Buona fine e buon principio! Ma qual è il senso giusto di tempo, anno e vita?


INIZIARE IL NUOVO ANNO DA “CRISTIANI” SIGNIFICA ACCETTARE IN CRISTO UNA NUOVA GRAZIA, CHE ANCORA CI PERMETTE DI OPERARE COME “FIGLI NEL FIGLIO”

Di Padre Giuseppe Tagliareni

Non quest’anno, ma fino al precedente, alla fine e all’inizio dell’anno tutti brindano e si fanno gli auguri.

Quanto a noi, tolto di mezzo il modo pagano e anche osceno oggi prevalente (tra cenoni e oroscopi, luci e concerti di piazza, balli e fiumi di spumante, spari e lancio d’oggetti vecchi, botti e giochi d’artificio, che riempiono la “notte di San Silvestro”, come è successo fino allo scorso dicembre 2019), vogliamo chiederci qual è il senso giusto del tempo, dell’anno e della vita: cose intrinsecamente legate ad ogni persona che vive nel mondo. Alla fine e all’inizio dell’anno si fanno consuntivi e preventivi basati sul tempo passato e futuro. Quante cose si fanno in un anno! ma tutto viene a fine. E tutto rischia di essere vanità.

Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante. Un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire. Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare. Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci. Un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per serbare e un tempo per buttar via. Un tempo per stracciare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare. Un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace” (Qo 3,1-8).

Così il saggio Qoèlet, che si chiede: “Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica?” E conclude: “Ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini, perché si occupino in essa. Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l’opera compiuta da Dio dal principio alla fine” (Qo 3, 10-11).

Per capire il dono del tempo, bisogna relazionarlo all’eternità, a Dio stesso che è l’unico padrone del tempo e di ogni vita e che su tutto porterà il Suo giudizio. Buono è dunque vivere col santo Suo timore perché di tutto ciò che avremo fatto ci sarà chiesto conto ed è stolto vivere come se mai si dovesse rendere conto delle proprie opere.

Ma il dono più grande di Dio non è il tempo o la vita, ma il Figlio Suo: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio” (Gal 4,4-7).

Col dono del Verbo fatto carne nella Vergine Maria, l’Eterno è entrato nel tempo e l’uomo è fatto degno di entrare nell’eternità. Tutta la vita acquista un valore infinito. È beato quel grembo, quel cuore in cui s’incarna il Verbo di Dio.

Tempo vuol dire esistenza che si snoda tra un principio e una fine, con successione di eventi senza ritorno e volgenti ad un termine fisso che è la morte, la quale introduce la persona umana nell’eternità, dove vedrà Dio, che del tempo e della vita è l’Autore. Egli è anche il Giudice supremo che al tempo e alla vita dell’uomo pone il sigillo della Sua sentenza. Per questo finire bene è cosa molto seria: quel giudizio è inevitabile e quella sentenza inappellabile. Poi c’è l’eterno, perché il tempo sì finisce, l’uomo invece, continua a vivere: dopo la morte e la risurrezione entrerà intero nell’eternità. E riceverà premio o castigo eterno.

Fine dell’anno equivale a fine della vita; inizio d’anno a nuova vita che ci è data, nuovo tempo in cui porremo le nostre scelte e le attività future. Sotto il segno di chi? I pagani sotto il segno di una stella buona che dia fortuna, salute, prosperità infinita anche senza meriti e fatiche; i veri cristiani sotto il segno di Gesù e di Maria, capostipiti della nuova umanità: gli unici esseri umani perfettamente riusciti davanti a Dio nel tempo e nell’eternità.

Finire l’anno (e la vita) nel nome di Gesù significa ricondurre tutto al Padre, che ci inviò nel mondo per una missione e dire: “Ho fatto, Padre, la tua volontà!”. Significa dimostrare con le opere che siamo vissuti per Lui, grati dei Suoi doni e desiderosi d’instaurare il Suo Regno nel mondo, amorosamente attivi fino al sacrificio di noi stessi. Grati e contenti, pur sapendo di essere “servi inutili”, tanto bisognosi di aiuti e di perdono. Ma sicuri che il Padre gradisce tanto l’amore col quale l’abbiamo amato e volentieri stende la Sua Misericordia sui figli fedeli che tornano a Lui uniti a Gesù.

Iniziare il nuovo anno da “cristiani” significa accettare in Cristo una nuova grazia, che ancora ci permette di operare come “figli nel Figlio”, che le Scritture chiamano: “Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace” (Is 9,5). Allora, la buona sorte del tempo futuro non è affidata alla fortuna o alle stelle, ma all’unione con Gesù e con la beata vergine Maria, che la Chiesa riconosce come Madre di Dio proprio il primo gennaio, quasi a dire ai figli di Dio: “Iniziate il nuovo anno sotto il segno di Maria, la Madre purissima di Dio! Affidatevi a lei come fu per lo stesso Gesù”.

La Madre di Gesù, infatti, è colei che ha “trovato grazia presso Dio” (Lc 1,30): in lei il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Maria è il pilastro su cui Dio ha poggiato l’arcata del ponte tra Dio e l’uomo; per mezzo di lei Dio si è vestito di carne ed ha vissuto come noi nel tempo e nello spazio. L’abbiamo contemplato nel mistero della grotta di Betlemme il 25 dicembre. È detto poi che all’ottavo giorno Giuseppe e Maria gli posero nome Gesù, così “come era stato chiamato dall’Angelo” (Lc 2,21). E Gesù vuol dire “Dio salva”. È in Maria che Dio salva, perché è in Maria che Dio si dà all’umanità. E tutto oggi ha bisogno di essere salvato. Dall’alto della Croce Egli ci affidò a lei come Madre dei redenti: maternità che conobbe i dolori del Calvario del Figlio e della Madre.

Dobbiamo saper prendere Maria con noi, come fece l’apostolo prediletto Giovanni e vivere insieme a lei il tempo che ci rimane prima che anche a noi sia dato di varcare la soglia dell’eternità. Sia allora il nuovo anno tutto sotto il segno della vergine Maria! Sia questo il nostro augurio e sia pure il nostro impegno. Affidiamoci a lei come figli amorosi e docili: essa si prenderà ogni cura di noi. Saremo allora costruttori di pace, portatori di grazia e di consolazione, testimoni della salvezza di Cristo e profeti del mondo che presto verrà. Il tempo che ci è dato è l’ultimo prima del Grande Giorno, quando il Regno di Dio verrà con potenza e porterà la Sua salvezza. Allora saranno “Cieli nuovi e Terra nuova”.

 


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