, dopo la fine della bufera bellica e della guerra civile, nessuno di questi quindici sacerdoti potè celebrare la prima messa di Natale in tempo di pace, quella del 1945; l’ultimo di questa tragica lista, don Reggiani, era infatti morto ai primi di dicembre di quel tragico anno. E purtroppo, salvo iniziative locali, nessuna di queste vicende è stata commemorata nel corso di quest’anno, a dimostrazione che le “memorie scomode” emiliane e romagnole, conoscono ancora oggi incomprensibili amnesie istituzionali.

 


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